Stop loss nel trading: quale scegliere tra fisso, ATR e percentuale
Lo stop loss è probabilmente uno degli argomenti più discussi nel trading. C’è chi lo considera indispensabile per proteggere il capitale, chi lo ritiene troppo limitante e chi, invece, cerca di adattarlo in base allo strumento, alla volatilità del mercato e alla logica della strategia.
In questo articolo analizzeremo tre diverse tipologie di stop loss nel trading: lo stop fisso, lo stop basato sull’ATR e quindi sulla volatilità, e lo stop percentuale. L’obiettivo non sarà individuare una soluzione migliore in assoluto, ma evidenziare vantaggi e limiti di ciascun approccio, soprattutto quando viene applicato a strumenti diversi, come future e azioni.
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Stop loss e gestione del rischio nel trading
Prima di entrare nel dettaglio delle diverse tipologie di stop loss, è utile capire perché questo strumento sia così importante nella gestione di una strategia di trading.
Lo stop loss è un ordine di uscita che ha l’obiettivo di limitare la perdita di una singola operazione quando il mercato si muove nella direzione opposta a quella prevista. In altre parole, permette di definire in anticipo il punto oltre il quale l’idea di trading viene considerata non più valida, evitando che una perdita contenuta possa trasformarsi in una perdita molto più difficile da recuperare.
La sua funzione principale non è quindi quella di migliorare ogni singolo trade, ma di proteggere il capitale nel lungo periodo. Nel trading, infatti, anche una strategia profittevole può attraversare fasi negative, con serie di operazioni in perdita consecutive. Senza un controllo del rischio, queste fasi possono compromettere pesantemente il conto, aumentando il cosiddetto rischio di rovina, cioè la possibilità di perdere una parte così significativa del capitale da non riuscire più a proseguire l’operatività in modo sostenibile.
Lo stop loss aiuta anche a rendere il trading più “controllato”. Sapere in anticipo quanto si è disposti a rischiare su una posizione permette di calcolare meglio la dimensione dell’operazione, confrontare strategie diverse e mantenere una gestione del rischio più coerente. Questo aspetto diventa ancora più importante quando si lavora con strumenti a leva, come i future, dove piccoli movimenti di prezzo possono avere un impatto monetario rilevante.
Naturalmente, lo stop loss non è una soluzione perfetta. Può essere colpito prima che il mercato riparta nella direzione attesa, può ridurre il numero di trade vincenti e, in alcuni casi, può peggiorare le performance di una strategia. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, rappresenta uno degli strumenti principali per controllare il rischio e mantenere la perdita entro limiti accettabili.
Stop loss fisso: come funziona, vantaggi e limiti
La prima tipologia di stop loss che possiamo analizzare è lo stop loss fisso. In questo caso la distanza dello stop viene definita in modo preciso e non cambia in base al prezzo dello strumento o alla sua volatilità. Per esempio, su una strategia applicata al future sul Nasdaq, potremmo decidere di utilizzare uno stop loss fisso di 4.000 dollari per contratto. Questo significa che, se il trade arriva a perdere 4.000 dollari, viene generato un ordine di uscita con l’obiettivo di chiudere la posizione. È importante precisare, però, che il prezzo di esecuzione potrebbe essere più lontano rispetto al livello dello stop, soprattutto in presenza di movimenti veloci, scarsa liquidità o gap di mercato. In questo caso la perdita effettiva potrebbe quindi essere superiore a quella teoricamente prevista, pur rimanendo comunque limitata rispetto a una posizione lasciata aperta senza alcuna protezione.
Il principale vantaggio di questo approccio è la semplicità. Lo stop fisso è estremamente facile da implementare, da testare e da interpretare. Inoltre, è particolarmente intuitivo su strumenti come i future, dove il valore monetario del movimento è definito dal contratto e quindi risulta immediato ragionare in termini di rischio per trade. Per questo motivo può essere una soluzione molto comoda, soprattutto su strumenti che mantengono una certa stazionarietà nel tempo.
Il discorso cambia quando si prova ad applicare lo stesso concetto alle azioni, soprattutto su strategie di lungo periodo. Un titolo azionario può passare, nel corso degli anni, da pochi dollari a decine o centinaia di dollari. In questo caso, uno stop fisso rischia di perdere significato: uno stop da 2 dollari può essere molto ampio quando il titolo quota 10 dollari, ma estremamente stretto quando lo stesso titolo quota 100 dollari. Il problema, quindi, è che lo stop non si adatta alla crescita del prezzo dello strumento.
Anche sui future, però, lo stop fisso può presentare dei limiti. Sebbene questi strumenti siano spesso più adatti a questo tipo di ragionamento, il mercato può comunque cambiare nel tempo. Se il sottostante aumenta di valore o se cambia il regime di volatilità, uno stop che in passato era adeguato potrebbe non esserlo più nelle condizioni attuali.
Un esempio interessante è mostrato in Figura 1, dove sono rappresentati i trade perdenti di una strategia sul Nasdaq che utilizza uno stop loss fisso da 4.000 dollari. Si nota come nell’ultimo periodo lo stop venga colpito con maggiore frequenza, mentre in passato praticamente non è stato mai raggiunto. Questo può dipendere dal fatto che, negli anni precedenti, il contratto si muoveva in un contesto di prezzo e volatilità diverso rispetto a quello attuale. Di conseguenza, uno stop fisso che prima era molto distante potrebbe diventare progressivamente più vicino al normale movimento del mercato.
Il rischio è quindi che, in futuro, lo stesso stop diventi troppo stretto e finisca per chiudere molte operazioni prima che la strategia abbia il tempo di svilupparsi correttamente. Per questo motivo, anche quando si utilizza uno stop fisso, è importante verificare periodicamente se il valore scelto sia ancora coerente con le condizioni attuali dello strumento e del mercato.

Figura 1. Distribuzione dei trade perdenti di una strategia sul future del Nasdaq con stop loss fisso di 4.000 dollari.
Stop loss con ATR: adattare lo stop alla volatilità del mercato
Un’alternativa allo stop loss fisso è lo stop loss con ATR, cioè con Average True Range. L’ATR è un indicatore che misura l’ampiezza media dei movimenti di prezzo di uno strumento in un determinato periodo. In altre parole, ci dà un’indicazione della volatilità del mercato.
L’idea alla base di questo tipo di stop è semplice: invece di utilizzare sempre una distanza fissa, lo stop viene calcolato come multiplo dell’ATR. Per esempio, si potrebbe impostare uno stop a 2 ATR dal prezzo di ingresso. Se la volatilità aumenta, anche lo stop si allarga; se la volatilità diminuisce, lo stop si restringe. Questo rende lo stop con ATR molto più adattivo rispetto a uno stop fisso.
Il pregio principale di questo approccio è proprio la capacità di adattarsi alle condizioni del mercato. In Figura 2 possiamo vedere un esempio sull’oro, dove l’ATR cambia in modo significativo nel tempo. In alcune fasi il mercato si muove con range giornalieri relativamente contenuti, mentre in altre fasi la volatilità aumenta in maniera evidente. Uno stop fisso, in questi casi, rischierebbe di essere troppo largo nei periodi tranquilli o troppo stretto nei periodi più volatili. Uno stop con ATR, invece, segue meglio il comportamento reale dello strumento.
Questo può essere particolarmente utile sia sulle azioni sia sui future. Sulle azioni, perché il prezzo di un titolo può cambiare molto nel corso degli anni e quindi, come accennato in precedenza, uno stop fisso in dollari potrebbe perdere significato. Sui future, invece, perché alcuni mercati attraversano fasi di volatilità molto diverse e uno stop statico potrebbe non essere sempre coerente con il movimento attuale del contratto.
Il principale difetto dello stop con ATR è che, quando la volatilità aumenta molto, anche lo stop diventa molto più ampio. Questo significa che il rischio monetario per singola operazione può crescere in modo importante. Se, per esempio, operiamo con un solo contratto future e non possiamo ridurre ulteriormente la size, nelle fasi di alta volatilità potremmo trovarci davanti a uno stop troppo costoso da sostenere. In pratica, potremmo essere costretti a non tradare, oppure ad accettare un rischio per trade più alto rispetto a quello desiderato.
Un altro limite è che lo stop con ATR introduce un ulteriore grado di ottimizzazione. Bisogna infatti scegliere sia il periodo dell’ATR sia il moltiplicatore da utilizzare. Per esempio, un ATR a 20 periodi con moltiplicatore 0,5 può produrre risultati molto diversi rispetto a un ATR a 50 periodi con moltiplicatore 2. Questo aumenta la flessibilità dello strumento, ma aumenta anche il rischio di overfitting, soprattutto se i parametri vengono scelti solo per migliorare le performance storiche della strategia.
Lo stop con ATR è quindi uno strumento più dinamico e adattivo rispetto allo stop fisso, ma richiede maggiore attenzione. Non basta stabilire la distanza dello stop: bisogna anche verificare che il rischio monetario generato da quella distanza sia compatibile con il capitale, con la size utilizzata e con la volatilità attuale del mercato.
Stop loss percentuale: quando usarlo su azioni e future
Lo stop loss in percentuale è una soluzione molto intuitiva, soprattutto quando si lavora su strumenti come le azioni. In questo caso la distanza dello stop viene calcolata come percentuale del prezzo di ingresso: per esempio, acquistando un titolo a 100 dollari con uno stop del 5%, l’uscita verrebbe posizionata a 95 dollari. Il vantaggio principale è che lo stop mantiene una logica proporzionale rispetto al prezzo dello strumento. Se un’azione passa nel tempo da 20 a 200 dollari, uno stop fisso in dollari rischia di perdere significato, mentre uno stop percentuale continua a rappresentare sempre la stessa distanza relativa dal prezzo di ingresso.
Questo lo rende particolarmente adatto anche ai portafogli azionari, dove possiamo avere titoli con prezzi molto diversi tra loro: uno stop fisso da 5 dollari non ha lo stesso impatto su un titolo da 30 dollari e su uno da 300 dollari, mentre uno stop del 5% è molto più omogeneo e confrontabile.
Il limite principale è che, a differenza dello stop con ATR, non tiene conto della volatilità reale dello strumento. Uno stop del 5% può essere troppo stretto su un titolo molto volatile e troppo largo su un titolo più stabile.
Sui future, invece, bisogna prestare particolare attenzione quando si utilizzano serie storiche continue back-adjusted. In questi casi, i prezzi storici vengono modificati per rendere più fluido il passaggio tra un contratto e il successivo, ma questo può creare distorsioni nell’utilizzo di stop percentuali e quindi anche nei risultati del backtest. La percentuale, infatti, viene calcolata su prezzi storici aggiustati, che possono essere diversi dai prezzi effettivamente tradati in quel momento. Il problema diventa ancora più evidente quando, a causa del back-adjustment, alcune serie storiche arrivano addirittura a mostrare prezzi negativi in passato. In una situazione del genere, uno stop percentuale perde completamente significato, perché viene applicato a un livello di prezzo che non rappresenta più il valore reale dello strumento.
Per questo motivo, lo stop percentuale è spesso molto pratico sulle azioni, mentre sui future va utilizzato con maggiore cautela, soprattutto quando il backtest si basa su dati continui back-adjusted.
Una precisazione simile può valere anche per le azioni, anche se in modo generalmente meno evidente rispetto ai future. Alcuni database, infatti, utilizzano prezzi azionari rettificati per tenere conto di eventi come stacchi di dividendi o split. Anche in questo caso, se il backtest viene effettuato su prezzi aggiustati e non sui prezzi effettivamente negoziati in quel momento, il livello dello stop potrebbe non rappresentare perfettamente la reale operatività storica. Per questo motivo, quando si utilizzano stop percentuali, è sempre importante sapere se la serie storica utilizzata è adjusted o non adjusted.
Quale stop loss scegliere nel trading?
In conclusione, non esiste uno stop loss migliore in assoluto. Lo stop fisso, lo stop con ATR e lo stop percentuale presentano vantaggi e limiti diversi, e la loro efficacia dipende molto dal contesto in cui vengono utilizzati.
La scelta finale dipende sicuramente dallo stile del trader, dalla logica della strategia e dal tipo di rischio che si vuole assumere, ma come abbiamo visto in questo articolo dipende ancora di più dallo strumento su cui si opera. Uno stop che può avere senso su un future, infatti, potrebbe essere poco adatto a un portafoglio azionario, e viceversa. Per questo motivo, più che cercare una soluzione universale, è importante capire quale tipologia di stop sia più coerente con il mercato, con la strategia e con le condizioni operative.
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Alla prossima,
Andrea Unger


