L’inizio di un anno nuovo é occasione per analisti politici e giornalisti di fare previsioni. Di preferenza negative perché meno pericolose. Se le cose vanno nella direzione ottimista opposta, nessuno biasimerà le Cassandre.
In questo momento di convulsione del mondo arabo stanno crollando alcune convinzioni che sembrano indistruttibili. La prima é che “senza la Siria non si fa la pace e senza l’Egitto non si fa la guerra”. E’ ancora possibile crederci dopo due anni di rivolta araba? Un’altra convinzione era che il cammino verso la pace nel conflitto palestinese dovesse seguire una “road map” diplomatica, una mappa, appunto in forma di “cornice” condivisa fra le parti garantita dalle grandi potenze e dall’ONU da riempire a poco a poco con dei contenuti di collaborazione concreti. Non ha funzionato per 20 anni .
A parte il fatto che i contenuti sono visti in maniera diversa dalle parti e determinati non tanto da interessi reciproci ma da interessi politici interni variabili a seconda dei risultati delle elezioni o degli assassini, il tempo del “riempimento” é lungo mentre il tempo della soddisfazione dei bisogni o delle ambizioni é corto. Il risultato sinora è stato che le buone decisioni arrivano al momento sbagliato o viceversa. (vedi l’assassinio di Rabin e Sadat, la presa del potere di Hamas a Gaza, l’intervento delle milizie islamiche shiite libanesi in Siria contro il regime di Assad).

In questo momento il segretario di Stato americano Kerry é per la decima volta in Palestina-Israele per costruire una nuova “cornice” da riempire col tempo, nella convinzione del Presidente Obama e dalla Comunità europea che “l’accordo nucleare con l’Iran passa per Gerusalemme” e che il raggiungimento di una intesa anche di solo principio fra Israele e la Palestina giustificherebbe l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran, sanzioni che hanno fortemente nuociuto sull’autorità teologica del regime. L’importante é credere e far credere che l’Iran rispetti gli accordi firmati permettendo di rilanciare gli affari con Teheran; questo rappresenta un enorme potenziale di guadagni che verrebbe invece distrutto da un intervento militare che sembra ormai sostenuto solo da Nethanyahu e di cui nessun altro stato ha interesse ad assumersi la responsabilità.

Nessuno apparentemente, tranne la Francia. In questo sta il rebus dell’attuale situazione nel Medio Oriente, di cui chi sa non parla e chi parla non sa. Lo si può affrontare solo ponendo alcune domande.
1- Il 17 novembre scorso, il presidente francese é andato in Israele e ha detto al premier israeliano che la Francia non firmerà mai nessun accordo con l’Iran se non verranno accettate clausole restrittive dello sviluppo nucleare iraniano. Clausole che Teheran non accetterà probabilmente mai e che sono più o meno simili alle richieste che Israele ha fatto a Obama.
2- La Francia, in questo momento non é ne un paese dominante ne prioritaria dello sviluppo economico. E’ in coda all’Europa, con un presidente socialista al minimo della popolarità. Ha bisogno di quattrini ma anche di ritrovare un ruolo emergente e visibile nella società internazionale. La tentazione di ritrovarlo sfruttando il vuoto di influenza americana, il fallimento della sua politica araba, l’immobilismo europeo, é grande. Tentare di ritornare ad essere un attore principale sulla scena del Medio Oriente (detto medio – non dimentichiamo – solo di recente in quanto visto come tappa a metà strada imperiale fra Londra e Dehli) è sicuramente per la Francia un obiettivo importante. Se si considera che i rapporti privilegiati col Medio Oriente -dai francesi chiamata Levante- goduti sin da Francesco I, sono stati soffiati alla Francia dall’Inghilterra dopo la prima guerra mondiale, si può comprendere l’importanza di tale obiettivo.
Per capire cosa vuole Hollande si dovrebbe stare nel taschino della sua giacca, tanto più che di amore per Israele -a partire dalla svolta storica di De Gaulle a favore degli arabi del 1967- non si può dire che Parigi ne abbia sviluppato molto. ( Chi si ricorda che negli anni ’50 quando il governo socialista di Mollet aiutava Israele a creare le sue strutture nucleari a Gerusalemme si chiedeva che la seconda lingua ufficiale del paese fosse il frencese ?). Ma é un fatto che la Francia ha la bomba atomica e diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che é lunico parere a dare ferme garanzie contro l’Iran a Israele (e di conseguenza contro la corsa europea e americana al raggiungimento di un accordo sul nucleare ).
Gli interventi militari francesi in Africa appaiono cosi tentativi di distrarre l’opinione pubblica rispetto a quello che potrebbe essere un gioco molto più importante di Parigi. Trasformarsi in fattore decisivo nell’accordo nucleare con l’Iran non é da poco, ma se fosse cosi, l’alleanza ritrovata con Israele diventa indispensabile.

Inoltre, oltre al velenoso piacere di fare le scarpe all’odiata Inghilterra, la ritrovata alleanza con Israele sarebbe significativa -molto più del potenziale ruolo giocato da Egitto, Siria e Algeria- anche per lo sviluppo di un nuovo corso di relazioni con l’Arabia saudita, feudo americano e nemico storico sunnita contro l’espansionismo shiita iraniano.
Domanda: é solo una questione di busterelle il fatto che due giorni dopo la visita di Holland a Bibi gli Emirati Arabi abbiano annullato i contratti di forniture aeree con l’Inghilterra e favore della Francia?
Il denaro, specie quello dei principi, non ha mai avuto nè odore nè onore.

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