“Libere”, donne che hanno sconfitto violenza e abusi
«Sono tutti uomini “speciali”, creano la loro regina e poi la chiudono nella torre fatta di violenza fisica, psicologica, economica. Ecco, vorrei che questo libro entrasse nelle scuole, per far capire per tempo quali sono le “bandierine rosse” a cui prestare attenzione. E per dare anche un messaggio di speranza a chi si trova nella spirale della violenza e ne vuole uscire». Armando Cecatiello è avvocato familiarista, curatore speciale presso il Tribunale di Milano, con 30 anni di esperienza anche nella tutela dei diritti delle donne vittime di violenze a Milano. Lunedì 7 luglio (ore 19) al Museo di Scienza e della Tecnica presenta il suo nuovo libro. «Libere. Storie di donne che hanno sconfitto violenza e abusi».
Dieci donne, dieci storie con lieto fine. Sono tutte realmente accadute?
«Tutte storie vere, le ho solo rese irriconoscibili. Negli anni ho seguito molte donne vittime di violenza. Una violenza di cui si rendevano conto ed era il motivo per cui si separavano, oppure – ed è la cosa più difficile da comprendere – erano immerse in questa violenza, fisica, psicologica, più spesso economica ma non se ne accorgevano. Sono arrivate da me perché avevano deciso di separarsi per altri motivi, ma poi dai racconti emergeva che avevano normalizzato comportamenti non normali, ma tollerati per anni. Mi sono chiesto come aiutare le donne ad aiutarsi e ad aiutare altre giovani donne. Da qui il libro».
C’è stata qualche storia che l’ha particolarmente colpita?
«Quella di Sabrina, una ragazza giovane, che va a scuola, che è carina, che ha una vita sportiva, amici, e poi si trova in una situazione veramente difficile. Oppure Daria, giornalista di moda della Milano bene che si trova a gestire un marito che la tradisce ma la vuole far passare per pazza. Vive in quel mondo molto leggero, molto bello, molto di agio che si trasforma in un incubo perché la “Pucci“, l’amica di lei, diventa l’amante di lui. Ma alla fine tutte ne escono».
Qual è il filo che lega tutte queste storie?
«È la loro forza interiore, la resilienza, che permette loro di uscire dal circuito, perché ci vuole davvero coraggio per tirarsi fuori. Vorrei far capire che a fronte di tantissimi tragici casi, ce ne sono molti di più di donne che invece agiscono, si fanno difendere e ne escono, vincendo sulla paura. Mi capita spessissimo di fare ricorsi per separazione, per divorzio, per la regolamentazione dei figli non matrimoniali, dove la moglie chiede di edulcorare la situazione. “No, no, questa cosa non la diciamo, avvocato. Non voglio fare una brutta fine“. Talvolta hanno paura di dire quello che effettivamente succedeva perché temono che la situazione possa peggiorare, invece è l’unica tutela che hanno. E questo capita, anche in famiglie altolocate dove è sempre più frequente la violenza economica. Un esempio? Signora vestita da capo a piedi, due volte alla settimana da Coppola, sempre su un aereo in giro per il mondo ed è vittima di violenza economica, come è possibile? Non ha la possibilità di fare un prelievo a un bancomat. Tutte le spese le deve fare con una carta di credito e devono essere approvate da lui. Quindi quando “è brava“ i rubinetti si aprono, quando secondo lui diventa “cattiva“ si chiudono».
Una vera forma di ricatto.
«Totale serve per controllare la persona, ma anche per potersi permettere di fare il bello e il cattivo tempo, cioè se tu, moglie, tolleri l’amante, o che mi faccio i fatti miei, che non torno a casa quando dovrei, che non mi curo dei figli, ti do i soldi. Ti lamenti? Non ti do niente. Ci sono signore che si trovano a non avere i soldi per l’avvocato e neanche per fare la spesa. Ho una cliente, abita in San Babila, non aveva i soldi per la benzina, per andare a comprare la verdura al mercato solo perché ha chiesto la separazione.
In 30 anni di esperienza, come è cambiato la violenza sulle donne?
«Direi che su larga scala ci sono meno botte, c’è meno violenza fisica. Ma è aumentata quella psicologica, lo svilimento, il controllo economico. Vorrei che questo libro fosse utilizzato per la prevenzione, nelle scuole, da far leggere alle ragazze ma anche ai maschi, che magari hanno mutuato alcuni atteggiamenti di controllo dal padre. Far capire quando la gelosia diventa violenza».
Ci sono elementi che accomunano queste storie?
«All’inizio tutti questi uomini sono molto gentili, molto seduttivi, corteggiatori incredibili, fanno sentire tutte come delle regine. Sono solo dei piccoli mattoncini che creano una bella torre dove poi la “principessa“ viene chiusa dentro. Questo è il problema».
Quali sono le “bandierine rosse“ quindi?
«Bisogna stare attenti all’isolamento, al divieto anche velato di uscire senza di lui. “E io cosa faccio?“. Io, io io. Attenzione a quel grande “io“. E al rispetto dei confini, il “no“ deve essere un “no“. Ci sono persone, anche tra ragazzi molto giovani, che impongono come vestirsi, come comportarsi, con chi uscire? C’è chi obbliga a tenere sempre accesa la posizione sul telefonino. Dicono “Se mi ami mi devi dire dove sei sempre“».
Capitano genitori che le portano le figlie?
«Sì, è un fenomeno nuovo, ma sempre più frequente. Ma anche come Curatore speciale quando vengo nominato dal Tribunale sono l’avvocato dei ragazzi, tutelo i figli nelle coppie che si separano. E vedo tante situazioni che riguardano anche ragazzine».
Che consiglio si sente di dare a chi si trova in una situazione del genere?
«Andate, denunciate subito da avvocati specializzati, nei centri antiviolenza. È un ambito che necessita di una conoscenza specifica e un’attenzione particolare di queste situazioni, perché possono diventare anche molto rischiose».
Le storie
Sabrina, vittima di manipolazione iniziata con cuori e messaggini
«Sabrina ogni giorno, prima di andare a scuola, passava dal panettiere per prendere la sua merenda. Gli allenamenti di nuoto che faceva ogni mattina alle sei le mettevano fame e l’energia della colazione, alle dieci era già finita».
Inizia così la storia di Sabrina, giovanissima, vive in provincia di Milano e si allena tutti i giorni con la squadra di nuoto sincronizzato. Ed è proprio nel suo passaggio mattutino dal panettiere che incontra Luca, che «nonostante l’aspetto da duro, la felpa nera, gli orecchini e gli anelli dorati con teschi e croci, era molto gentile». Una famiglia attenta con il papà che quando può si sveglia presto per accompagnarla agli allenamenti, due amici che conosce e la conoscono fin da quando erano piccolissimi. Ma che all’inizio non la “salvano“ dal restare incastrata nella morsa di Luca che i genitori avevano fatto allontanare da Milano, dalla città dove (si scoprirà poi) aveva già manipolato altre ragazze. Sabrina diventa l’ultima delle serie fino ad arrivare anche alle percosse. Botte che in qualche modo chissà come e chissà perché lei finisce per subire. E una manipolazione spietata fatta di «love bombing» con cuori tatuati e regali esagerati, di raffiche di messaggi nel cuore della notte e di minacce: «Non mi mancare più di rispetto, tu sei speciale. Ti amo». Sabrina riesce a lasciarlo. Non lo denuncerà ma solo dietro la certezza che Luca avrebbe intrapreso un percorso di cura. «I genitori di Luca spiegarono che ci avevano già pensato e che si erano già rivolti a un centro specializzato, consigliati dal loro legale».
Anna, sposa a sedici anni e colpita insieme ai suoi figli
«Anna aveva appena compiuto sedici anni quando si sposa con Antonio in un piccolo paese del Lazio. in un piccolo paese del Lazio. C’era tutta la famiglia, i suoi fratelli, la mamma e lo zio paterno che l’accompagna all’altare. La madre di Anna pensava che non sarebbe accaduto se suo marito non fosse morto prematuramente: nessuno avrebbe disonorato sua figlia e Antonio non si sarebbe neppure avvicinato a lei. Invece le cose non erano andate cosi».
Antonio «è uno che ci sa fare», si vuole traferire a Milano, sono i meravigliosi anni Sessanta. E così succede. Lui parte lei lo segue. Lei si sveglia prima di lui per preparagli la colazione. La sera lo aspetta e tutto deve essere pronto, il bagno caldo, gli asciugamani «piegati in tre e non in quattro», la cena. Lui entra, non saluta, ma chiama sua madre. È solo l’inizio di una storia fatta di umiliazioni, di botte, di una violenza cieca, spietata che si accanisce anche contro i figli, nati nel frattempo. Anna subisce, cura, piange. Poi una sera in una viale Monza paralizzata dalla nebbia, Anna riceve una telefonata: Antonio era stato arrestato, era al carcere di San Vittore. «La prigione per Antonio diventerà la libertà per Anna e i suoi figli che avevano tutti già scontato ogni pena». Lei scopre di poter avere un’altra vita. E la vive. Ma viene sconvolta dopo 30 anni quando lui ritorna a casa e lei è diventata un’altra donna non più disposta ad accettare la sua brutale violenza. «La mattina Anna si presentò alle nove presso il mio studio». La fine di un incubo, l’inizio di una nuova vita.
Daria, inondata anche di minacce dopo aver scoperto un tradimento
«Daria era sposata con Raoul da vent’anni, avevano due figli, Paolo di sedici e Michela di undici. Vivevano in una grande casa in centro a Milano, dal grande terrazzo si vedevano il Duomo e la Galleria. Aveva quarantasette anni, era giornalista di moda, lavorava per un importante magazine, era una donna molto dinamica e sportiva, aveva molti interessi ed era molto attiva anche nel sociale».
Raoul, responsabile di un importante gruppo finanziario, per anni aveva diviso la sua vita tra Milano e Londra. Quando la sera (tardi) torna a casa urla e sbraiata. «Papà è nervoso», lo giustifica Daria mentre lui passa i week end tra il golf e lo stadio. La tata, la Sardegna d’estate, l’Engadina d’inverno. Una normale fighissima vita milanese che s’incaglia quando Daria torna a casa, e trova l’amica Letizia, il letto disfatto, la biancheria zebrata sulla poltrona e il marito nella doccia. «Come è possibile», le grida lei, mentre lui la scuote per il braccio con violenza le mette le mani al collo e le grida «Sei sconvolta, non capisci quello che fai, devi farti curare, sei esaurita» prima di uscire da casa. È solo l’inizio di una violenza fisica e subdola con una minaccia chiara: «Cerca di fare la brava, se no sai cosa succede, ti faccio rinchiudere, sei pazza, sei esaurita, non vedrai più i tuoi figli». E così farà. Quando lei si rivolge all’avvocato sarà per difendersi. Oggi lui vive a Hong Kong, non vede più i figli, è stato condannato in Italia per maltrattamenti in famiglia, sottrazione di minori e stalking. Daria è ora direttore della rivista dove lavorava come giornalista, ha un compagno e ha scritto un libro con la sua storia che ha messo in un cassetto.
