Quando si osservano le performance degli investimenti sui mercati finanziari internazionali si tende spesso a concentrarsi esclusivamente sull’andamento dell’asset scelto: un indice azionario, un ETF o una singola azione. Tuttavia, quando si investe al di fuori del proprio paese entra in gioco un elemento aggiuntivo che può incidere in modo significativo sul risultato finale dell’investimento: il tasso di cambio tra le valute coinvolte.

Gli strumenti finanziari quotati sui diversi mercati del mondo sono infatti denominati nella valuta locale. Le azioni statunitensi, ad esempio, sono prezzate in dollari, quelle europee in euro, mentre altri mercati utilizzano le rispettive valute nazionali. Questo significa che la performance di uno strumento finanziario viene inizialmente espressa nella valuta in cui esso è quotato.

Per un investitore che opera da un’altra area valutaria, però, il risultato finale non dipenderà soltanto dall’andamento dell’asset, ma anche da come si è mosso il rapporto tra le due valute nel periodo dell’investimento. Una variazione del tasso di cambio può infatti amplificare oppure ridurre la performance dell’investimento una volta convertita nella valuta di riferimento del portafoglio.

In altre parole, quando si investe su mercati esteri non si acquista soltanto un determinato asset, ma anche un’esposizione implicita alla valuta in cui esso è denominato.

Per comprendere meglio questo meccanismo analizzeremo l’andamento del cambio EUR/USD, uno dei più rilevanti per gli investitori globali, e vedremo attraverso un esempio concreto come le oscillazioni valutarie possano influenzare il rendimento finale degli investimenti internazionali.

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Il cambio EUR/USD: come si muove nel lungo periodo

Facendo riferimento alla Figura 1, possiamo osservare l’andamento del cambio EUR/USD su un orizzonte temporale di lungo periodo. A differenza di molte serie storiche finanziarie, come ad esempio gli indici azionari, il cambio tra due valute tende a non presentare un trend direzionale particolarmente marcato nel lungo termine. Questo perché il valore relativo tra due economie evolve nel tempo attraverso cicli di rafforzamento e indebolimento che spesso tendono a compensarsi.

Nel grafico è infatti possibile osservare come il rapporto tra euro e dollaro abbia attraversato diverse fasi negli anni: periodi in cui il dollaro si è rafforzato rispetto alla valuta europea e altri in cui è stato invece l’euro a guadagnare terreno. Nel complesso, il movimento appare più simile a una successione di cicli valutari piuttosto che a una tendenza strutturale di lungo periodo.

Ciò non significa però che il cambio abbia un impatto trascurabile sugli investimenti internazionali. Al contrario, osservando più da vicino alcune specifiche fasi del grafico emergono movimenti anche molto ampi che si sviluppano nell’arco di pochi anni. In questi periodi il rapporto tra le due valute può variare in modo significativo, generando effetti concreti sui rendimenti degli asset denominati in valuta estera.

Proprio queste oscillazioni rappresentano il meccanismo attraverso cui il cambio può influenzare il risultato finale di un investimento internazionale.

Figura 1 – Andamento storico del cambio EUR/USD negli ultimi 20 anni.

Il caso del 2025: come il cambio ha ridotto il rendimento dell’S&P 500 per gli investitori europei

Vediamo ora un episodio concreto in cui il cambio ha agito come una vera e propria zavorra per l’investitore europeo. Nella Figura 2 viene mostrato l’andamento dell’S&P 500 nel corso del 2025 espresso in due modi diversi: la linea rossa rappresenta l’indice nella sua valuta originale, cioè il dollaro statunitense, mentre la linea blu mostra lo stesso indice convertito in euro, ottenuto dividendo il valore dell’indice per il tasso di cambio EUR/USD.

Per rendere il confronto più immediato, entrambe le serie sono state normalizzate allo stesso livello iniziale, così da evidenziare esclusivamente la differenza di performance nel corso dell’anno. Come si può osservare chiaramente dal grafico, con il passare dei mesi si crea una divergenza sempre più marcata tra le due curve: mentre l’indice espresso in dollari continua a registrare nuovi massimi, la versione convertita in euro cresce molto più lentamente.

Il motivo di questa differenza risiede nell’andamento del cambio EUR/USD, che nel corso del 2025 ha visto un rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro. In presenza di un euro più forte, infatti, ogni dollaro di guadagno generato dall’indice statunitense vale meno una volta convertito nella valuta europea.

Nel complesso, l’S&P 500 ha chiuso il 2025 con una performance di circa +17,9% in dollari, mentre per un investitore che ragiona in euro il rendimento si è ridotto a circa +4,2%. Questo significa che oltre dieci punti percentuali di performance sono stati erosi esclusivamente dal movimento del cambio.

Figura 2 – Confronto tra S&P 500 in dollari (rosso) e S&P 500 convertito in euro (blu) nel 2025.

Rischio di cambio nel lungo periodo: quanto incide davvero sui rendimenti

A questo punto può sorgere una domanda piuttosto naturale: ha davvero senso preoccuparsi del rischio di cambio nel lungo periodo? Per provare a rispondere, possiamo osservare i rendimenti storici dell’S&P 500 da due prospettive diverse.

Considerando i dati a partire dai primi anni ’90, l’indice americano ha registrato un rendimento medio annuo di circa 10,8% se osservato nella sua valuta locale, cioè il dollaro statunitense. Se però analizziamo lo stesso indice dal punto di vista di un investitore europeo, convertendo quindi le performance in euro, il rendimento medio annuo risulta essere molto simile, pari a circa 11%.

Questo dato non deve essere interpretato come una dimostrazione che sia necessariamente meglio esporsi o meno al rischio di cambio. Piuttosto, suggerisce che nel lungo periodo l’impatto della valuta tende in larga parte a compensarsi, lasciando il rendimento complessivo dell’investimento relativamente invariato.

Un risultato che, in fondo, è coerente anche con quanto osservato in precedenza analizzando l’andamento del cambio EUR/USD. Come mostrato nel grafico, il rapporto tra le due valute non presenta un trend strutturale di lungo periodo, ma tende piuttosto ad alternare fasi di rafforzamento e indebolimento che nel tempo si compensano.

Questo non significa però che il cambio sia irrilevante. Nel breve e medio periodo le oscillazioni valutarie possono comunque generare differenze anche molto significative nei rendimenti, come nel caso del 2025, dove il rafforzamento dell’euro ha ridotto in modo sensibile la performance dell’S&P 500 per un investitore europeo. È importante però sottolineare che la tendenza alla compensazione dei movimenti valutari nel lungo periodo è un fenomeno che si osserva soprattutto tra valute relativamente stabili e appartenenti a grandi economie, come nel caso dell’euro e del dollaro statunitense.

Esistono tuttavia alcune eccezioni interessanti. Anche valute appartenenti a economie solide possono attraversare movimenti direzionali molto marcati per lunghi periodi. Un esempio recente è rappresentato dallo yen giapponese, che negli ultimi anni ha registrato un indebolimento piuttosto deciso rispetto al dollaro, pur trattandosi della valuta di uno dei paesi economicamente più stabili al mondo.

La situazione può invece essere ancora più estrema quando si considerano valute appartenenti a economie emergenti, dove dinamiche inflazionistiche o instabilità economiche possono generare svalutazioni molto più marcate e persistenti nel tempo. Basti pensare a esempi come la lira turca o, in alcune fasi storiche, il rublo russo.

Come coprire il rischio di cambio negli investimenti esteri

Alla luce di quanto visto finora, è naturale chiedersi se sia possibile ridurre o eliminare il rischio di cambio quando si investe in mercati esteri. In effetti, esistono diverse strategie che permettono di farlo.

Una possibilità consiste nell’utilizzare strumenti finanziari specifici per la copertura valutaria, come ad esempio contratti future sulle valute, che consentono di compensare le variazioni del tasso di cambio. In alternativa, negli ultimi anni si sono diffusi anche ETF con copertura valutaria (currency hedged), progettati proprio per neutralizzare l’impatto delle oscillazioni del cambio sul rendimento dell’investimento.

È importante però tenere presente che queste strategie non sono gratuite. In tutti i casi la copertura valutaria comporta infatti un costo, che può derivare dai costi operativi degli strumenti utilizzati o dalle commissioni applicate dai prodotti finanziari.

Per questo motivo la scelta se coprirsi o meno dal rischio di cambio dipende in larga misura dagli obiettivi del singolo investitore, dall’orizzonte temporale del suo investimento e dalla valuta base del suo Paese. Come abbiamo visto, nel lungo periodo l’effetto della valuta tende spesso a compensarsi, mentre nel breve termine può generare differenze anche importanti nei rendimenti. Stabilire se valga la pena sostenere il costo della copertura diventa quindi una valutazione che ogni investitore deve effettuare sulla base della propria strategia e della propria tolleranza al rischio.

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Alla prossima,

Andrea Unger

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