A seguito della condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nei confronti dei recenti attacchi da parte della Corea del Nord, il governo di Pyongyang ha risposto in maniera sprezzante alzando i toni di sfida e dichiarando di essere pronto a condurre nuovi test militari nucleari.

Se appare ormai chiaro che atteggiamenti di apertura e dialogo portino a qualche parziale risultato nel dissuadere la Corea del Nord dai suoi minacciosi propositi, al contrario, è altrettanto evidente che atteggiamenti più sanzionatori portino a una reazione uguale e contraria da parte del governo coreano. Con l’unico risultato di entrare in un circolo vizioso sempre più pericoloso.

Le sanzioni della comunità internazionale del 2006 e del 2009 hanno avuto il solo effetto di alimentare la retorica aggressiva e rinvigorire i programmi missilistici e nucleari del paese. Al contrario, quando la comunità internazionale ha usato l’arma persuasiva dell’apertura ad aiuti economici, Pyongyang ha risposto in maniera più costruttiva, congelando o riducendo i suoi programmi militari. Lo spegnimento del reattore nucleare nel sito di Yongbyon nel 2007 come parte dei trattati multilaterali siglati e l’adesione volontaria alla moratoria sui testi missilistici tra il 1998 e il 2006 ne sono esempi significativi.

La reazione di Pyongyang alle recenti pressioni è stata tutta diretta contro Washington, e questa non è una novità. Gli Stati Uniti sono per la Corea del Nord il nemico giurato e da anni il governo costruisce la sua dottrina militare e nucleare in previsione di un eventuale attacco americano. Pyongyang sa bene che la propria capacità tecnologica odierna non è in grado di colpire il suolo statunitense, ma questo non è sufficiente a ridefinire le evoluzioni della contesa, alterandone i propositi.

Con la successione di Kim Jong Un a suo padre Kim Jong Il, il nuovo giovane leader ha impegnato i mesi passati a consolidare il suo potere che vede nella sicurezza, nella difesa delle istituzioni e dell’identità nazionali elementi centrali della sua legittimità.

La determinazione a diventare una potenza nucleare è dunque un pilastro portante della forza interna del nuovo leader e, per quanto inaccettabile da gran parte della comunità internazionale, sembra improbabile che le sanzioni possano avere l’effetto di fermarne lo sviluppo.

Tra le ragioni di ciò vi è anche il fatto che importanti attori internazionali, quali la Cina, non applicano in modo completo le sanzioni, che diventano in questo modo inefficaci. L’interesse di Pechino è infatti di mantenere la Corea del Nord, suo “stato-satellite”, il più stabile possibile.

Parte della legittimità di Kim Jong Un, come da lui stesso illustrato, dovrà derivare, tuttavia, dalla capacità di risollevare un’economia a pezzi e di avviare un processo graduale di riforme e di apertura verso l’esterno.

I recenti discorsi del nuovo leader in tal senso, così come la visita dell’Amministratore Delegato di Google a Pyongyang, ne sono prove evidenti. È ancora presto per fornire un’interpretazione chiara di questo eventuale cambiamento nella strategia nordcoreana, ma il fatto stesso che vi siano state aperture fornisce un elemento nuovo alle trattative.

Questo approccio, tuttavia, metterà il giovane Kim di fronte ad un delicato dilemma. Se da un lato la volontà (o consapevole necessità) di riforma, seppur graduale, è crescente, il governo nordcoreano non potrà avviare alcun progetto serio se non in condizioni di totale sicurezza, per il regime e per il paese stesso.

Oggi, sicurezza e riforme sono in contrasto tra loro poiché un reale processo di apertura e rinnovamento porterebbe a cambiamenti politici e sociali di rilievo che metterebbero a dura prova la legittimità e solidità dell’attuale regime.

Qual è dunque la strategia da adottare per aprire una fase nuova nei rapporti con Pyongyang, in grado di innescare un rinnovamento necessario e che, allo stesso tempo, non venga percepito dal regime come foriero di un immediato sovvertimento istituzionale e politico?

Gli Stati Uniti e l’ONU hanno al momento poche alternative all’imposizione di sanzioni di fronte ad azioni intimidatorie da parte del governo nordcoreano. È chiaro, tuttavia, che le sanzioni da sole non bastano. La diplomazia sarà sempre di più chiamata a fare la sua parte.