Una pizza. Un voto. Un rimprovero. Un paio di cuffiette. Quel nulla che basta perchè la mano di un ragazzino appena uscito dall‘infanzia diventi quella di un’omicida. Indifferente al dolore, incurante delle conseguenze,  insensibile al valore della vita, cieco nel vedere e ignorante nel riconoscere un limite invalicabile.

“Futili motivi” inorridisce la cronaca davanti a circostanze che diventano aggravanti  (previste dall’art. 61 n. 1 del codice penale italiano), applicabili quando un reato è commesso per quelli che vengono percepiti come impulsi banali, lievi in ogni caso sproporzionati rispetto alla gravità del fatto. Etichette rapide, illusione di spiegare l’impossibile.

Illusione. Tuona (per davvero) Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, che nell’ultimo libro “Chiamami adulto” mette in guardia  riguardo alla solitudine degli adolescenti. Quei “motivi” non sono la causa, sono quelli che lui definisce «i fattori precipitanti». E concentrarsi su questi è un alibi.  Dietro, sotto, in fondo c’è altro, c’è «la disperazione che non riesce a diventare pensiero, che  non trova parola o simbolizzazione e così si trasforma in azione».

Di fronte alla domanda senza risposta «come è possibile uccidere per una sciocchezza del genere?», Lancini ribalta lo sguardo e fornisce la risposta. «Quando le emozioni – paura, rabbia, tristezza – non trovano uno spazio per essere riconosciute, diventano azione. L’adolescenza da sempre è il tempo dell’acting out, agisci quello che non può essere pensato». E nei casi estremi l’azione può farsi violenza contro gli altri, anche (se dice) più spesso ma con meno clamore è contro se stessi.

Non c’è niente di “futile”, è  assenza, è vuoto. Il “movente” nella sua accezione giuridica («Ha agito per i soldi, per una lite, per gelosia») è una semplificazione davanti a una realtà più complessa. «Sono adolescenti che non riescono a esprimere le emozioni perchè nessuno ha mai insegnato loro come farlo e ancora prima,  che quelle emozioni sono legittime.  Non perchè sono stati troppo ascoltati, come viene ripetuto spesso. Ma al contrario, perchè abbiamo disatteso la nostra promessa di ascolto, mai mantenuta».

Lancini richiama con gran forza gli adulti alle loro responsabilità. Genitori, insegnanti, politici. Senza sconti. «Non si sono mai visti tanti adulti passare il tempo a bere spritz, farsi mani e piedi, con la scuola che interroga ancora come ai tempi di Gentile. Abbiamo educato generazioni dentro un patto implicito: “fai quello che vuoi, basta che non disturbi“». Non disturbare con la rabbia, con la tristezza, con la paura. Non disturbare con il conflitto. Neanche quelli fisiologici, neanche quelli naturali. Hai paura del cane? Ma perchè? Il cane è buono…Non devi avere paura, non devi…

Il risultato, spiega Lancini, è una crescita senza attriti apparenti, ma con una pressione enorme. Emozioni dirompenti, senza canali di espressione. Non diventano pensieri, non diventano parole. Disperazione che diventa gesto. Il coltello, il pugno, ma più spesso il ritiro sociale, l’autolesionismo. Non per un “motivo futile” ma drammaticamente per sentire qualcosa.

«Mentre cercavamo il padre-perduto – fa notare Lancini –  è mancata la funzione materna. Non quella antica, della presenza fisica, ma quella del riconoscimento dei bisogni fondanti».

Lo definisce «bullismo» ma degli adulti sui ragazzi «che ispira il modo di educarli definendolo educazione ai paletti»,  che «ti sovrintendono il pensiero», delegittimano le emozioni, scaricano rapidamente la responsabilità del malessere giovanile sul digitale «quando sono loro i primi a stare troppo sui social». Si predicano limiti, ma poi siamo i primi ad aggirarli. E allora «non si capisce perchè la disperazione giovanile non diventi una forma di ribellione collettiva, me lo chiedo tutti i giorni. Invece si suicidano, si ritirano, hanno ansia generalizzata, un malessere che passa attraverso il proprio corpo o attraverso quello degli altri in casi estremi  pur di sentire di aver ripreso il controllo delle proprie emozioni».

Lancini non giustifica. Non assolve. Ma invita a smettere di raccontarsi una storia falsamente rassicurante. Che i ragazzi sono «bacati» dalla nascita, che ci sia un difetto all’origine… che la colpa sia dei social «perchè il rischio è di non vedere la disperazione che diventa violenza».

Cosa fare?

Una cosa soprattutto, sottolinea Lancini: accettare che paura, tristezza e rabbia sono sentimenti costitutivi dell’essere umano e che questa società del non-disturbare va cambiata. Per farlo bisogna porsi e rispondere prima di tutto a delle domande:

Ma io quello che sto facendo, lo faccio per me o per te?

Le regole che impongo servono a educare o tranquillizzarmi?

Sono disposto, io, adulto, a rinunciare a qualcosa prima di chiedere sacrifici ai miei figli/studenti?

«La fragilità degli adulti tende a assecondare proposte che fanno stare meglio gli adulti ma non i ragazzi.  Adulti non cattivi ma troppo fragili in una società dissociata dove conta solo il loro individualismo» ribadisce,  che continuano a intervenire togliendo – telefoni, libertà, spazio – invece di aggiungere tempo, ascolto, presenza, nel tentativo di nascondere la disperazione sotto il tappeto della performance della serenità obbligatoria.

 

 

 

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