Digitale, l’inadeguatezza adulta nell’educare i figli
Tre famiglie su quattro alzano le mani e ammettono di non sentirsi in grado di guidare i propri figli on line. È un dato che sembra secondario quello che appare nello studio realizzato da Triadi, spin-off del Politecnico Milano, sulla valutazione di impatto NeoConnessi, il programma di educazione digitale di Wind Tre che ha raggiunto circa 2,5 milioni di bambini e la metà delle scuole italiane.
Sembra, ma non lo è. Ribalta i protagonisti di una narrazione dominante: prima di accusare i ragazzi di essere “troppo on line”, bisognerebbe chiedersi prima e di più quanto siano (siamo) troppo off line e impreparati gli adulti che dovrebbero guidarli. Perchè questo è il punto.
Tre famiglie su quattro brancolano nel buio della loro inadeguatezza nel gestire la rete, significa che derogano al loro ruolo primario, quel diritto-dovere di “educare” (oltre che “mantenere e istruire”) i propri figli previsto dall’articolo 30 della Costituzione. Tanto che in caso di incapacità è lo Stato che deve assolvere quel compito…
Ma nel dibattito pubblico il tema è sempre lo stesso: lo smartphone in mano agli adolescenti, i social, il tempo passato davanti a uno schermo. E quindi, gli interventi normativi necessari, inderogabili e improrogabili per regolare – leggesi limitare – l’utilizzo dei social sotto una certa età. Necessario. come dimostrano i risultati dello studio. Bambini e adolescenti vivono un’esposizione continua al digitale: il 72% usa Internet per fare ricerche – e vabbè – il 26% ha già sperimentato strumenti di intelligenza artificiale.
Tuttavia.
Un bambino su 4 non riconosce – scrivono i ricercatori – i rischi fondamentali come fake news (e qui la domanda sorge spontanea: e i loro genitori?), 3 ragazzi su 4 non hanno consapevolezza di screentime eccessivo, deepfake e condivisione impropria dei dati personali. Non ce l’hanno perchè nessuno ha dato loro gli strumenti per averla. Non è solo una lacuna educativa. È una voragine che inghiotte un’intera generazione con gli adulti che smanettano, abitano la tecnologia come utenti ma raramente si mettono al comando. Usano ma non spiegano . E così finiscono per delegare al caso, ai ragazzi stessi, e infine alla scuola un vuoto che è prima di tutto domestico.
Lo dimostra l’effetto più interessante emerso dalla valutazione di impatto del programma NeoConnessi: quando i ragazzi vengono formati, non migliorano solo loro, ma anche i loro genitori. L’89% degli studenti osserva un miglioramento nell’uso del digitale da parte dei genitori. Come dire: sono i figli, una volta istruiti, a educare gli adulti.
Un paradosso. Ci si preoccupa tanto del tempo che i ragazzi passano a scrollare, ma i genitori spesso non sanno gestire il proprio. Gli adulti temono i deepfake, ma non sanno riconoscerli. Si invoca il parental control ma non si sa come attivarlo. Senza per questo alimentare nuovi e inappropriati sensi di colpa, bagagli pesanti sulle spalle di genitori costretti a dover affrontare sfide spesso non alla loro portata. Non è disinteresse. Disorientamento forse che nel complesso mondo delle nuove sfide tecnologiche è un enorme rischio che finisce per pesare sulle spalle dei nostri figli.
Per questo forse, sarebbero i primi a dover fare un passo avanti, per acquisire una nuova consapevolezza a cui venga affiancata una scuola attrezzata. Prima di chiederci cosa vietare, dovremmo chiederci cosa non abbiamo capito noi. Perchè essere genitori oggi significa anche questo. Aggiornarsi, esporsi all’incertezza. Perchè l’alternativa è lasciare che i ragazzi si costruiscano da soli le regole, spesso dentro piattaforme progettate per catturare l’attenzione. Per noi adulti il compito è alt(r)o: non ci spetta istruire cioè trasmettere nozioni, con quell’in(struire) che indica un verso, il buttar dentro ma educare, ex-ducere in senso esattamente opposto, tirare fuori quel qualcosa che aspetta solo di emergere.
