A Roma ogni tanto ci sono spazi che scompaiono. Si fanno trasparenti, bianchi, vuoti, rarefatti, come se il presente li avvolgesse e li lasciasse sprofondare in un limbo che sa di oblio. Eri convinto che fossero lì e invece, puf, spariti. Sono fuori dalla toponomastica, sono fantasmi con il profilo incerto di certi pomeriggi dove il cielo e l’orizzonte sono più rarefatti. Non solo spazi, edifici, luoghi, ma con loro storie, ricordi, simboli, parole.

Ti ritrovi quasi per caso sull’isola Tiberina. E’ istinto. Non solo voglia di correre o passeggiare. Qui c’è qualcosa di magico, che ha a che fare con le origini di Roma, con la lupa, con Romolo e Remo e poi ti piace il Tevere. Ti piace perché a suo modo è un Dio e non sai perché i romani non lo vivono con la stessa quotidianità di chi sta sul Tamigi, sulla Senna, sul Reno o sul Danubio. Lì il rapporto con il giume è fisico. Qui è uno spartiacque antipatico tra il nord e il sud della città. Chissà se camminando sull’isolotto qualcuno ti sussurra il nome segreto di Roma. Lo sapete, no? Roma ha un nome pubblico. Roma, appunto. Roma come ruma. Roma che sa di mammelle gonfie. Roma che cura. Roma che allatta. Poi c’è, ci sarebbe, c’era, il nome religioso. Dicono Flora o Florens. E infine quello che non si conosce, che non si sa, che non si può dire, che è delitto mortale solo nominare. Poliziano dice Amarillis. Altri il polindromo amor. E’ curioso che i serbi la chiamano Rim e letta allo specchio è Mir, pace. Qualcuno ha suggerito Petra. La realtà è che nessuno lo sa più. E’ uno dei segreti meglio custoditi della storia. Il motivo è religioso e magico. Tenere celato il vero nome di Roma serviva a evitare che i nemici evocassero i suoi dèi, gli dèi della città, per farseli amici e avere così una letale quinta colonna all’interno dell’urbe eterna. Un antico commentatore di Virgilio, tale Servius, scrisse in una nota all’Eneide: «Nessuno, nemmeno nei sacrifici, ripete il vero nome della città. Ché, anzi, un tribuno della plebe, Valerio Sorano (come lasciò scritto Varrone), fu messo in croce per aver ardito pronunciare quel nome».  Ah, questi sorani.

Ti piace quest’isola perché è un tempio della cura, un pezzo di storia della medicina. Eccolo, l’ospedale, il Fatebenefratelli.  E’ qui ed è avvolto da una strana nebbiolina. Ti dicono che anche lui sta sparendo. E’ a un passo dal crack. I ragionieri, non i medici, dicono che tanto vale staccare la spina. L’ospedale malato è terminale, moribondo. I medici e gli infermieri resistono disperati come sacerdoti di un qualche Dio senza fortuna, come i gringo ad Alamo, sotto un’assedio postmoderno senza cannoni ma con conti in rosso, debiti, tagli e un disavanzo, scrivono, di 270 milioni di euro. Le sale operatorie sono in gran parte ferme perché non c’è più acqua, con le autobotti che arrivano dal Lungotevere a scaricare litri di speranza. Che fare? Il Fatebenefratelli ha presentato un’istanza di pre fallmento. Obiettivo: prendere tempo, in attesa di un miracolo. La realtà è dura. Serve un mecenate, serve qualcuno che ci creda davvero, serve una cordata di imprenditori, oppure l’alternativa è mandare a casa 200 persone. E forse neppure servirebbe.

Trovare aiuto. L’ospedale è di un ordine mendicante. E’ dei frati di San Giovanni di Dio. Li hanno sempre chiamati così, fatebenefratelli. E’ dal 1572 che vanno in giro per l’Europa e poi per il mondo a curare i malati. Chiedevano, viaggiando di terra in terra, ai cittadini di dare un mano: «Fate del bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio». Perchè curare i malati, i disperati, ridare dignità ai lebbrosi, soccorere le prostitute non è affare di Stato e neppure di pochi. Serve l’aiuto di ogni cittadino della polis. Se aiuti gli altri, fai del bene anche a te stesso. Il motivo è semplice. Oggi tocca all’altro, domani potrebbe toccare a te. E’ un’assicurazione sul futuro. E’ una forma di welfare che parte dal basso. Adesso i frati sono stati traditi dalla Regione. Lo Stato non paga più, non aiuta, non ha i soldi. La sanità è in crisi ovunque. Troppi soldi per troppi decenni sono stati spesi in fretta e male. E’ il fallimento del welfare italiano, che ha distribuito privilegi, che ha fatto ricchi i furbi, gli amici degli amici, e non ha visto i deboli.

Il miracolo non arriverà dalla burocrazia pubblica. Non arriverà dai signori del Lazio. La verità è che solo i privati possono salvare l’ospedale dell’isola tiberina.

Perché? Perché salvare un ospedale che sta nel cuore del cuore di Roma, lì dove il Tevere si sbraccia. I frati non sanno fare i manager? Si arrangino. Solo che non tutto è così semplice. Questo ospedale è un pezzo di Roma. E’ sull’isola del Tiber che è stato forse scritto e cancellato il vero nome della città eterna. E’ qui che nel 289 avanti Cristo viene costruito il tempio di Esculapio. Esculapio o Asclepio, il semidio della medicina, il figlio di Apollo, l’uomo che va in giro con il suo bastone, sul quale si snoda il corpo di un serpente, a curare i mortali. L’isola Tiberina è un luogo sacro per tutti i medici del mondo. E’ qui che nel 1583 muro su muro viene costruito l’ospedale Fatebenefratelli. I frati mendicanti erano grandi medici. Capirono che per combattere peste, colera e altre epidemie serviva l’isolamento. Davano un letto a ogni malato. Banale? Certo. Solo che allora i moribondi li ammassavano dove capitava. Quando i bersaglieri arrivano a Porta Pia l’ospedale viene dato allo Stato italiano. Chiude. Viene messo in vendita e lo acquistano tre personaggi misteriosi per “privata industria ed interesse”. Sono tre frati mendicanti, tre fatebenefratelli.

Roma non può lasciare l’isola di Esculapio senza medici. Non può non solo per storia, per tradizione, per scaramanzia, perché gli dei sono vendicativi. Non può non solo per fede, per comodità, per prestigio, perché c’è un pezzo di storia della medicina che se ne va a puttane. Non solo per questo. Ma perché è da stupidi. E’ da incoscienti e ottusi buttare via un patrimonio di questo tipo. L’ospedale sull’isola Tiberina è qualcosa di unico. E’ un’altre delle immense meraviglie italiane. E’ una meraviglia che è a misura d’uomo. Non è solo bellezza. E’ carità. E’ solidarietà. E’ scienza. E’ cura. E’ l’altro. E’ umana. Questo ospedale non è solo un ospedale. E’ l’idea di ospedale. E’ il suo noumeno. E’ la storia della medicina occidentale.  E’ quella linea sacra che da Galeno arriva fino a noi. Ed è lì tra i ponte Fabricio e il ponte Cestio c’è la nostra anima. Davvero volete far sparire tutto questo?

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