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Franco Frattini è stato Ministro degli Esteri nel 2011, nel momento in cui Gheddafi fu disarcionato ed è iniziato il lungo travaglio libico, che vediamo ancora oggi.

Oggi parliamo di nuovo di Libia. Un argomento che è caldissimo sia per la politica interna che estera in Italia e chi può parlarne meglio se non l’ex ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha lisciato il pelo ad Haftar, dandogli praticamente un mezzo endorsment. Nel frattempo, il Presidente del Consiglio Conte ha tergiversato, dichiarando che l’Italia non sta nè con Haftar nè con Serraj ma sta col popolo libico. Come ci stiamo barcamenando? E soprattutto, quanto è importante il nostro stare in mezzo? Noi abbiamo interessi forti a Tripoli ma dovremo per forza sederci al tavolo con Haftar. Dovremmo quindi usare un po’ di tattica “carota e bastone”?

Guardi, gli errori che son stati fatti negli ultimi mesi sono stati soprattutto due: il primo errore è stato quello di fare un investimento “politico” solamente sul Primo Ministro Serraj, che ha oggettivamente mostrato una debolezza estrema. La storia della Libia ci insegna che chi è debole non è in grado di aggregare. Perché aggregare vuol dire mettere insieme le tribù, mettere insieme parti del paese che non si parlano tra loro. L’allora presidente ad interim quando cadde il regime di Gheddafi disse una volta: “Vedi, la Libia è stata unita solamente con lo scettro del re e con la mano del dittatore, altrimenti mai una persona che abita in Cirenaica obbedirà agli ordini che sentono da Tripoli.” Questa breve frase fa capire che se un premier è debole non è in grado di tenere unito il paese. C’è il rischio che il generale Haftar, che fin’ora ha dimostrato di essere molto forte e di avere appoggi molto importanti come quello dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, possa congelare il conflitto e dividere la Libia in due. Se questo dovesse accadere, sarebbe devastante perché ci troveremmo di fronte una somalizzazione o una afghanizzazione della Libia. Il secondo errore è stato quello di non prevedere che il presidente Trump sicuramente non considera la Libia come una priorità assoluta, e allora non appena si è reso conto che in Libia c’è un attore molto forte, Haftar, e uno molto debole, Serraj, ha optato per il primo. In tutto questo gioco, l’Italia rischia di essere schiacciata, perché, evidentemente noi siamo andati tardi a dialogare con Haftar e certamente abbiamo investito solamente su una delle due parti, quando in Libia è noto che tu devi includere gli uni e gli altri. Quindi la cosa da fare subito è aprire il consolato italiano a Bengasi, anche perchè Haftar ce lo chiede. Il consolato italiano è sempre stato aperto, quando io ero ministro, anche sotto le bombe di Gheddafi. Inoltre, se noi aprissimo sarebbe un segnale di riconoscimento che noi diamo ad Haftar. A Tripoli resta l’ambasciata ma avremmo una base a Bengasi. Come seconda cosa da fare dovremmo lavorare innanzitutto con i nostri amici Americani, che ci hanno dato sostanzialmente un via libera ma sono molto disinteressati perché non vogliono mettere i piedi nel piatto della Libia che è una polveriera. Inoltre, dovremmo lavorare con i nostri amici degli Emirati Arabi…

Ai paesi del Golfo ci arriveremo più tardi, ma intanto la interrompo per farle una domanda fondamentale. Io pochi giorni fa scrissi un articolo su Il Giornale in cui sostenni che in Libia non ci si può fidare degli italiani. In molti mi hanno attaccato, mi hanno detto che sono un anti-italiano, però il problema esiste. Gentiloni ci ha sbilanciato verso Serraj e adesso il governo sta tentando, secondo me in buona fede, di riallacciare i rapporti anche con Haftar. A questo punto il rischio è di tornare all’immagine dell’Italia come paese voltagabbana, che va a Parigi con le mani giunte a chiedere l’intercessione della Francia per Haftar. Come si fa a non apparire così agli occhi del mondo?

Bisogna essere sinceri e dire che l’Italia, come la Germania, come la Russia, come la Turchia e come tutti, persegue il proprio interesse nazionale. Ci siamo resi conto che Serraj non è in grado di fermare il traffico di esseri umani che parte dalla Libia. Haftar è in grado? Sicuramente sì, ha delle forze che bloccherebbero e blinderebbero tutte le coste libiche in pochissimi giorni. È quindi nostro interesse dialogare con chi ci garantisce il blocco dell’immigrazione clandestina e el traffico di esseri umani? Certamente sì, è interesse nazionale. È interesse nazionale per l’Italia perdere i rapporti con Tripoli? No di certo, perché i pozzi petroliferi e le zone di estrazione sono in buona parte in Tripolitania, dove governa Serraj. Bisogna quindi dire con grande chiarezza che l’interesse dell’Italia è giocare a tutto campo, e questo vuol dire fare quello che pochissimi paesi potrebbero fare. l’Italia infatti è in grado di parlare agli egiziani, agli emiratini e ai russi ma è anche in grado di parlare ai turchi, perché la Turchia protegge Serraj assieme al Qatar, mentre i russi e gli egiziani proteggono Haftar. L’Italia ha buoni rapporti con gli uni e con gli altri, e l’America sarebbe felice se l’Italia si dedicasse con maggiori energie al dossier libico. Noi abbiamo quindi una posizione che non hanno i francesi, che hanno rapporti molto peggiori con la Turchia e con l’Arabia Saudita, mentre noi con i sauditi ci possiamo parlare molto tranquillamente. L’Italia quindi dovrebbe semplicemente dire con lealtà che il nostro interesse nazionale è la Libia unita. E per fare ciò, il generale Haftar è un interlocutore necessario. Piaccia o non piaccia, controlla una metà del paese.

Ritornando al discorso che lei aveva iniziato sugli Emirati Arabi Uniti e sul Golfo Persico, io stamane ho avuto un’interessantissima discussione (che uscirà qui su Il Giornale ndr) con Cinzia Bianco, analista del Gulf State Analytics, esperta in paesi del Golfo. Mi ha parlato di come tali paesi stiano diventando sempre più importani rispetto a certi paesi occidentali per l’affaire libico. Ecco, io qui sotto ho una cartina del Golfo Persico con tutte le alleanze disegnate, qui vedo alleanze tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, un Qatar isolato che però è alleato dei turchi e vedo una battaglia diplomatica in corso tra Turchia e Arabia Saudita. Ecco, come mettere insieme questo puzzle così complicato con quello che sta succedendo in questo momento in Libia?

Ma guardi, la Libia è diventata ormai da tempo uno scenario di crisi in cui i veri attori sono i paesi arabi, non sono mica gli occidentali. I veri attori sono i paesi del mondo arabo e la Turchia, che combattono una guerra per procura: gli uni sostengono Haftar, gli altri sostengono Serraj. La stessa cosa accade in Siria dove, ovviamente, gli uni sostengono il presidente Assad, gli altri gli oppositori del presidente Assad. Bisogna poi considerare che noi occidentali pensiamo di essere importanti per la soluzione della Libia, ma non lo siamo, siamo secondari, quelli che passano le carte davvero sono i paesi arabi, la Turchia, la Russia e dopo un bel po’ arrivano l’Italia e la Francia. Non illudiamoci quindi. L’unico che potrebbe fare la differenza è Trump, perché l’America è pur sempre l’America ma Trump non si vuole impegnare molto. Tra i paesi occidentali Francia e Italia che sono i più presenti, ma contano molto meno di quanto possa contare il blocco saudita o il blocco turco-qatarino, questo è garantito.

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