E alla malaburocrazia chi ci pensa? Nessuno, anche stavolta. Nella manovra economica non ci sono misure volte a semplificare, eppure ce ne sarebbe bisogno come il pane. Sia per le imprese sia per i cittadini. Ma purtroppo da anni è un cancro che non si vuole né analizzare né provare a curare.
In un convegno realizzato a Milano lo scorso 22 novembre dall’associazione Competere e dal titolo: “La sfida della semplicità. Come ritornare competitivi nel mondo”, mi hanno colpito due dati su tutti:
1) Il 30% del tempo delle risorse umane viene impiegato in attività di anti corruzione e compliance.
2) Mediamente un’azienda è costretta a effettuare 15 diverse tipologia di pagamento per un totale di 269 ore consumate.
fiscoIn una parola sola: burocrazia.
Secondo l’indice Doing Business, che analizza la disciplina normativa e fiscale che si applica alle imprese, l’Italia è costantemente agli ultimi posti tra le vecchie economie più avanzate. Nell’edizione del 2020, per esempio, occupa appena la 58esima posizione: venti punti sotto gli altri Paesi del G7. I mali dell’Italia sono essenzialmente tre: la complessità fiscale, la lentezza burocratica e la lentezza giudiziaria. Ma sono temi che difficilmente trovano spazio nell’agenda politica di un governo. O meglio, durante la campagna elettorale i partiti si ripromettono di risolverli, ma poi finisce tutto in una bolla di sapone.
Eppure di casi emblematici ormai ne succedono uno al giorno. Dal commerciante che vuole aprire un supermercato ma che all’improvviso viene bloccato perché la Regione cambia le norme e blocca le nuove domande per almeno sei mesi al povero contribuente che per due centesimi di differenza d’imposta riceve una multa da 60 euro di cui 51 euro di sanzioni amministrative, 8,75 euro di spese di notifica ed emissione atto, 0,23 euro di arrotondamento. Storie di tutti i giorni, direbbero i Pooh. Storie di ordinaria follia burocratica.
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