La paura di non essere all’altezza
Non è l’incertezza del futuro a fare più paura. Il limite non è fuori, non è nelle opportunità, se ci sono, se mancano, se sono troppo poche. Niente di tutto questo.
La paura sta tutta dentro, ed è l’idea di non essere all’altezza. Di non essere abbastanza, di non valere troppo, di non essere “perfetti”.
Lo dicono nove giovani italiani su dieci: si sentono sotto pressione per avere successo. Una pressione che non riescono a reggere perchè devono essere “perfetti”. E la perfezione è una meta irraggiungibile. Una pressione che sale con il passare degli anni e pesa soprattutto sulle ragazze: il 95% tra i 16 e i 21 anni contro l’89% dei coetanei maschi. Lo scarto di genere inizia già alle medie, nche se in percentuali leggermente minori: 84% le ragazze di 11-14 anni, 76% i loro compagni. uno scollamento che si allarga con il tempo.
È la fotografia della seconda edizione di ”Sognando il futuro e il lavoro”, la ricerca realizzata da Valore D in collaborazione con Ipsos su 1.300 studentesse e studenti tra gli 11 e i 21 anni. Il lavoro resta un orizzonte desiderato, ma il suo baricentro si è spostato in modo evidente.
La priorità numero uno, per ragazzi e ragazze di entrambe le fasce d’età, non è più la carriera. È l’equilibrio tra vita privata e professionale. Seguono il desiderio di stabilità e di realizzazione personale.
Il successo non è fatto dalla scalata, non coincide con il raggiungimento del vertice, ma con la tenuta dei vari pezzi della vita, tra i quali c’è anche il lavoro. Non solo quello. Una nuova gerarchia di valori quelli che differenziano questa generazione dalle precedenti dietro la quale pesano timori molto concreti: tra i 16-21enni, il 52% prevede difficoltà nel trovare il lavoro desiderato e uno su quattro (25%) teme di non poter contare su un impiego capace di garantire l’autonomia economica.
C’è un altro dato che condiziona la visione del lavoro: le disuguaglianze iniziano molto prima del primo contratto. Iniziano quando le aspirazioni iniziano a prendere forma. È un divario profondo, che la conoscenza da sola non basta a colmare. Già alle scuole medie le strade si separano: le professioni tecnico-scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi contro l’11% delle ragazze. Anche sull’intelligenza artificiale lo scarto è netto: prenderebbero in considerazione un lavoro in questo campo il 71% dei maschi è il 51% delle femmine.
La consapevolezza di cosa sono e a cosa servano le materie Stem non basta. Oggi il 71% dei giovani tra i 16 e i 21 anni sa cosa sono le materie Stem: si tratta più del doppio dei ragazzi, erano il 33% nel 2021. Eppure gli stereotipi restano: il 31% dei ragazzi e il 21% delle ragazze continua a considerare i lavori scientifici ”più adatti agli uomini’‘, mentre oltre una ragazza su quattro pensa le ragazze studino meno spesso le materie scientifiche perché non si sentono all’altezza.
Una percezione che inevitabilmente si riflette anche sull’ambiente. Non sorprende che il 51% di chi conosce le Stem le percepisca come ambienti ”troppo maschili’‘. Molte scelte si restringono ncora prima di essere esplorate.
A fare la differenza, nell’orientamento è e resta soprattutto la famiglia, ancora il primo punto di riferimento: influenza l’87% degli 11-14enni; tra i più grandi, mamma (71%) e papà (62%) restano al vertice delle figure che orientano le decisioni sul futuro.
Migliora invece il ruolo della scuola, la cui efficacia percepita è passata dal 34% del 2021 al 50% di oggi. Bene, ma non basta: l’84% dei giovani chiede più supporto nell’orientamento, attraverso strumenti concreti, testimonianze dirette, confronto con chi quei mestieri li fa per davvero.
Ma evidentemente c’è ancora qualcosa che blocca un processo. Sta dietro, è più profondo. E riguarda quel delicato meccanismo della fiducia, uno dei nutrimenti essenziali dell’età giovanile che si allarga nel delicato passaggio dell’adolescenza.
Ebbene, la fiducia nelle pari opportunità si erode con il passaggio all’età adulta, e lo fa in modo asimmetrico. Tra gli 11-14 anni ragazzi e ragazze credono ancora quasi allo stesso modo nelle pari opportunità: il 77% dei ragazzi e il 74% delle ragazze è convinto di avere pari chance di successo. Ma passati un paio di anni le chance si riducono e quel che è grave proprio tra le ragazze: tra i 16-21 anni la quota maschile scende al 70%, mentre quella femminile crolla al 51%. Un divario di quasi venti punti che racconta come, crescendo, le ragazze vedano restringersi il perimetro di ciò che ritengono possibile.
Il risultato è il ritratto di una generazione che non rinuncia a immaginare il proprio futuro, ma lo fa dentro coordinate più complesse: oscilla, come un funambolo sul filo sospeso tra aspirazione e incertezza, tra desiderio di equilibrio e richiesta di performance. È in questo spazio – molto prima del lavoro – che si gioca una parte decisiva delle opportunità. E, sempre più spesso, anche del senso di ciò che è possibile immaginare per sé.
«Questa ricerca – spiega Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D – racconta una generazione lucida e ambiziosa, ma esposta a una doppia pressione: quella individuale, legata al successo, e quella culturale, che continua a orientare le scelte fin da giovanissimi. Se vogliamo incidere davvero sulle disuguaglianze e colmare il gender gap nelle Stem, che sono il motore principale dell’innovazione e le discipline più strategiche per il mercato del lavoro futuro, dobbiamo intervenire già nella prima infanzia: nei modelli che offriamo, nell’orientamento, nei contesti educativi. È lì che si costruisce il perimetro delle possibilità».
