Cosa rende popolare un film? Di solito si risponde: l’impegno politico-sociale, la celebrazione di minoranze o maggioranze, l’aderire al “momento”… Ne Il costruttore di miti, appena edito da Bietti, Massimiliano Orione e Paolo Riberi danno una risposta un po’ diversa, a partire da un autore che continua a esercitare un grande influsso sull’immaginario del nostro tempo, tanto da aver spinto un peso massimo della cinematografia moderna come Cristopher Nolan a dichiarare: «Non c’è film di fantascienza e di supereroi uscito nelle sale in cui non si veda la sua influenza». Stiamo parlando di Zack Snyder, padre – tra gli altri – di 300, Watchmen, Batman v Superman: Dawn of Justice, L’uomo d’acciaio e Justice League. Il suo successo, secondo i nostri autori, è basato sull’aver riproposto una serie di pattern ben più antichi: il potere del mito, come lo ha definito Joseph Campbell, che di Snyder è punto di riferimento imprescindibile, ma anche il viaggio dell’eroe (la definizione è sempre dello storico delle religioni), coniugato a una evocativa componente messianica. Insomma, basta abbandonare le lenti della critica “dura e pura” – o, meglio, integrarla con altre letture – per vedere apparire nei suoi capolavori vere e proprie enciclopedie di simboli e archetipi, inveramento della frase (ancorché polemica) di Max Weber: «Chi vuole la “visione” vada al cinematografo».

È bene dirlo fin da subito: non si tratta di ricostruzioni posticce. Quando si compiono analisi di questo tipo, soprattutto nelle produzioni popolari, il rischio è sempre di “sovrainterpretare”, per così dire, vedendo tracce simboliche dove non ce ne sono affatto. Ricordate le parole di Eco ne Il pendolo di Foucault? «I Templari c’entrano sempre»…

Riberi e Orione sfuggono a questa trappola, attenendosi scrupolosamente alle dichiarazioni del regista stesso. Eccone una, tra le tante che si potrebbero citare:

«Sono un grande appassionato del mito, e amo la mitologia. Credo che la mitologia sia qualcosa su cui si può fare affidamento proprio perché è collettiva, e incarna le esperienze archetipali che le persone sperimentano ovunque nel mondo, e hanno sperimentato per migliaia di anni».

Non è un caso che il Nostro abbia visto e rivisto ad nauseam capolavori come  Excalibur di John Boorman, sintesi di magia e mitologia, e Guerre stellari di Lucas, ispirato sempre dagli studi di Campbell. Il cammino dell’eroe proiettato su uno sfondo galattico, in distese cosmiche remote quanto interiori… Lo stesso farà lui, con un intento peculiare, non ricostruttivo né archeologico.

Molti sono i film che drammatizzano vicende antiche, adattandole ai palati contemporanei. I kolossal dedicati all’epica classica, ai miti d’Oriente e Occidente, a episodi biblici… Sono operazioni di certo importanti, che però non esauriscono la produzione di Snyder, il quale non solo passa tutto questo materiale al setaccio della filosofia otto-novecentesca (in primis, quella nietzschiana), ma agisce secondo un fine più ambizioso: proporre nuovi miti a un tempo che ne è drammaticamente privo.

Decine di autori hanno compiuto operazioni analoghe nel corso dell’ultimo secolo e mezzo. Uno su tutti J. R. R. Tolkien, il quale, scioccato dalla mancanza di epica nel proprio Paese, creò il suo indimenticabile Legendarium, sintetizzando elementi giudaico-cristiani, greco-romani e germanico-norreni. Procedendo trasversalmente tra epoche e luoghi, impossibile non ricordare Carlo Collodi, di cui quest’anno cade il bicentenario dalla nascita. Coniugando Iliade e Odissea, Apuleio e Ovidio, con la tradizione favolistica europea, creò un romanzo di formazione tradotto in oltre duecentosessanta lingue, tra i più letti a livello mondiale dopo Bibbia e Corano. Oppure il Fernando Pessoa di Messaggio, demiurgo di un “nazionalismo mistico” pensato per rigenerare un mondo – il suo, il nostro – ormai al collasso. In ambito cinematografico, più che emblematico è il nome di Walt Disney, che nei suoi film rastrellò il patrimonio fiabesco del Vecchio Mondo, realizzando sul grande schermo le imprese dei Grimm, di Andersen e di Italo Calvino, da noi. Nello stesso orizzonte rientrano il “crepuscolo celtico” di W. B. Yeats e quello “mediterraneo” di Lucio Piccolo, il mito-materialismo di H. P. Lovecraft, così come il pluriverso di Nolan e gli archetipi allucinati di Philip K. Dick. E potremmo andare avanti.

Ad accomunare questi autori – disseminati in due continenti e in tre secoli – è la volontà non tanto di raccontare il mito, ma di svelarne la struttura e renderla nuovamente operativa. In buona sostanza, non sono descrittori ma produttori di narrazioni. La loro non è una mitografia, quanto piuttosto una mitopoiesi. La differenza è sostanziale: la mitografia guarda e resuscita il passato, mentre la mitopoiesi è rivolta al futuro e si serve di registri moderni per dare carne nuova a idee molto antiche. Ebbene, proprio in questo contesto si staglia Snyder, che una volta ha dichiarato: «Quel che faccio è costruire miti: i film di supereroi sono miti moderni».

Ricorrendo a simboli del genere – scrivono Riberi e Orione –, agisce come un «autentico prosecutore della tesi del “mito che cura” di Carl Gustav Jung e Joseph Campbell», servendosi del linguaggio ultra-pop di fumetti e animazione, fantascienza e zombie, per elaborare

«un nuovo mito occidentale che sia in piena risonanza con quello che Jung denominava “immaginario collettivo”, ossia un patrimonio di immagini, temi e personaggi archetipali che, pur rimanendo invariati nella loro essenza, mutano di continuo la propria forma».

Sono righe ben più serie di quanto si possa immaginare. Snyder trova e ricostruisce un mito. Non se lo inventa: d’altronde, i miti non si inventano mai, come amava ripetere Elémire Zolla (nato esattamente un secolo fa, a proposito di anniversari importanti). Si rivelano, si manifestano – spesso si ricombinano, e nella sua opera non è raro imbattersi in vicende arturiane proiettate in un Medioevo steampunk, né vedere in supereroi “fumettosi” gli avatar di divinità greche. Un’operazione postmoderna? Certamente. Con ogni probabilità, l’epoca in cui viviamo non è solo “nichilismo” e “morte dei valori”… Ne era convinto pure Ernst Jünger, secondo cui il mito non è storia passata ma qualcosa che è sempre presente, e si risveglia quando la storia vacilla sin dalle fondamenta. Stava parlando di noi, ovviamente.

In alcuni casi, il mito può addirittura essere decostruito, cosa che Snyder fa adattando l’immortale fumetto di Alan Moore Watchmen, i cui protagonisti sono supereroi notturni e paranoici, difensori di uno status quo autoritario (con Nixon giunto al terzo mandato!) e artefici di violenze e sopraffazioni. Potremmo chiederci: come si coniugano con la sua “visione del mondo”? La loro condotta ha poco a che fare con Campbell e affini. Semmai, sono radiografie della contemporaneità – statunitense, ma non solo – che, di fatto, fanno a pezzi l’archetipo dell’eroe classico. Un “passo indietro”? Che Snyder stia sbugiardando il patrimonio archetipico-simbolico cui ha attinto a piene mani? Per nulla, e per rendersene conto basta ricordare le sue stesse dichiarazioni: «Sono molto affascinato dalla decostruzione. È un processo ciclico: solo quando decostruisci qualcosa, finisci per scoprire davvero come funziona». “Smontare” il mito, per lui, non significa precipitare nel nulla di senso, né adottare l’“euforia da naufraghi” propria di chi ama galleggiare in un mondo desacralizzato. Al contrario, è solo la prima fase dell’elaborazione di “nuovi miti”. Si rimuovono vecchi contenuti, ormai obsoleti, solo e soltanto per rigenerare il mito in sé, garantendogli la possibilità di assumere nuove tinte.

Pessoa ha introdotto la sua opera già citata con queste parole: «O mito é o nada que é tudo», cioè: «Il mito è quel nulla che è tutto». Un nulla non nichilista, ma pronto a farsi totalità. Analogamente, lo storico delle religioni romeno Ioan Petru Culianu, nel suo Faust (sempre edito da Bietti), ha parlato di uno «schema vuoto» pronto a riempirsi di contenuti. Al pari di Moore, Snyder riprende idealmente queste premesse, formulando un “decostruzionismo” forte, non debole. Se critica o dileggia il contenuto, lo fa solo per concentrarsi sulla funzione. «Il re è morto, evviva il re»: la morte del monarca ribadisce l’eternità della struttura che ha incarnato, garantendole la possibilità di reincarnarsi in altri (sono i “due corpi del re” di Kantorowicz). Lo stesso meccanismo regola la produzione dei miti: personaggi come Rorschach («Nessun compromesso!»), il dottor Manhattan e il Comico di Watchmen non condannano a morte il mito, ma lo scorporano dalle sue manifestazioni, offrendogli la possibilità di risorgere, magari tra le nebbie di Marte, in immaginari Far West ma anche nelle Termopili interiori dell’uomo moderno, ormai abituato a battagliare all’ombra delle frecce.

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