Ci siamo sorpresi entrambi del nostro stupore. E il diario? chiedo io, così come avrei potuto dire hai preso la merenda, hai chiuso la porta, prendi il golf che fa freddo, tutte quelle inutili cose che diciamo noi mamme e che potremmo evitare benissimo (lo sappiamo eccome se lo sappiamo), ma che non riusciamo a non pronunciare salvo poi morderci la lingua una volta dette…
È che a volte, anzi spesso, ci troviamo a fare quelle domande che si chiamano «retoriche» proprio perché non hanno bisogno di una risposta: già la conosci. E in questo caso, già lo sai che sarà una cosa tra il mugugno e lo sbruffo con lo sguardo tra l’infastidito e l’interrogativo.
Invece la risposta c’è stata. Ed è stata una domanda: quale diario, mamma?
Oibò.
Ma come «quale diario»? Il diario, d-i-a-r-i-o, il diario di scuola, quello che tutti gli anni, ogni anno da anni ogni bravo o non bravo studente senza distinzioni di genere o status, compra insieme ai libri, anzi prima ancora dei libri. Da che scuola è scuola, generazioni di ragazzi hanno speso ore o si sono innamorati al primo colpo, scegliendo tra pile di libretti con le copertine colorate e con i fumetti, con le frasi per sognare, le battute per ridere.
Insomma dai… il diario.

La scelta è un rito, parla dell’anno che verrà, di quello che sei e di chi vorrai essere, è come decidere il compagno di banco che neanche quello ti scegli più. È un altro degli strascichi del Covid: il virus s’è mangiato pure i diari. Il caro diario è diventato il caro estinto. Non servono. Cioè, magari per chi è alle elementari e anche alle medie forse ancora sì, ma alle superiori è sparito, proprio alle superiori dove il diario diventa davvero quello che è. Che non ha niente a che vedere con i compiti da segnare. Per carità ci sono anche quelli, ma «anche».

Tra le pagine dei diari di scuola sono nati e finiti amori mai vissuti, sono nascosti sfoghi e parolacce. Il diario è l’evasione dalla classe mentre il prof parla e parla e parla e parla, è scarabocchi e ammiccamenti, il luogo segreto, lo spazio personale in luogo pubblico.

E poi è anche «portami il diario», con le comunicazioni scuola-famiglia, cioè le note. «Suo figlio non era attento», «non aveva fatto i compiti» si prega restituire con firma del genitore. Bastavano quelle due righe e addio uscite, sabati sera, via il telefono, play e compagnia bella (o brutta). La vita del diario era diventata già un po’ precaria quando il registro elettronico si è imposto in classe. Il covid gli ha dato la botta finale: annientato.

D’altronde a che serve adesso? risponde lo studente poco romantico tornato in presenza dopo due anni vissuti poco pericolosamente quasi interamente on line, ma ormai abituato a visualizzare i compiti in «bacheca», con le note in arrivo con un bip sullo smartphone, il registro che segna in tempo reale le assenze anche per il minuto di ritardo e i compiti inviati in formato pdf o jpg su piattaforme tecnologiche. Già a che serve?

Effettivamente è tutto più efficiente e più trasparente, forse anche fin troppo alla luce del sole. A partire dal primo giorno di prima superiore quando le facce dei compagni le conosci tutte perché con la lista dei cognomi in mano è partito il tam tam su Instagram e ti sei già spoilerato la più carina o il più figo. I voti arrivano con un clic e li sanno prima i genitori dei figli. Impossibile tenere nascosto un 3 figuriamoci poi balzare un giorno di scuola. Sgamati subito, e forse, anzi sicuramente, è un bene ma mette un po’ di tristezza perché chi non aveva mai balzato un compito prima di arrivare all’ultimo anno di liceo, ai nostri tempi, non era considerato poi mica tanto normale.

È la nuova scuola bellezza. Più tecnologica, più efficiente, più trasparente più molte cose meno una: per dirla alla Kierkegaard forse più un problema da risolvere che non un mistero da vivere.

Tag: , ,