Quel finish, rivolto da Matteo Renzi al presidente del Consiglio Enrico Letta e al suo esecutivo non più delle larghe ma delle piccole intese, con Forza Italia passata all’opposizione, non era che l’inizio dell’escalation antigovernativa lanciata dall’uomo nuovo dei democratici.

Culminata con il dirompente avvertimento “quasi-finale” (nel senso che poi si vedrà come andrà a finire dopo le primarie se Matteo le vincerà, come è nelle previsioni) lanciato dalle colonne di Repubblica: “Con me il Pd volta pagina, la mia forza mi consente di porre tre condizioni al governo (riforme-lavoro-Europa), se le accoglie bene, altrimenti dico addio alla maggioranza“. Tono ultimativo, condito anche da una certa dose di arroganza che sottintende un “ora ci penso io” che ricorda in qualche modo quell’antico “decisionismo” di fine prima repubblica tanto aborrito dalla sinistra.

Attacco non da poco interpretato subito come una doppia bòtta a Enrico Letta e ad Angelino Alfano perché è il Pd ad avere 300 parlamentari e la “stampella” dei 30 alfaniani non può essere il puntello di un governo che nel Pd non piace a molti, a cominciare da Matteo e dai suoi, oltre ai molti che si sono frettolosamente imbarcati sul carro del sindaco di Firenze. Alfano si affretta a replicare: “Se vuole la poltrona di Letta lo dica, non tiri troppo la corda“. E la contro-risposta è: “Poltrone? Io penso al bene del Paese…”.

Vabbè, l’8 dicembre e le primarie sono vicine, così vederemo davvero come si parrà la virtute di Matteo che su una cosa ha ragione: “O nel 2014 portiamo a casa qualche risultato oppure Berlusconi e Grillo ci distruggono a partire dalle europee“.

Già, perchè un conto è fronteggiare Beppe Grillo che aveva saldamente in mano il pallino dell’opposizione ed era in grado di compiere scorrerie elettorali in libertà (con le  eccezioni di Lega e Fratelli d’Italia e Sel), un conto è avere all’opposizione anche Forza Italia e Berlusconi. I giochi sono cambiati perché Forza Italia nei sondaggi sale e assieme al Nuovo Centrodestra recupera ancor più consensi rispetto al vecchio Pdl (qui un sondaggio Ipr del 2 dicembre).

E questo spiega il perché di tante fibrillazioni e ambizioni. In fondo Renzi, come sostiene Massimo D’Alema, vuol usare la segreteria del partito come un trampolino di lancio per volare su Palazzo Chigi: “Gliel’ho detto: tu sali sul trampolino per tuffarti ma la piscina è vuota perché le elezioni ancora non ci sono”. Già, le elezioni anticipate, e se se cade il governo… piscina piena e tuffo possibile. Ecco il senso del risiko politico di Matteo. Che per D’Alema, però, dovrà aspettare il 2015 (Massimo si dice speri in un rimpasto e in un posto da ministro degli Esteri…) per candidarsi e giura che lo voterà, a meno che non spunti un Superman nel partito e aggiunge: ” Se lui non li rompe a me, io non li rompo a lui. Parliamoci chiaro: io non sapevo manco chi era Matteo Renzi. Lui si è affermato sulla scena politica
avendo come principale parola d’ordine rottamare Massimo D’Alema“.

Quindi il diktat è da prendere sul serio, se questa è la logica del Renzi-pensiero al di là delle solite marce avanti e indietro che sono legate alla competizione con Cuperlo e Civati per la poltrona della segreteria. Se la conquisterà aprirà una partita nuova: nel partito, fuori dal partito e nel governo, sotto l’occhio attento e di sicuro non neutrale di Giorgio Napolitano che sulla stabilità ha giocato (e gioca) tutto il suo peso ispirando, sostenendo, affiancando e manovrando la navicella di Letta, nocchiero con patente presidenziale che per ora pare correre il rischio di andare a schiantarsi sugli scogli del tassa e spendi e degli ukase dell’Europa a trazione tedesca.

Con gravi rischi proprio per il Pd, sempre più diviso fra governativi e antigovernativi fra, fratelli coltelli e minacce di scissione. Guerra alimentata dall’azione del governo Letta visto il caos Imu che è stato scatenato e la nuova valanga di tasse che gli italiani, dai cittadini alle imprese, sono chiamati a pagare fra dicembre e gennaio e il ricorso al bancomat pensioni (di cui si parla senza far troppa distinzione tra previdenza e assistenza…). Tredicesime di fatto saccheggiate e riforme – a cominciare dai tagli alla politica, alla spesa pubblica improduttiva – che sono ancora di là da venire e dal produrre effetti su tasse e s balzelli. Rischi di frana elettorale a partire proprio dalle elezioni europee se si va avanti così e con un governo a trazione Pd privato dell’alibi dei condizionamenti di Berlusconi. E Matteo è tornato a ripetere, buon per chi gli crede, che “abbassare le tasse è di sinistra“.

Aspettiamo dunque l’esito delle primarie, con i tre tenori Renzi, Cuperlo e Civati impegnati a cantare la loro canzone per tornare poi a mangiare allo stesso tavolo, come dice la Serracchiani (ma sarà davvero così?) visto che Beppe Fioroni accusa: “Renzi destabilizza più di Berlusconi e Grillo”. L’autunno caldo del Pd si consuma così, con una vittoria annunciata e un rito, quello delle primarie democrat, che appare già stanco.
E chissà se alla fine il tenore Matteo riuscirà a intonare il “vincerò” senza fare stecche e senza ricevere fischi dal loggione…

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