Non te lo togli di dosso con un’Ave Maria. Il senso di colpa ti sta dentro, ti accompagna, scava, rimugina, presuppone. E’ quella cosa che ti prende quando cercano un colpevole. Non sai perché ma pensi che potresti essere tu, soprattutto se non hai fatto nulla. Anzi, ritieni, sospetti che gli altri, gli inquisitori, ti stiano guardando con la faccia di chi ti vede come presunto non innocente. Sei come l’agnello a Pasqua. Se ti sgozzano un motivo ci sarà. Tipo quando qualcuno sulla metro o sull’autobus urla: mi hanno rubato il portafoglio. Tutti gli altri potrebbero guardarti e nessuno può escludere che sia tu il ladro. Allora ti viene quella cosa di non stare zitto, di fare quella domanda che ti inserisce immediatamente nella lista dei sospetti, quasi una confessione: sono forse io?

Ti capita anche quando cercano un volontario. Non sopporti il silenzio imbarazzato di quelli che si guardano i piedi, si fingono distratti, azzuppano il pane. Nessuno risponde e il vuoto sale, mentre dentro di te un demone ti sussurra: vai, tocca a te, alza la mano, dillo, fai un passo avanti. E poi accade che ti ascolti parlare, muoverti e fare quello che non avresti voglia di fare. Vocazione al suicidio. Mezzo martirio. Come? Protagonismo. No, non credo che sia questo e per favore non sghignazzare. Non è roba da fessi. E’ solo l’ipotesi di non essere assolutamente innocente. Non succede a quelli come te convinti di saper mascherare ogni debolezza o mancanza, con gli alibi giusti e preconfezionati, o quelli arcisicuri di non avere colpa. I perfetti. Ho notato che siete sempre i primi a puntare il dito. Se accusi ti scagioni. E’ questa la tattica. Funziona. Basta tirarsi un attimo fuori dal palcoscenico e lasciare solo l’indice a indicare. Il dito di un volto in ombra. E tu che stai invece lì sopra con il senso di colpa, colpevole volontario.

Non ho la vocazione dell’attore. Mai avuta. Una volta, però, ci ho provato. Era il 1984, un lungo inverno come questo. No, macchè Pirandello. Mi ci vedete con il berretto a sonagli? Era un kolossal. Il più grande kolossal mai messo in scena dalla filodrammatica G.D’Annunzio. Una mandria di attori, tutti quelli arruolabili in un paese dove tutto quello che poteva succedere non era mai avvenuto. Avevo sedici anni e mezzo. Tanti capelli neri e densi che prendevano tutte le pieghe, occhi tagliati all’ingiù e un naso che resiste anche nelle foto più sbiadite. Se fossi stato ebreo sarei stato l’idea incarnata dell’ebreo. Adesso non arrivate a facili conclusioni. Quell’incarnato non aveva nulla a che fare con il protagonista. C’ero, ma defilato. O almeno fino a un certo punto. Ero comunque uno dei dodici. Sì, una volta che uno si butta a fare l’attore non può che scegliere la storia più raccontata degli ultima duemila anni. La passione di Cristo. Chi ero io? Non lui, Gesù il Nazareno. Non Barabba. Tantomeno Pilato. Non Giovanni, il prediletto. Non Lazzaro che comunque non c’era. Non il sommo sacerdote. Non Disma (detto anche Tito) e Gesta, il ladrone buono e quello cattivo. Non i tre soldati sotto la croce. Non Simone di Cirene che portò la croce. Non Nicodemo il fariseo atipico. Non Cassio Longino, « … ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua». Neanche l’amante della Maddalena, che magari mi sarebbe pure piaciuto. Non Giacomo d’Alfeo, detto il minore, fratello di Cristo o Giacomo di Zebedeo, detto il maggiore. Neppure Simone detto Pietro. Adesso penserete che resta solo Giuda. Sono forse io? Così sarebbe troppo facile. Mi credete già colpevole. Giudicato. Traditore. Impiccato. Tutto questo per la cifra modesta di trenta denari. Non sarei neppure così lesto nel battezzare Giuda come dannato per l’eternità. Fate leva, lo so, sul mio senso di colpa. Sono forse io? No, non condannerei Giuda, soprattutto perché non conosco le sue ragioni e poi se destino doveva essere destino fu. Era già tutto scritto. “Padre togli da me questo calice”. Al di là di tutto questo c’è un’altra domanda prima da fare: quale Giuda? Non ero io Giuda. Perlomeno non ero io l’iscariota.

Ero Giuda, ma l’altro. Giuda Taddeo, dall’aramaico taddajja. Giuda di Petto. Giuda Lebbeo da libba, cioè cuore. L’apostolo dai tre nomi. Giuda dal grande cuore. L’anti Iscariota. L’altro Giuda. La sua antitesi e non la sua nemesi. L’unico oltre al maestro e a Giovanni che perdonò il bacio e il suo autore e il tradimento. Non solo per simpatia di omonimo, ma per l’orizzonte della sua tolleranza. Tutto questo naturalmente non bastò a dare spessore al mio ruolo. Per mia fortuna. Come ho detto ero e sono un pessimo attore. Ma che razza di apostolo è Taddeo? Mi dissero praticamente tutti. Il mio, pensavo. E ci misi il cuore.

Le prove iniziarono a metà novembre. Non è che in un borgo di un vecchio ducato medievale dimenticato ai bordi dell’Appennino ci sia tanto da fare la sera. Una volta a settimana, forse due, in una chiesa sconsacrato dove un tempo c’era una Presentazione di Maria al tempio di Raffaello Sanzio da Urbino. C’era, ma chi l’ha vista dice che da tempo non sta più lì, ma al caldo in qualche casa. Comunque il quel dicembre del 1984 del capolavoro leggendario nessuno se ne preoccupava. Il tesoro erano i Bot e le pensioni. Si è mai visto qualcuno che campa di arte? Stavamo lì al freddo, con i piumini Ciesse, le mani rosse e nessuna vera congettura su come una volta in scena si sarebbero vestiti gli apostoli. Novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo aprile. Sei mesi di prove e il monologo di Taddeo lo conoscevo a memoria. Monologo. Quattro parole e una punteggiatura, più un punto interrogativo alla fine. Rabbi virgola sono forse io?

Questa era la mia battuta. Sei mesi? Certo, sei mesi. Una volta a settimana forse due. Non era una battuta da improvvisare così sul nulla. C’era da provare tutte le intonazioni. Rabbi virgola sono forse io? Detto così veloce, come uno che sa di non essere mica lui. Oppure. Rabbi pausa profonda virgola ma sono forse io? Con voce profonda, preoccupata, e intanto con quel ma guadagni una parola in più.  Rabbi con rabbia sono forse io, con un fare un po’ scandalizzato, del tipo ma come ti permetti a pensare male di me. Ancora. E sono forse io? Qui togli di mezzo anche il rabbi, il maestro, come a sottolineare “e certo adesso sarei io lo stronzo”. Ci mancava solo questo e poi se sei onniscente e sai tutto che me lo chiedi a fare? Lo sai chi è stato a che servono questi giochini. E’ quello lì, quello distratto, l’altro Giuda, che non ti sta neppure a sentire, perché quando tu dici “in verità in verità vi dico uno di voi mi tradirà”, di fronte a una domanda del genere, al colpo di scena, mica una cosa da niente, non si ferma interdetto come fanno gli altri, non blocca il tempo e rimane immobile in stile ultima cena, ma continua a mangiare come niente fosse e a quel punto è facile dire, dopo la litania di “sono forse io” la frase rivelatrice: è quello che sta intingendo il pane nel mio piatto. A pensarci bene era pure maleducato, perchè uno capisce le abitudini e le tradizioni comunitarie giudaiche ma ti pare che si mette a mangiare nel piatto del Cristo Nostro Signore? Tanto che mi è sempre venuto il sospetto che la storia del tradimento si è giocata quella sera. Neppure il Nazareno sapeva chi fosse il colpevole. Uno dei dodici, ma chi scegliere? Allora fece quella domanda un po’ a trabocchetto e il destino cadde sul più distratto, l’unico che invece di ascoltare, mangiava. Allora il verbo s’incarnò e l’atto, il pane inzuppato, divenne storia. E’ il segno del libero arbitrio o della sfiga, ma anche la consapevolezza che uno vale l’altro. E meno male che Giuda, l’altro, inzuppò, perché io come Taddeo preso dall’ansia del silenzio del volontario mi stavo già facendo avanti. Capite ora il dramma contenuto in quella battuta. Sei mesi di prove, con questo sguardo, erano decisamente pochi.

Poi volevo conoscere Taddeo. Essere lui. Non me ne fregava nulla del metodo Stanislavskij, però ci tenevo a smentire questa idea dell’apostolo sconosciuto. Sempre una battuta di quattro parole, mi dicevano. Certo, ma è andata meglio a me che a Bartolomeo, sempre apostolo, che di battuta ne aveva un’altra nell’orto del Getsemani, difficilissima. “Sento in me un senso di gelo”. Ora provate a dirla senza sembrare un apostolo incerto sull’identità sessuale. E provate a dirla mentre tutto si sta compendo, quando il pathos è allo zenit, e puntualmente sacerdoti, apostoli, romani, concittadini scoppiano a ridere. Alla fine infatti fu tagliata. E Bartolomeo, aspostolo, fece come tutti gli altri. Strinse le braccia intorno al corpo e sussurrò: friiidddeee. Ma freddo o freddo freddo? Freddo freddo freddo.

Taddeo. Non sottovalutatelo. Taddeo è il figlio di Maria di Cleofa, una delle tre Marie, donna sotto la croce. Il Padre di Taddeo è Alfeo, fratello di Giuseppe. E’ quindi il fratello di Giacomo il minore e il cugino di Gesù. E già qui va rimarcata la parentela. Sono certo che vi ricordate il primo miracolo di Cristo. Il vino è finito. La madre è preoccupata. E’ chiaro che quello che si sta festeggiando è un matrimonio a cui Maria tiene. Sono parenti stretti. Gesù è spazientito. Non è ancora il suo tempo. Non è tempo di miracoli. E’ un falegname. Non un mago. Ma come si fa a dire no alla propria madre? Ecco allora che l’acqua diventa vino. Sono le nozze di Cana. Sappiamo che il vino era ottimo e abbondante. Ma chi era lo sposo? Lui. Cioè io. Giuda Taddeo. Giuda Lebbeo. L’apostolo trinomico. Sì, era sposato. Questa se vogliamo è una notizia, perchè nella vita da apostolo non c’è traccia della moglie. Che fine ha fatto la sposa? La donna a cui Gesù ha salvato le apparenze? Quella che si ritrovò l’acqua tramutata in vino? Questo solo per riflettere sulla storia della famiglia.

Taddeo vi giuro ha fatto molto di più. E’ tutto raccontato nel suo vangelo apocrifo. E’ lui che ha convertito gli armeni. E’ lui che ha al collo l’immagine di Cristo, il portatore del mandylion di Abgar. E’ lui che va in Persia con Simone lo zelota e poi viene ucciso a Beirut. E’ lui l’apostolo che si batte contro i seminatori di odio, fomentatori di discordia, che chiama”nuvole senza acqua, portate qua e là dai venti; alberi d’autunno senza frutto, onde furiose del mare che spumano le proprie turpitudini, astri erranti, ai quali sono serbate in eterno le tenebre più profonde”. E’ lui che soprattutto ha fatto la domanda più intelligente al figlio di Dio. Lo racconta Giovanni: “Gli disse Giuda, non l’Iscariota: Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Sì, perchè loro. Perché lui. Perché il Figlio dell’Uomo non sceglie il mondo come palcoscenico e parla ai dodici, agli amici dei dodici, a chi lo ha visto e chi lo ascolta e crede. E’ che il Verbo vuole guardarti in faccia e parla ai pochi perché i pochi parlino agli altri e gli altri ai molti. Nella domanda di Taddeo c’è tutto. E la risposta passa di bocca in bocca.

Questa domanda non c’era nella sceneggiatura della Passione di Cristo versione 1984. Ma io avrei dovuto comunque conoscerla, per quel qualcosa di non detto che doveva restare nell’intonazione della domanda. Sono forse io? E se non sono avrei comunque una buona dozzina di altre domande da farti. Perché noi, per esempio. Mi piace Taddeo. Mi piace per le sue domande. Mi piace per quella storia dell’acqua e del vino, che lo fa un po’ maldestro. Mi piace per il grande cuore e perché non sopporta chi sparge discordia. Mi piace anche perché è caro agli armeni. E gli armeni ne hanno bisogno. E più di tutto perché Giuda Taddeo è il santo delle cause perse, patrocinatore dei casi disperati e delle imprese ai limiti del possibile. Quelle su cui non scommeteresti mai. Quelle dei soli tra i tanti. Quelli di cui conosci a uno a uno i nomi di chi ti sta davanti. Quelli che se manca il vino non è detto che non si possa fare con l’acqua.

Arrivò la prima, il debutto. Non ricordo se c’era stato o doveva esserci un terremoto. La Passione di Cristo. Il kolossal della filodrammatica G. D’Annunzio, dove G. sta per Gabriele sia chiaro. Fa freddo come Cristo comanda. Hai sedici anni e mezzo e una barba che non funziona per un uomo che dovrebbe essere sposato. Le truccatrici ti cotonano i capelli e aggiungono matita sulle guance per dare al volto un’idea di maturità in lontananza. Sei vestito come dovrebbero o si presume dovessero vestirsi gli ebrei nella giudea di Erode. Tuniche grezze e sandali comprati al mercato (non troppo vicino al tempio). Alle nove quando comincia lo spettacolo stai sudando. Sudi forte, sudi di febbre, gli occhi lucidi e come un mezzo Lazzaro sospiri al tavolo dell’ultima cena. Quando si apre il secondo atto, quando dovrai provare a sbiascicare l’unica battuta provata e riprovato per sei mesi, tutti si accorgono che stai sbagliando il ruolo e quella non è la passione di Giuda Taddeo. Ergo, ti spediscono a casa. Diagnosi. A sedici anni e mezzo ti sei beccato la varicella. Non sarai il solo. Ma il primo. Forse l’untore. Altri cadranno di scena in scena e replica in replica. Solo il Nazareno, il Cristo, resiste. E i soldati romani. “Sono forse io?”. Quando tocca a te fare la domanda che svela il tuo senso di colpa, proprio mentre l’altro Giuda intinge il pane nel piatto, gli apostoli in scena sono undici, come una squadra di calcio. Tu non ci sei. Varicella. Una crosta, la prima, sul petto. Quella domanda non la farai mai.

E’ rimasta lì in sospeso, tutta una vita. Come un senso di colpa, come una domanda, taciuta, inespressa. Una domanda che torna ogni volta che qualcuno si sente accusato. E ogni volta quel qualcuno, quel qualsiasi qualcuno, quel principio di umanità che non ci assolve e non ci condanna, si vede accusato. Quel qualcuno sei tu. E’ giuda Taddeo. E’ Giuda Libbeo. L’altro Giuda. Il Giuda delle cause impossibili. E quella domanda perduta sai che prima o poi dovrai farla. Sono forse io?

 

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