Terza puntata della rubrica In Ascolto, presentazioni-recensioni di Fuori-Tono di nuove opere. Prima la testimonianza dei musicisti (compositori e interpreti), poi il commento all’ascolto. Il cd si intitola “Après Alfa” (Sedam), l’autore è Elisabetta Capurso (http://www.cidim.it/cidim/content/314619?id=242495&nc=Elisabetta_Capurso).

di Elisabetta Capurso

Après Alfa fonda la sua struttura sulla concertazione fra il quartetto di sassofoni, i timpani, l’orchestra d’archi.  Le tre sezioni strumentali possono vivere anche di una realtà musicale autonoma, dando luogo così ad ampie frasi musicali caratterizzate da una particolare ricerca del suono, dei diversi timbri sonori, della vivace coloritura orchestrale. Infatti , nonostante l’amalgama continuo tra archi , timpani e sassofoni, tutte e tre  le distinte sezioni presentano, per la grande parte del discorso musicale, la propria netta personalità; una caratteristica questa della scrittura compositiva che potrebbe fare sembrare la partitura come la sapiente sovrapposizione di alcuni elementi pure omogenei, dotati di una vita indipendente e distinta  l’uno dall’altro. In questo senso Après Alfa si inserisce nella tradizione secolare del contrappunto, in cui il contrappunto non è fra le singole linee strumentali ma tra le sezioni, che procedono compatte nel loro processo di pensiero musicale, contrapponendosi anche le une con le altre, in un modus operandi che è collegato in forma tipica a certa musica di tradizione. L’ordito strutturale della composizione è certamente complesso, ma  reso limpido dalla scrittura attenta anche al breve elemento interiore; nonché dalla splendida esecuzione di tutti gli esecutori.  Scritta di getto, eseguita con successo in prima esecuzione assoluta l’8 agosto 2010 a Rocca di Mezzo  (L’Aquila)  con il Quartetto Accademia, i Solisti Aquilani, i tre timpanisti diretti da Andrea Di Mele, Après Alfa  si colloca bene anche nei grandi repertori di tradizione per orchestra d’archi e  strumento solista .

di Fuori Tono

L’introduzione è affidata alle atmosfere stranianti – di qualcosa che ora c’è -, lanciate dai timpani. Lo spazio è stato squarciato. La scuola è quella avanguardistica del Novecento (con evoluzione), a un certo punto travolta da certa modernità: della serie la ricerca continua, ma su un sentiero strattamente personale, fedele alla linea: niente mode, niente suggestioni, ammiccamenti lontani anni luce. L’imperativo in primo piano: indagare indagare indagare. L’autrice, di solidissima storia accademica, nella sua opera a “tre teste o l’uno e trino” – dove il dialogo, come nelle sue note spiega, è un intrecciarsi contrappuntistico di suoni, timbri ovvero sezioni – pur stando sui sentieri di una certa complessità, non rinuncia alla comunicazione; anche attraverso un’orchestrazione a tratti dal sapore tardo-tardo-romantico, verso poi la serie. Undici minuti e passa di avventura aurale, dove le linee emergono a sprazzi dal marasma controllato, poi si rituffano nel tessuto sonoro, oppure ritornano al niente. Continui scambi di ruolo tra archi, percussioni e fiati; le tre isole si individuano e poi si mescolano e si fondono. Si fa presto a dire Darmstadt, ma pure la suggestione oltreoceano ha fatto centro. “E allora?”, una voce si fa viva come un atomo di teatro musicale, una voce che ritornerà. Non si può dire una scrittura superata, come le tendenze attuali vorrebbero magari sostenere con la rivoluzione contro la rivoluzione del secolo scorso. Si può dire una scrittura, o meglio un linguaggio tra le decine e centinaia che ormai esistono, che porta avanti “il suo tempo” a testa alta: le idee prima di tutto, e non è la musica a doversi piegare ai gusti dell’ascoltatore, ma è il pubblico che deve andare incontro a qualcosa che vive di vita propria e propone nella sua simbolicità cose che nell’orecchio medio non ci sono. Omega.
In allegato: musiche di Elisabetta Capurso