Era Marzo di tre anni fa, e l’ambasciatore americano a Roma Philipps sosteneva che l’Italia dovesse inviare 5000 uomini in Libia. Gli Stati Uniti d’America ci chiedevano, senza troppi giri di parole, di prendere il comando militare di una missione di stabilizzazione in Libia, boots on the ground e cartucciere piene, pronti a sparare. Come descrisse magistralmente Mario Sechi in questo articolo, l’Italia aveva una voglia matta di protagonismo in Libia e Renzi aveva il petto gonfio per via dell’endorsement di Obama. Come succede spesso, però, il nostro paese si è tirato subito indietro, un po’ perchè mandare 5000 uomini costava troppo ed un po’ per motivi di PR. Della serie: non ci si può fidare di questi italiani.

Renzi viene affossato dal referendum costituzionale, arriva Gentiloni ma la musica in Libia non cambia: si va sempre di disastro in disastro. Il nostro paese è di fronte al rebus Serraj – Haftar, il primo governa sul suo giardino di casa, il secondo qualche cartuccia da sparare ce l’ha. Però vuoi mettere, Al Serraj è un’entità onusiana e l’Italia, con il suo portato storico di multilateralismo un po’ straccione, non ha perso l’opportunità per l’endorsement.

Al Serraj però, per parafrasare il simpaticissimo film di Paola Cortellesi, è al sicuro come “un gatto in tangenziale”, e Haftar comincia a bombardare Tripoli. Trump, nel frattempo, appoggia Haftar insieme alla Francia ed altri attori del Golfo, a cui non va giu il pallido governo onusiano di Al Serraj. L’Italia aveva di fronte due possibilità: difendere la posizione di Al Serraj con dignità, fino alla fine se necessario, oppure cambiare sponda e dare l’appoggio ad Haftar. Indovinate verso quale opzione stiamo andando? Conte, a margine del forum sull Belt and Road initiative a Pechino, lo dice chiaramente nei bilaterali con Al Sisi e Putin: non stiamo ne con Haftar ne con Serraj. Una supercazzola per dire che ci stiamo riposizionando in ottica pro Serraj. Non ci si può fidare degli italiani.

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