Le prime settimane del nuovo anno sono state segnate dal riacutizzarsi delle tensioni tra Cina e Giappone per il controllo delle isole Senkaku (o Diayou in Cinese).  A seguito della violazione dello spazio aereo delle isole contese da parte di un velivolo  militare cinese, il Giappone ha risposto il 10 gennaio con l’invio dei suoi F-15, seguiti il giorno seguente da un’iniziativa simile ad opera di Pechino.

Dispute territoriali, scontri diplomatici e intimidazioni pubbliche non son di certo novità nei rapporti tra i due paesi, in modo particolare per ciò che concerne il controllo dei mari. Entrambi Cina e Giappone considerano l’arcipelago come una parte integrante del proprio territorio nazionale e si scontrano per ragioni di orgoglio nazionalistico e geostrategico, date le ricche riserve di petrolio e gas naturali presenti in quelle acque. Sale la tensione diplomatica e militare fino a quando non prevalgono il buon senso e il realismo politico e si abbassano i toni. Fino alla successiva occasione di confronto.

Non vi sarebbe dunque ragione di preoccuparsi per queste ultime tensioni o di considerarle in maniera diversa dal passato. Eppure questa volta la situazione rischia di essere più seria del solito. Cosa spiega questa differenza?

Il contesto politico è da entrambe le parti profondamente mutato. Lo scorso novembre, il Partito Comunista Cinese ha ufficialmente designato Xi Jinping nuovo Segretario Generale, la figura politicamente più rilevante del paese.

Nell’ultimo periodo Xi ha espresso ripetutamente e con forza la sua disapprovazione del comportamento del Giappone riguardo alle isole Senkaku, auspicando un comportamento meno assertivo da parte del governo di Tokyo. Xi sa bene che buona parte della legittimità politica del Partito Comunista deriva dalla difesa dell’integrità territoriale così come dall’accrescere lo storico risentimento nazionale nutrito nei confronti del Giappone. E’ inoltre perfettamente cosciente della forte pressione politica interna alla quale sarà sottoposto ogni volta che si dovrà sedere al tavolo di discussione con il governo giapponese.

Il Giappone, da parte sua, ha di recente eletto il falco conservatore Shinzo Abe alla guida del paese per la seconda volta dopo la breve parentesi del 2005-2006, segnando così una delicata svolta verso la destra più reazionaria del paese.

Abe ha pubblicamente e in più occasioni criticato la Costituzione pacifista che ripudia la guerra, ha aumentato la spesa pubblica per la difesa nazionale per la prima volta in undici anni e ha affermato che non si piegherà alle istanze coercitive ed espansionistiche cinesi nel Mar Cinese Orientale.

Le affermazioni di Abe riflettono non solo la sua opinione personale, ma sono anche indicative di un notevole spostamento verso destra dell’opinione pubblica giapponese. In questo senso va letto il risultato di un sondaggio nazionale condotto dal governo che rivela che il giudizio dell’opinione pubblica nei confronti della Cina ha segnato il record negativo degli ultimi dodici anni. E non sorprende che simili sondaggi condotti da Pechino rivelino simili sentimenti negativi dei cinesi verso il Giappone.

Il peggioramento delle relazioni, tuttavia, non significa che la guerra sia in qualche modo imminente. Sia la Cina che il Giappone hanno interessi imprescindibili nell’evitare l’escalation della crisi bilaterale. E’ chiaro, tuttavia, quale direzione abbiano preso i due paesi nel gestire le loro relazioni: nessuno degli attori coinvolti è al momento interessato a mettere in discussione i propri interessi o a cedere sulle proprie istanze. Il risultato di questa crisi dipenderà principalmente dalla capacità dei due nuovi leader nel trovare un equilibrio tra le spinte nazionalistiche e reazionarie provenienti dall’interno e gli interessi nazionali reali.