Effetto Vendola, rispunta Tonino…

d  alema 1 2L’immagine di Nichi Vendola che stappa lo spumante dopo aver stravinto con più del 70% le primarie del Pd in Puglia, resterà impressa a lungo nella memoria del popolo di centro-sinistra e di sinistra. Nichi il comunista che se n’era andato con Fausto Bertinotti, il governatore da cacciare per far posto al candidato locale deciso dal vertice del partito a Roma,  il deputato del Pd Francesco Boccia, graditi all’Udc di Casini. Per il segretario Bersani e soprattutto per Massimo D’Alema, il risultato delle primarie pugliesi rappresenta, più che una battuta d’arresto, una Caporetto politica. E’ il risultato non tanto e non solo di una confusa strategia a livello locale, quanto della guerra dei lunghi coltelli in corso  cnel Pd, la continuazione dello scontro congressuale con altri mezzi. Massimo D’Alema si è sfogato affermando che è come se una squadra tifasse per gli avversari.  Accusa, la sua, rivolta  ai veltronian-franceschiniani che hanno giocato tirando nella porta del pd e facendo gol, insomma. Facendo segnare una battuta d’arresto pesante al progetto di de-veltronizzazione politica del partito con la costruzione di un centro-sinistra “diverso”.  Ma Vendola e chi lo ha appoggiato ha distrutto il laboratorio  del nuovo centro-sinistra. Anche se ora i fratelli coltelli del Pd rischiano di rimanere con i cocci in mano, con Casini che correrà dal solo con la Poli Bortone come candidata che di affretta a rassicurare i mancati alleati: gli accordi siglati con i democratici nelle altre regioni restano validi.

Così l’Udc è l’unico partito che recita tre parti in commedia: in alcune regioni si allea con il Pdl, in altre con il Pd, in Puglia corre da solo. “Voglio ringraziare Boccia e D’Alema che si sono assunti la responsabilità di portare avanti una linea minoritaria rispetto al populismo oggi imperante”, ha detto Casini, lo chef dei “due forni” che evidentemente non ha comunque gradito la trombatura di Boccia che ridà fiato alla sinistra identitaria che rafforza i nemici del progetto dalemiano e mette i bastoni fra le ruote anche all’Udc.

L’effetto Puglia infatti ha rafforzato gli avversari del leader Maximo. E l’Italia dei Valori che esulta, come dice Luigi De Magistris: “La vittoria di Nichi Vendola è un monito a tutta la classe politica nazionale e locale. Una lezione di democrazia in cui viene affermata una verità innegabile: non c’è strategia o laboratorio politico-elettorale che si possa imporre dall’alto, passando sulla testa dell’elettorato e decidendo nelle segrete stanze del potere”.

E se si aggiunge la vicenda Delbono si capisce in quali difficoltà si sia avvitato il Pd. Quello delle dimissioni del sindaco di Bologna per il “Cinzia gate” è un colpo durissimo, condito dal balletto del “non mi dimetto” seguito poi dal “mi dimetto” messo in scena dal sindaco prodiano, immediatamente mollato da Prodi per evitare ulteriori danni.  Insomma, tempi duri si preannunciano per il Pd, il partito che non c’è, perché la vicenda pugliese dimostra che “l’amalgama” tra riformisti e giustizialisti non è possibile e se l’assalto politico a Berlusconi è completamente fallito e si va avanti sull’onda dell’ opposizione giudiziaria (che non ha certo pagato…), a Bersani non resta che individuare un nuovo nemico per compattare il partito attorno alla sua segreteria almeno fino alle elezioni Regionali. Poi si vedrà.

Attacco alla Lega Il bersaglio (in sintonia, attenzione, con Di Pietro): la Lega. Lo ha annunciato alla direzione del Pd: “Apriremo un fronte contro la Lega, siamo noi il partito del territorio. La Lega campa sui problemi, non sulla loro soluzione”.  Per dimenticare l’effetto Vendola… e quello Delbono.

Contrordine compagni: stiamo con Di Pietro E come da copione Pd e Idv tornano alleati, Bersani e Tonino rilanciano il patto di ferro. E’ questa la “nuova” strategia del Pd. Alleanza per le elezioni regionali  ma anche per il dopo regionali  perché “tra di noi ci sono comuni convinzioni sul profilo politico, per questo lavoriamo ad una coalizione larga e a uno schieramento competitivo con il centrodestra”. “Vogliamo un’ alleanza per l’oggi e per il domani, di programma, non basata su mere questioni elettorali” ha aggiunto Di Pietro che passa all’incasso ed esce dall’isolamento in cui si era cacciato. “L’ Idv si assumerà una maggiore responsabilità di partecipante alla coalizione - promette -, non sarà più un isolato oppositore e rispetterà le istituzioni di garanzia”. Insomma, questa è l’alternativa di governo che Bersani propone agli italiani. Dopotutto l’aveva detto: “Farò il segretario a modo mio”. O come deciderà Tonino? Che sia lui, alla fine, l’uomo nuovo del Pd? In fondo ha lanciato un’Opa sui democratici…

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (11 votes, average: 4.09 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

A chi i voti del Pd? A noi…

1di pietro Il 2009 si è chiuso con le invettive e gli insulti di Antonio Di Pietro contro Silvio Berlusconi e il 2010 si è aperto con l’attacco di Antonio Di Pietro al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “reo” di aver detto qualcosa di sensato sulle riforme condivise necessarie al Paese. Non solo, anche De Magistris (ex pm comeTonino) si è cimentato nel tiro al Cavaliere, invitato ad auto-esiliarsi nelle caraibiche isole Cayman  (con ovvia smentita-non smentita del giorno dopo). Il partito dell’odio e dei giustizialisti in servizio permanente effettivo (contro una sola parte ovviamente, che non è la loro) è salito nuovamente sul pulpito dei “Savonarola de noantri”, sparando ad alzo zero sul solito bersaglio (operazione che ormai appare stucchevole e con le poleveri bagnate, visti i sondaggi in salita per Berlusconi e per il governo). Ma a loro non importa niente.

Come ho già scritto, il bersaglio non è tanto il Cav quanto Bersani, il segretario del Pd (e D’Alema) e il presunto bottino elettorale che Di Pietro e De Magistris tentano di conquistare (per poi regolare i conti fra loro due, sia chiaro). La domanda è: ci riusciranno? A pelle risponderei: no. Ma un risultato intanto l’hanno ottenuto: paralizzare il Pd saldando la loro offensiva con quella delle quinte colonne nel Pd, i grandi sconfitti di successo prima alle urne e poi nel partito: Veltroni e Franceschini. Usciti subito allo scoperto (con la Bindi) per giocare l’unica partita che sanno giocare: la guerra al vincitore (Bersani in questo caso).

Così il Pd “riformista” e dialogante, attento alle parole e ai richiami di Giorgio Napolitano, si trova a dover combattere su due fronti: quello esterno (Di  Pietro e De Magistris)  e quello interno (Veltroni e Franceschini) . Il partito dell’odio assedia Bersani evuole la sua capitolazione senza condizioni. Tutto qui (e non è poco). Impensabile, per i giustizialisti della nuova destra e per i finto buonisti ex comunisti, i catto-comunisti (mai diventati ex) e gli ex della sinistra Dc che in questo paese si possa solo pensare a un accorso tra centrodestra e centrosinistra sulle riforme… Non s’ hanno da fare, guai a dialogare con l’odiato Berlusconi. Nemmeno se il dialogo è nell’interesse dell’Italia e degli italiani. Piuttosto muoia Sansone con tutti filistei… E se anche Fini dà un aiutino… Tutto serve, in nome del cinismo politico, partitico e personale.

E’ da questo che parte la difficile e rischiosa sfida di Bersani: tenere insieme la forza elettorale del Pd, nonostante Di Pietro-De Magistris e la corrente giustizialista del Pd (Veltroni-Franceschini-Bindi). Quanto costerebbe una rottura con loro, in termini elettorali? E’ su questo punto che si parrà la nobilitate e la statura politica di Bersani (e di chi l’appoggia): serve una scelta coraggiosa, da statista. Scelta di difficile ma che è l’unica per riscostruire un’opposizione legittimata a governare senza bisogno di demonizzazioni di Berlusconi e senza far ricorso a toni che ricordano una guerra civile (per ora) fatta di di slogan ad usum degli odiatori.  Riusciranno i  moderati del centrosinistra nell’impresa? E soprattutto avranno forza e volontà per combattere questa battaglia?

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (20 votes, average: 4.7 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

L’odio e l’ipocrisia

This ima 1 Le parole sono come pietre che, nel caso dell’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si sono materializzate sotto forma statuina del Duomo di Milano. Le parole d’ordine violente e le campagne politico-mediatiche contro il “Grande Nemico  da Abbattere”. In fondo, per gli odiatori professionisti (o i professionisti dell’odio) da un certo momento in poi qualunque mezzo è buono… Brutta giornata, ieri per la nostra democrazia. Basta riflettere sulle migliaia di adesioni di apprezzamento per “l’ eroe” Tartaglia su Facebook che fanno il paio con quelle messe in piedi di recente (e poi chiuse)  da chi voleva semplicemente “far fuori” il premier.  Le parole d’ordine violente generano violenza. E’ una tragica “banalità” su cui c’è poco da dire.  Ripetute come un mantra  travalicano e annullano il sottille confine che separa lo scontro politico da un altro tipo di scontro. Chi ha vissuto gli Anni di piombo ne ha coscienza politica e civile. La politica dovrebbe davvero fare un passo indietro dimostrando “responsabilità” perché non più tempo si “se”, “ma” e “distinguo” che suonano ipocriti.
Mi limito a proporre alla riflessione - ripeto: riflessione - dei blogger quello che hanno detto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori (che ha definito Berlusconi un “istigatore”) e Rosy Bindi, presidente del Pd.
Antonio di Pietro (a 24 Mattino su Radio 24) “Non intendo dare alcuna scusante all’aggressore (di Berlusconi, ndr) . È un malato di mente che deve rispondere del suo gesto criminale. Ma non intendo iscrivermi al club dei buonisti di convenienza e degli ipocriti”. “È vero che il clima di odio deve cessare ma non può essere usato ciò che è accaduto per fare da lavacro, da spugna nei confronti di una politica governativa irresponsabile nei confronti dei cittadini. Io faccio parte di chi dissente totalmente dalle politiche del governo Berlusconi. Dissentivo ieri e oggi, anche dopo quello che è successo. Non intendo cambiare la mia posizione per un fatto grave, che condanno e deploro, e dire che dobbiamo avallare le politiche governative. Questa è ipocrisia allo stato puro. È vero o no che c’è esasperazione sociale nel Paese? È inutile che ve la prendiate con me è come se ve la prendete col medico che vi dice che c’è un tumore, prendetevela col tumore”. A chi gli chiedeva se neppure davanti a quella faccia insanguinata non si debba fare un passo indietro Di Pietro ha replicato: “Di fronte a quella faccia insanguinata dobbiamo stare zitti? Allora non fatemi le domande e io non do le risposte. Ma se davanti a quella faccia insanguinata devo dire che le politiche di questo governo sono state fatte bene e abbiamo sbagliato a contestarle, state tranquilli che non lo dico”. Poi: “Questo è un governo che sta portando avanti una politica piduista perchè fa interessi di persone che hanno occupato il potere per ragioni personali, fascista e un pò xenofoba perchè applica due pesi e due misure a seconda del colore della pelle, dello stato sociale”.

Rosy Bindi (al quotidiano La Stampa) In un’intervista il presidente del Pd ha detto tra l’altro: “Questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi una vittima”. “Questi gesti vanno sempre condannati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo Paese, alla fine…”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro
sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il Paese”. In una successiva dichiarazione, il presidente del Pd, ha precisato che “se si vuole fare una onesta riflessione sul clima politico tutti devono sentirsi responsabili. Anche il presidente del Consiglio e la sua maggioranza che a mesi cercano di dividere il Paese con pesanti attacchi al presidente della Repubblica, alla Corte costituzionale, alla magistratura e a Parlamento”.
Forse Bersani dovrebbe dire qualcosa di chiaro a proposito della parole pronunciate dai due reduci del No B Day, soprattutto a Rosy Bindi, che l’ex presidente Cossiga definisce una perfetta “giacobina cattolica”.

Nota: Il segretario del Pd ha visitato Berlusconi all’ospedale San Raffaele e ha ripetuto le parole di condanna e solidarietà già espresse subito dopo l’aggressione. Poi a margine dell’assemblea degli amministratori locali del Pd, rispondendo in merito alle dichiarazioni della Bindi ha detto: “Noi siamo tutti convinti, parlo per il Pd, che ogni gesto di violenza va rifiutato e che bisogna prendere un profilo di civiltà politica e serietà, correttezza nel confronto politico anche quando è aspro e radicale. Su questa linea c’è tutto il Pd e quindi io parlo per il Pd”. Rosy Bindi dunque ha parlato per Rosy Bindi.

Ora, aggiungo, Bersani (che è persona seria) dovrebbe dire qualcosa anche a Di Pietro (ma anche la sua sodale Sonia Alfano ha straparlato alla Tonino rincarando se possibile la dose), oppure il silenzio andrebbe interpretato come l’inizio di un cammnino di distacco del Pd dal partito girotondin-giustizialista? Sperem…

Ed ecco cosa ha detto Antonio Di Pietro alla Camera il 15.12.2009 (Agenzia ANSA)
“Noi non facciamo opposizione in odio a Berlusconi ma per amore del nostro Paese. È per amore del nostro aese che da quindici anni ci battiamo contro provvedimenti che offendono le coscienze”. Lo ha detto il leader dell’Idv Antonio Di Pietro parlando in Aula alla Camera durante l’informativa sull’aggressione al presidente Berlusconi.  “Questo crea odio - ha aggiunto - questo arma la mano istigata da problemi di una maggioranza e un governo che piegano il Parlamento a proprio uso”. “Se volete rispettare il dettato del presidente della Repubblica - ha detto ancora Di Pietro - allora basta con i provvedimenti che servono a non far rispondere alla giustizia chi dovrebbe. Non si può accettare che in nome del voto popolare si possa violare la Costituzione. Ecco perchè non accetteremo in nome della pacificazione sociale che voi possiate fare ciò che vi pare e piace”. “Continueremo a fare opposizione e non si spacci per violenza la nostra opposizione, respingiamo il tentativo squallido di squalificarci per far passare in cavalleria quello che avete fatto finora: governare non in nome del Paese ma di una lobby piduista. Siete andati al governo per interessi personali e noi continueremo a fare la nostra opposizione oggi e domani più di prima e nella stessa forma di prima”.
Capito chi è il Nemico?

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (38 votes, average: 4.39 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

Ma Bersani non è Trotzskij…

FISCO  Bersani Archiviato il “No B Day” antiberlusconiano, si può ragionare sulla vera posta in gioco al centro della manifestazione “viola” (colore infausto) che ha visto in prima fila Antonio Di Pietro e pezzi importanti del Partito democratico con il presidente del partito, Rosi Bindi in piazza assieme a Dario Franceschini. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani non ha voluto saperne di coinvolgere il Pd nella piazzata ad personam contro il presidente del Consiglio e il fatto che sia subito diventato il bersaglio dell’Idv, degli sconfitti alla segretaria piddina, della sinistra giustizialista, di quella non rappresentata in Parlamento, dei girotondini in qualche modo resuscitati (c’era anche il buon Moretti), la dice lunga sullo scontro in atto nel sinistra-centro. 

Il leader dell’Alleanza per l’Italia, Francesco Rutelli, sostiene che a dettare l’agenda della politica del Pd è Antonio Di Pietro, motivo non ultimo della sua fuoriuscita dal partito e di quella di altri esponenti dell’ala cattolico-moderata. Il “No B Day”, per come è stato declinato politicamente, conferma questa tesi, con Il Pd che in questo momento è stretto nell’abbraccio dell’Idv, alleato concorrente-scomodissimo, che potrebbe rivelarsi mortale. Ma c’è un’altra considerazione da fare: il “No B Day” è stato l’occasione giusta per chi è stato sconfitto da Bersani e D’Alema, per mostrare i muscoli. Basta pensare al rientro in gioco di Walter Veltroni che lo ha pubblicamente attaccato: “E’ sbagliato mostrarsi diffidenti…” verso quella piazza che invece Giorgio Merlo del Pd non ha esitato a definire urlante e forcaiola. L’occasione era ghiotta, ma Bersani non ha abboccato e il “trappolone” non è scattato. Buon per lui.

Doppio scontro, insomma, dietro a quella piazza nata su internet ma in realtà “occupata” da Tonino. Scontro tra riformismo moderato e neo-massimalismo “arrabbiato”. Così la plaetea di chi vuol dettare l’agenda al Pd si allarga ad “avversari” interni ed esterni. A questi ultimi va anche aggiunto il direttore di Repubblica Ezio Mauro, sceso in campo direttamente contro Bersani, a ribadire il ruolo della testata debenedettiana anch’essa impegnata a dettare l’agenda del Pd.  Tutti hanno capito che Bersani non è contiguo (politicamente e culturalmente) a quella piazza che ricorda, per usare una definizione mai morta, la sinistra trotzkista, e quindi era importante delegittimare subito la leadership piddina ancora oggettivamente debole, ma decisa a cambiare toni e caratura del “modo” di fare opposizione, con l’occhio attento agli elettori centristi e ai ceti produttivi e moderati senza i quali le elezioni non si vincono (del resto per due volte è sceso in campo Romano Prodi).

 Il Paese non cerca avventure, ma chiede certezze e stabilità, riforme e sviluppo. Difficile pensare a uno scontro elettorale diretto fra Berlusconi e Di Pietro… Anche chi ha portato alla manifestazione il cartello con scritto “meno male che Fini c’è”, non ha fatto altro che confermare quanto sia dura la lotta (e la confusione) nell’opposizione che bisogni di invocare “addirittura” un Fini…  E’ qualcosa che va al di là della tradizionale dialettica interna e degli scontri fra leader. La lotta, più che contro il Cav è per “occupare” la trincea dell’opposizione. Lo scontro è solo all’inizio. Vedremo se Bersani - che di sicuro non vuol fare la fine, in senso politico, di Trotzskij, sarà l’ennesimo “perdente di successo” o se la politica italiana ritroverà quell’equilibrio che è la condizione sine qua non fare le grandi riforme che servono al Paese.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (19 votes, average: 4.32 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

Bersani faccia il “No AdP Day”

208242 P Mi chiedo cosa vuol dire, come ha detto il segretario del Pd Bersani, “verificheremo le parole d’ordine”. Il tosto emiliano si riferisce alla partecipazione o meno al No B Day, la manifestazione (l’ennesima) degli anti-berlusconiani doc, quelli “arrabbiati” e apocalittici con il solito Antonio Di Pietro in prima linea nella piazzata anti Cav pronto a metterci il cappello (anzi l’elmetto sopra). Ha ragione il quotidiano Europa a scrivere che il Pci non sarebbe mai andato a una manifestazione dell’estrema sinistra… Mi chiedo che fine ha fatto la vecchia scuola politica del Pci che usava parole d’ordine “nette e conclusive”. Capisco che Bersani abbia problemi (i soliti) con la componente giustizialista e antigovernativa del Pd. Capisco che ci voglia in questo momento coraggio a pronunciare un no. Non un “ni” che suona come inconcludente e ambiguo. Bersani ha detto di voler fare il segretario a modo suo. Ma è forse questo? Marciare divisi (ma non troppo) per colpire uniti il bersaglio di sempre?

E’ vero che ha risposto ad AdP dicendo che il Pd non accetta lezioni di antiberlusconismo, ma non c’è una chiusa alla sua frase: no, questo non è il nostro modo di fare opposizione. Il Pd, quello ufficiale,  non andrà, anche se Di Pietro afferma di essere disposto a cedere la primogenitura della manifestazione. Che generosità, la sua, mentre sul suo blog lancia il decalogo del No B Day (lo lascia in eredità al Pd?). La verità è che Bersani non ha ancora la forza per concepire uno strappo netto tra prima e dopo il cambio di segreteria. Ricordate? Anche Veltroni e Franceschini promettevano un’opposizione dialogante, costruttiva e non faziosa che si è infranta contro la diga eretta “dall’altra opposizione” politico-mediatica (anche via Tv di Stato). Ed è andata com’è andata: allineati e coperti. E sconfitti, aggiungo. Vabbè che Bersani ha detto “tranquilli compagni, fra dieci anni vinceremo”.

Se è vero che Bersani cerca altre strade, nuove alleanze e vuol costruire un’immagine del Pd come futura forza governativa e alternativa al Pdl e alla Lega forse dovrebbe dare davvero un segno di cambiamento, di esercizio della leadership. Dice di voler praticare un’antiberlusconismo diverso da quello di Adp. Forse questa è l’occasione per dimostrarlo davvero. Anche perché Tonino alza la posta e chiede che “almeno i dirigenti del Pd prendano le distanze da quanti, appena usciti dal partito, si sono già dichiarati filo-berlusconiani”. Il riferimento è Francesco Rutelli che ha osato dire: “Se condannato, Berlusconi non deve dimettersi”. Di Pietro insomma, vuol dettare linea a agenda politica del Partito democratico. Vedremo se davvero Bersani lo lascerà fare, senza ambiguità.
Un modo ci sarebbe: il Pd potrebbe iniziare a chiarire le cose facendo un No Adp Day

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (18 votes, average: 3.94 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

Se la sinistra fa le domande a Tonino

z pietros Antonio Di Pietro e il suo partito, l’Italia dei valori, finiscono nel “mirino” di Micromega, la rivista diretta Paolo Flores d’Arcais, che rivolge dieci domande ai parlamentari dell’Idv. Domande su etica politica e coerenza rispetto a quanto detto da Antonio Di Pietro, con l’occho alla democrazia interna e al “partito dei magistrati”, ma anche… al leader dell’Idv, con annessa richiesta di scegliere il nuovo segretario con le primarie.

A porre le domande, due collaboratori di Micromega: Salvatore Borsellino (fratello di Paolo, morto nella strage di via D’Amelio) e il giornalista e scrittore Andrea Scanzi. Persone -scrive nella premessa del direttore - che hanno storie “diversissime”, ma che pur nutrendo speranze nell’apporto dell’Idv nel rinnovamento dell’opposizione “ritengono che dai vertici del partito fin qui risposte sufficientemente chiare non siano arrivate”. Secondo Borsellino, in particolare, le affermazioni di Di Pietro ci sono problemi non risolti in merito alle candidature e non è sufficiente l’affermazione che solo 32 eletti provengono da esperienze politiche precedenti perché molti “dimostrano, se non altro, una spiccata tendenza all’opportunismo e al trasformismo”. Bisogna quindi assicurare ai giovani che si riconoscono nel movimento delle “Agende Rosse” che l’Idv sia davvero il partito della giustizia, della legalità, della società civile. Infine viene chiesto ai parlamentari se non ritengano che occorre “dare una ulteriore spinta alla ‘democratizzazione’ interna” prevedendo l’elezione del segretario tramite “primarie”.

Andrea Scanzi chiede che scatti una vera “appartenenza” all’Idv che invece “oggi è diventato il privilegiato approdo di molti delusi da sinistra, più per demeriti altrui che per meriti propri”. L’immagine del partito, poi, coincide con Di Pietro e De Magistris, entrambi ex magistrati: “E’ normale o piuttosto il segnale che il ‘giustizialismo’ può diventare un assillo, quasi una devianza patologica?”. Scanzi sottolinea anche “il fastidio” con cui l’Idv ha accolto l’inchiesta di MicroMega sulla questione morale nel partito, che pure indica il tema come centrale nella politica: “Non è per questo particolarmente sbagliato minimizzare i problemi interni (per quanto inferiori alla media)? Non avvertite l’esigenza di dimostrare che le Sonia Alfano e i Gianni Vattimo non erano specchietti per le allodole?”. Infine: “L’Italia dei Valori prospera per la risibile debolezza del Pd e perché il bipolarismo italiano è drammaticamente atipico: non centrosinistra e centrodestra, ma berlusconiani e antiberlusconiani” ma, conclude, “cosa farà l’Italia dei Valori quando Berlusconi non ci sarà più? Non è un partito che, paradossalmente, per prosperare ha bisogno anzitutto del Nemico?”.
Scontro tutto interno alla sinistra, questo, segnale delle contraddizioni sempre più forti che scuotono l’Idv, segnato da tempo dalle polemiche interne sullagestione del partito, dal braccio di ferro fra Di Pietro e De Magistris, dall’insofferenza per le uscite e il toni forti di Tonino. Che qualche problema evidentemente ce l’ha se anche dall’esterno si cerca di condizionare la linea del partito fra spinte giustizialiste ed “entrismo”.

Intanto c’è chi se ne va deluso E’ stata ufficializzata l’uscita dall’Italia dei valori di 23 esponenti molisani del partito, tra i quali il senatore Giuseppe Astore (ex coordinatore regionale dell’Idv), il consigliere regionale Massimo Romano e Erminia Gatti (candidata alle Europee). La decisione è successiva all’annuncio dell’ingresso nell’Idv di diversi ex iscritti al Pd che sono stati recentemente espulsi dal partito di Bersani. “Rivendichiamo il coraggio - hanno spiegato i dissidenti - di aver assunto una pur dolorosa decisione di coerenza. E lo facciamo innanzitutto per rispetto dei nostri elettori, ai quali abbiamo raccontato che Italia dei valori rappresentava una speranza: eravamo in campo per un ricambio della classe dirigente, per un rinnovamento della politica e del modo di concepire la cosa pubblica, per una alternativa di uomini e di costumi, non certo per offrire un approdo agli itineranti della politica che approdano oggi in quel partito che hanno avversato e contro il quale si sono scagliati, dopo averle tentate tutte (dapprima al Comune di Campobasso con ‘Nuova primavera democratica’, da ultimo le primarie del Pd) e dopo essere stati sonoramente bocciati dall’elettorato. Se agissimo per un puro calcolo opportunistico, non avremmo nessuna difficoltà a restare nella casa che abbiamo contribuito a costruire”.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (20 votes, average: 3.2 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

L’Europa e il crocifisso negato

gesu Altro che richiamo alle radici cristiane dell’Europa, prima di tutto bisogna togliere, cancellare, il crocifisso dalle classi. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo. Per sentenza. Sembra di ricordare quel “volete Gesù o Barabba?”… “Laicamente” la Corte ha deciso che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche è “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” ed è anche una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Il caso è stato portato davanti alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiestoall’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule.  A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

Cito papa Giovanni Paolo II: “Chiesa ed Europa sono due realtà intimamente correlate nella loro essenza e nel loro destino… Dobbiamo riaffermare che il Vangelo è ancora un riferimento fondamentale per l’intero Continente”. E ancora: “L’unità dei popoli europei, se vuol essere duratura, non può però essere solo economica e politica. Come ebbi a ricordare nel mio pellegrinaggio a Campostella, nel novembre del 1982, l’anima dell’Europa resta anche oggi unita, perché fa riferimento a comuni valori umani e cristiani. La storia della formazione delle Nazioni europee cammina di pari passo con l’evangelizzazione. Pertanto, nonostante le crisi spirituali che hanno segnato la vita del Continente sino ai nostri giorni, la sua identità sarebbe incomprensibile senza il Cristianesimo”.

Cito papa Benedetto XVI: “‘L’Europa  sarà realmente sé stessa solo sapendo conservare l’originalità che ha costruito la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, domani, uno degli attori maggiori nella promozione dello sviluppo integrale delle persone che la Chiesa cattolica considera come l’unica via capace di rimediare agli squilibri presenti nel mondo”. Se viene meno il riferimento all’eredità cristiana europea, c’è il rischio che i valori fondanti della tradizione europea possano essere strumentalizzati da individui o gruppi di pressione desiderosi di far valere degli interessi particolari a svantaggio di un progetto collettivo” che ha come obiettivo principale ”la cura del bene comune degli abitanti del continente”.

Il Cristo morto in croce, il simbolo della tolleranza e del perdono “viola la libertà di religione degli alunni”,  è una minaccia alla libertà dei genitori nelle scelte educative. Un simbolo da cancellare nelle scuole. Semplicemente. Ormai si va oltre il relativismo e si pensa di imporre dall’alto delle sentenze la laicizzazione dello Stato in nome di un multiculturalismo fintamente democratico come se l’identità dei popoli fosse un “incidente della storia”. E’ questa, mi chiedo, quell’Europa non solo economica ma anche dei valori sognata da De Gasperi, Schumann, Adenauer?
Voi che cosa ne pensate?

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (75 votes, average: 3.95 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

I dolori del “giovane” Bersani

bersanov3 Il risultato (straprevisto) delle primarie del Pd, che hanno incoronato Pier Luigi Bersani segretario del partito democratico, ha iniziato a produrre i loro effetti non appena lo sconfitto Dario Franceschini ha dato l’annuncio della vittoria dell’uomo di Massimo D’Alema. Vittoria netta (oltre il 53% dei consensi) che ha fatto seguito a quella nei congressini degli iscritti al partito. L’avevo scritto diverse volte, sul blog, che sarebbe successo ed è successo. L’ex Pci-Pds-Ds ha battuto l’ex Dc-Ppi. A Franceschini (e ai Ds) non è bastato l’appoggio rosso-sfumato di Fassino per mascherare lo scontro fra ex Pci ed ex Dc (il terzo incomodo, Marino, ha raccolto più che altro i “movimentisti” piddini). E così la sinistra riparte dall’accoppiata Bersani-D’Alema, il vero stratega del suo successo che ha ribaltato il Veltroni-pensiero, ora definitivamente sconfitto.

E sono iniziati i dolori per il segretario del “partito mai nato”, con l’ulivista Parisi che ha chiesto prentorio: “Ora ci dica qual è la sua linea politica”. Con Francesco Rutelli pronto all’ennesimo salto della quaglia con approdo “nell’area” Casini anche se “non subito e non da solo” e che si dice pronto a “iniziare un tragitto differente, unendo persone diverse, che hanno culture diverse, che hanno capacità di mettersi al servizio operosamente che, per citare Aldo Bonomi, è l’Italia operosa e non l’Italia del rancore”. Anche se molti popolari non lo seguiranno nell’avventura a cominciare da Marini, Fioroni, Bindi e molti altri ex della sinistra Dc.

Bersani ha fatto come fece Fanfani, ha contato amici e nemici e alla fine il Pd riparte… dall’Ulivo ma anche dalla mtica “balena rossa” che sembra rimergere dalle profondità della politica italiana. Riparte dal pensierino sul gran ritorno di Prodi come presidente del partito (altrimenti è pronta la Bindi), riparte dall’idea di una coalizione “non ad excludendum” alleata con pezzi importanti di quella sinistra tagliata fuori da Walter Veltroni, convinto in questo modo (e sbagliava) che quell’elettorato alla fine sarebbe comunque approdato nel Pd. Insomma, è un ritorno al passato, cancellando anche gli infelici mesi della gestione dell’incosistente Dario Franceschini. Che sembra promettere una guerra interna al partito (non si sa quanto velleitaria nel lungo periodo).

Pd fra rischio scissioni, divisioni e tentativi di “reinclusione della sinistra-sinistra” insomma, all’insegna del neo-ulivismo che segna, alla fine, un dato presiso: il ritorno al comando, l’egemonia ritrovata, dell’ala più forte degli ex Psci-Pds-Ds di storia, tradizione e cultura comunista.  Come voleva il leader Maximo, del resto. Torna un certo modo di interpretare la politica segnato anche dalla sonora sconfitta della velleitaria lista finto-giovanilistica del duo Serracchiani-Sassoli. E si aprono nuovi spazi centristi e anti-bipolaristi per chi sogna una “rifondazione bianca”, non più balena ma almeno balenottera in grado fare da ago della bilancia (inizialmente nel centro-sinistra, poi si vedrà…).

Senza contare l’improbo compito che dovrà affrontare Bersani: quello di regolare i conti con Antonio Di Pietro. Fatica degna di un Ercole della politica, questa, perché Di Pietro, leader dei giustizialisti-antiberlusconiani è pronto a dare battaglia, sostenuto da chi nel Pd farà la fronda più o meno scopertamente a Bersani. Vedremo come finirà, dopo i disastri seguiti all’avventura veltroniana e all’alleanza con Tonino.

Bersani, uomo concreto, ha già detto che il Pd deve puntare a costruire l’alternativa, non basta sentirsi solo opposizione, chiudersi nell’angolo e urlare porta solo a essere sconfitti da Berlusconi… Verissimo. I fatti lo dimostrano. Ora vedremo se avrà la forza e la voglia di abbandonare i toni antiberlusconiani e anti-italiani che hanno segnato violentemente gli ultimi mesi della politica dell’opposizione. Vedremo anche se avrà o meno l’appoggio del partito di Repubblica e di quello di Santoro. A proposito, a quando un bell’Annozero con un’intervista al trans amico di Marrazzo? Perché qui, caro Michele, si parrà la tua virtute…

“Sono il leader ma lo farò a modo mio…”. Ha annunciato Bersani, annunciando un cambio di passo. Vedremo come. Di sicuro  punterà sui temi della crisi, dell’economia, del lavoro e dell’occupazione, su temi più concreti di quelli basati sull’antiberlusconismo a prescindere (che nascondono mancanza di idee e di proposte concrete).  Punterà a dividere soprattutto su questi temi, il Pdl dalla Lega, magari cercando il dialogo con Fini e soprattutto con sindacati e Confindustria, oltre che con le associazioni delle pmi. Anche qui occorre aspettare e vedere.

Cosa che non sta facendo Berlusconi, che certo non è disposto a farsi prendere in contropiede su questo terreno e ha “commissariato” Tremonti perché la politica economica la decide il premier che dietro ha il suo partito, il Pdl. E perché è il premier che è stato eletto a furor di popolo ed è lui il garante del patto con gli elettori. Perché la baraonda politica, col rischio del tutti contro tutti che danneggerebbe il Paese, finisca al più presto. Perchè la politica è ripartita ma non deve tornare il triste e perdente rito del “teatrino”. Che gli italiani non paiono più disposti a tollerare. Primo banco di prova: le elezioni regionali di primavera.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (24 votes, average: 4.08 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

Chi censura Minzolini?

RAI VIGI I cantori della libertà di stampa (a senso unico), dopo essersela presa con Bruno Vespa, hanno messo nel mirino - come è stranoto - anche il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. A insorgere la sinistra ben sostenuta sulla Tv di Stato anche dal buon Santoro che non ha mancato di far sentire la sua voce in diretta ad Annozero sia contro il conduttore di Porta a Porta che contro il direttore del Tg1. Noto su questo punto che la mancanza di libertà di stampa denunciata dalla sinistra non impedisce che un giornalista a libro paga della Tv di Stato sia libero di attaccare altri giornalisti sempre a libro paga della medesima Tv di Stato. Ma tant’è. L’editoriale di Minzolini, critico nei confronti della manifestazione della Fnsi sulla libertà di stampa che il cupo regime berlusconiano impone all’Italia, ovviamente è finito davanti alla Vigilanza Rai. Una sorta di “processo” kafkiano dal sapore squisitamente politico. Il presidente della Rai, Sergio Zavoli, ha ricordato all’imputato Minzolini che tre direttori del Tg1 (tutti di espressione Dc)  Rossi, Fabiani e Longhi non si erano mai permessi di fare editoriali, in anni passati…

Affermazione vera, quella di Zavoli, per carità, ma monca: al Tg1 il buon Gianni Riotta infatti (area Prodi-Pd) si è cimentato più volte nell’esercizio dell’editorialista… per non dimenticare poi Sandro Curzi, l’inventore di Telekabul, il Tg3 di lotta. Allora dov’è lo scandalo Minzolini? Semplice, il Minzo  sbaglia a non fare il “Dc” (stando all’esempio di Zavoli), non sa che al Tg1 è vietato non pensarla come la sinistra, le famiglie italiane potrebbero spaventarsi. Ma in fondo per la sinistra italiana (quella del pensiero-unico-e giusto) gli editoriali sono equiparabili al missili di craxiana memoria, quelli rossi sono “buoni” e difendono la pace, gli altri invece… in fondo per qualcuno in Italia il Muro di Berlino non è mai caduto. Come i missili, gli editoriali di Santoro sono “buoni e giusti”, ma lui non dirige il Tg1 (nel qual caso magari farebbe come Rossi, Fabiani e Longhi). E, come dice Zavoli, Santoro fa una trasmissione di denuncia, è “monografico”. Definizione splendida: monografico forse perché è sempre contro Berlusconi? Spero proprio di no… Ma questa è la “loro” libertà di stampa.
Ecco allora i verbali del “processo” della Vigilanza a Minzolini. Buona lettura

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (26 votes, average: 4 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010

“Annozero” tra coppole e cattivo gusto

tonino Annozero atto terzo, dopo la D’Addario va in scena mafia & politica, nel teatrino cupo di Santoro dove si agitano la maschere della tragedia greca. Dopo la D’Addario si riparte dal Lodo Alfano  per riandare indietro nel tempo, fino al 1992 sull’asse Palermo-Roma e sulle verità nascoste. Cronaca di una trasmissione dal copione consueto e annunciato tanto nelle premesse quanto nelle conclusioni inevitabilmente scontate,  raccontate da Stefano Filippi nell’articolo sul Giornale, “Veleni e insulti a Berlusconi, è il solito circo Santoro” . Travaglio ha fatto Travaglio, Santoro idem e Antonio di Pietro ha recitato se stesso accusando come al solito Berlusconi (e chi se non il Grande Nemico?) definito a ruota libera “delinquente”…. “tecnicamente parlando”. Si parte da qui per arrivare a descrivere il Cav come un boss. Altrimenti che senso avrebbe una trasmissione libera sulla Tv di Stato dopo che si è urlato alla lesa libertà di stampa? Il megafono del pensiero unico antiberlusconiano è aperto alla rissa e all’insulto continuo insomma. Ormai Tonino è una specie di microfono aperto che spara contro tutti e tutto: da Napolitano a Berlusconi passando per il Pd e il Parlamento (l’importante che non si parli di politica e di cose da fare o dei problemini del suo partito o che non si vadano a rivedere le carte del Csm all’epoca delle sue dimissioni improvvise plateali da pm…). Peccato che non sia andato in trasmissione con la coppola in testa, così c’era tutto, in termini di spettacolo. In distillato d’odio del partito giustizialista ricorda la goccia che scava la pietra. C’è poco da commentare stavolta, e molto da riflettere.
Una cosa invece vorrei dirla sul vignettista Vauro. Mi chiedo cosa c’azzecchi la satira con il cattivo gusto.  Ha ragione Jole Santelli, componente della Vigilanza Rai che dice: “Superando quel limite la satira diventa volgarità e odio, mal celato dal pretesto di far sorridere. Vauro ha davvero superato il limite della decenza”. Sottoscrivo. Non so se Garimberti e Zavoli faranno altrettanto…

Il capitano Ultimo: “Annozero e le sue star il miglior esercito di Riina e della mafia”

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (27 votes, average: 3.93 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Alberto Taliani © 2010
Il Blog di Alberto Taliani © 2010