Nel duello vero per la conquista della segreteria del Pd tra Franceschini (Veltroni ma forse no… visto che molti Veltroni boys non stanno con Franceschini) e Bersani (D’Alema che riannoda le fila ex diessine…) c’è un convitato di pietra che ha un nome e un cognome precisi: Antonio Di Pietro. E’ infatti il fattore AdP che aleggia sulla contesa che deciderà il destino del più grande partito di opposione. Al di là dell’abile scorreria di disturbo e di “oscuramento” del dibattito lanciate da Beppe Grillo (per conto terzi?), tutte tese a mettere in sordina i temi all’ordine del giorno, a dividere gli iscritti e a scompaginare piani e alleanze interne. L’opa ostile grillesca (di cui ho scritto per primo nel post precedente) ha – a mio parere – proprio lo scopo di oscurare il vero nodo dello scontro politico nel Pd. Che poi verte su un punto fondamentale: la scelta del bipolarismo e delle alleanze per accreditare e legittimare il Partito democratico come forza progressista di governo realmente alternativa al Pdl e non come un’accozzaglia di alleati e alleati cementati solo dal collante dell’antiberlusconimo “a prescindere”. Dario Franceschini sul punto è stato chiaro e ha usato (va di moda) toni “obamiani”: vuole un partito “aperto, credibile” che proponga al Paese “una gerarchia di valori alternativi a quelli della destra liberista”, vuole un “nuovo riformismo”. Ovvio che poi non rinuncia, il buon Dario, ai toni anti-berlusconiani di rito che accontentano sempre tutti.

Lasciando perdere lo scontato rituale anti Cav, veniamo però al nocciolo della questione. Franceschini, quando parla del Pd che sogna, elude completamente anzi rimuove il fattore Adp. Soluzione semplicistica perché se e facile far finta di niente “andando oltre”,  non è detto che la scorciatoi non porti di nuovo il Pd a camminare sull’orlo del burrone dove Di Pietro… ma anche Grillo l’hanno portato. Pronti a incassare l’intera posta se ci sarà un bluff politico. Di Pietro ha abbastanza pelo sullo stomaco da andare a vedere, sul tavolo della politica. E Franceschini non pare un buon pokerista.  La madre di tutti gli errori politici è sempre lì: essersi alleati solamente con l’Idv si è rivelato un abbraccio mortale. Di Pietro e i suoi come pure Grillo hanno cultura e valori che non appartengono al Pd, né al filone ex comunista, né a quello ex democristiano che ne sono la parte fondamentale. E non c’è alcuna “cultura di governo” che pure qualcosa significa visto che poi al gioco del potere locale Di Pietro partecipa con una certa disinvoltura… Nell’Idv non c’è alcun valore proprio di un partito progressista moderno e aperto ai cambiamenti in grado di accreditarsi come forza di governo. E’ stato creato artificialmente il “mito Di Pietro” cavalcando l’onda giustizialista e girotondina saldandoli a circoli e “pensatori” della sinistra radical chic e salottiera  che mangia “pane e Caimano” ma che si dimentica del pane per il popolo e al massimo servirebbe brioches sul tavolo della crisi… Ma tant’è. E D’Alema attacca: “C’è chi vuol dividere e abolire la sinistra”.

Insomma, il convitato di pietra (o) è attavogliato a modo suo al tavolo congressuale e forse il Pd sta iniziando a fare qualche presa d’atto: Franceschini finalmente si “accorge” di Tonino e lo critica, D’Alema va all’attacco e si alzano i toni contro l’Idv . Mosse tattiche o vera strategia? E’ presto per dirlo.

Il Pd deve capire alla svelta (tre mesi di tempo, chiunque vinca) che Di Pietro, Grillo, Travaglio rappresentano la vera assicurazione a vita per Berlusconi. E sono loro – vera “destra giustizialista” – che hanno bisogno del Cav di governo per legittimare il proprio successo e la sopravvivenza elettorale. A spese del Pd. Che deve risolvere e non rimuovere il problema Adp prima di affrontare le grandi riforme che il Paese aspetta e che presuppongono intese con il Pdl. Per non far dire a Di Pietro, quel che disse De Gaulle: “Il potere non si prende, si raccatta”.

DI PIETRO, IL “MOSTRO” CREATO DALLA SINISTRA di Peppino Caldarola