Finalmente, “habemus” Matteo Renzi segretario del Pd. Fine del tormentone. Capitolo nuovo. Con il “rottamatore” che si prende una bella rivincita dopo la sconfitta inflittagli un anno fa da Bersani e dall’Apparato che controllava il Pd smacchiando, lui sì, i compagni dell’ex Balena Rossa fino a oggi in mano agli eredi del Pci-Pds-Ds, colpo durissimo alla premiata Ditta.

Vittoria annunciata, larga e salutata come da copione, da peana e boatos in onore “dell’uomo nuovo” che ha lasciato indietro gli altri due “tenori” diessini che con lui cantavano lo spartito delle primarie, Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Renzi ha fatto crollare il muro innalzato da D’Alema e Bersani a difesa dell’antico bunker che hanno presidiato e occupato da anni. Anche se non credo che i due siano disposti a farsi da parte con un bel “prego, accomodati” senza continuare a dare battaglia, che, “se ci saranno i presupposti”, sarà data, come ha ribadito Baffino.

Ora il ritornello è “si apre una fase nuova”, quella che Renzi ha da tempo promesso e predicato creando allarme, preoccupazione, irritazione il molte componenti dei democratici. I quali si ritrovano un esponente ex Ppi come segretario e molte incognite davanti. A partire da due “discontinuità”: quella della gestione del partito e al rinnovamento della sinistra in senso più socialdemocratico e “blairiano”, e quella legata al governo guidato da Enrico Letta da tempo incalzato da Matteo, nemico delle grandi intese e della trama tessuta da Giorgio Napolitano.

E qui il gioco si fa duro perché l’investitura avuta è forte, le aspettative suscitate sono alte e inizia un’altra partita. Governare il partito non sarà facile perché il “collettivo” tante volte evocato da Bersani non tollera gestioni personalistiche, come è noto. E Renzi non pare tipo da lasciarsi ingabbiare dai giochi di palazzo, forte di una segreteria tutta nuova e “renziana” con cui vuol blindare partito e gruppi parlamentari. Poi c’è la questione della Cgil e bisognerà capire se si aprirà una fase di confronto-scontro perché Matteo sostiene: “Il sindacato deve cambiare con noi” (frase che qualcuno potrebbe intendere come “rottamazione” della Camusso, a voler essere cattivi) e sulla riforma del lavoro (il Job Act, in inglese è meno plebeo) le distanze sono forti.

E c’è soprattutto la questione del governo, visto che Renzi ha strapazzato più di una volta Enrico Letta quasi non facessero entrambi parte del Pd e nell’esecutivo non ci fossero ministri e sottosegretari del Pd… Con l’incognita delle mosse che farà Giorgio Napolitano, che sul governo e sulla stabilità ha messo tutto il suo peso (a volte qualcosa di più) e vede sconvolta l’agenda messa a punto con Letta che ha messo le mani avanti dicendo al vincitore: “Lavoreremo insieme con uno spirito di squadra che sarà fruttuoso, utile al paese ed al centrosinistra”. Già, perché Matteo ha dettato la linea che il governo deve seguire perché il Pd è il maggior azionista: riforme, lavoro, Europa. Ovvero riforma della legge elettorale in senso maggioritario su iniziativa del Pd (e quindi del nuovo segretario, non del governo); tagli da un miliardo ai costi della politica, Italia più dura verso l’Europa. E su questa linea attesterà il partito, dopo l’investitura ottenuta con il voto. Altrimenti: “finish”. Programma con cui punta alla poltrona di premier,  l’unica che gli interessa davvero, guidando la sinistra nella campagna elettorale prossima ventura.

A pesare su tutto c’è l’incognita della tenuta del governo sempre più in affanno sul fronte delle risposte non date alla crisi al quale il sostegno del Pd e la stampella del Nuovo Centrodestra di Angiolino Alfano potrebbero non bastare di fronte alla doppia offensiva di Berlusconi e Grillo all’opposizione (all’ex comico Matteo dice: “Questa è la risposta al Vaffaday, la risposta di chi non vuole insultare e non fa liste di proscrizione”). A maggio ci sono le elezioni europee e potrebbero marcare la linea rossa del finish evocato dal “rottamatore” con la contemporanea celebrazione delle elezioni politiche anticipate. Ecco perché Renzi preme sull’acceleratore. Il tempo non lo aiuterebbe con opposizioni così forti nel Paese. Riuscirà nell’impresa? Riuscirà a convincere i delusi del centrodestra senza i quali non può vincere a votarlo senza andare su posizioni che provocherebbero una scissione nel Pd mentre gli arriva il suggerimento di Romano Prodi: “Sia responsabile…“. E cosa vuol dire, caro professore?
Aspettiamo di capire quale sarà il passaggio dal predicare e dall’annunciare al “fare”, dalle frasi a effetto ai fatti. Sarà quello decisivo. Bluff o vera gloria?

‘’Io capitano, fine degli inciuci. Tocca a noi, ad una nuova generazione. E questa volta il cambiamento sarà vero. Abbiamo avuto questi voti per scardinare un sistema. Non può bastare essere iscritto al club degli amici per amici per avere un ruolo, non sostituiremo un gruppo dirigente con un altro. Non c’e’ amicizia più grande di chi dice le cose in faccia… Non ci sono più alibi per nessuno’’, ha detto Capitan Renzi dal palco di Firenze dove ha celebrato la vittoria stando alla larga da Roma e da Largo del Nazareno, la sede del Pd dove Epifani l’aveva invitato ad aspettare il risultato delle primarie. Forse perché ha capito dove si annidano i suoi veri nemici. E tira aria, parlando di rottamazione, di non candidatura di D’Alema e della Bindi alle prossime europee… Se così fosse altro che fratelli coltelli. Non resta che attendere, le grandi manove sono appena iniziate, assistiamo fiduciosi allo spettacolo che va in scena ricordando com’è finito l’altro grande innovatore, quello di “yes we can”…

Aria di fine impero fra ex Pci increduli di Laura Cesaretti

Lo scout che si è preso il Pd di Domenico Ferrara

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Capitan Renzi abbatte il muro del Pd, 5.0 out of 5 based on 23 ratings
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