La Generazione Z e l’IA: il collega che non si lamenta mai del caffè
C’è un dato che mi ha colpito più di altri, nelle ultime settimane, mentre cercavo di capire dove stia andando il rapporto tra le generazioni più giovani e l’intelligenza artificiale. Non un dato di borsa, non una previsione degli analisti di turno, ma qualcosa di più sottile: il modo in cui i ragazzi nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila parlano dell’IA. Non come di uno strumento. Come di un collega.
Chi si occupa di ricerche di mercato sa bene quanto sia raro che un cambiamento di paradigma si manifesti così precocemente nel lessico quotidiano. Eppure sta succedendo.
Un’indagine condotta su oltre 10.000 manager e leader aziendali in tutto il mondo — promossa da una delle più note società di consulenza internazionali — ha rilevato una spaccatura generazionale tutt’altro che banale. Alla domanda su come l’IA avrebbe ridisegnato i ruoli lavorativi nei prossimi uno o due anni, circa il 27% dei rispondenti tra i 18 e i 24 anni si è detto convinto che l’intelligenza artificiale assumerà funzioni autonome, operando non come supporto ma come agente indipendente all’interno dei team di lavoro. Tra chi ha più di 55 anni, questa convinzione scende al 19%. Otto punti percentuali di distanza che, in termini di percezione del futuro, valgono non poco.
Il dato non mi stupisce del tutto, e soprattutto la direzione del ragionamento: non è solo “userò l’IA per lavorare meglio”, è “l’IA lavorerà con me”. La sfumatura è rilevante.
Aggiungiamo un altro tassello. Nella stessa indagine, il 44% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ritiene che l’IA amplierà le proprie capacità umane e integrerà le competenze già possedute. Tra i colleghi più anziani, fascia 35-54, la percentuale si ferma al 35%. È un gap di quasi dieci punti che racconta, a mio avviso, qualcosa di più profondo: i più giovani non percepirebbero l’IA come una minaccia alla propria identità professionale, ma più come un moltiplicatore di essa.
Certo, non è tutto rose e fiori. Tra gli stessi Zeta non manca chi guarda con apprensione all’impatto che questa tecnologia potrebbe avere sui lavori di ingresso — quelli che, tradizionalmente, rappresentano il primo gradino della scala professionale. Ed è una preoccupazione legittima, che merita analisi serie e non rassicurazioni di facciata. Ma quello che emerge, complessivamente, è una sorta di pragmatismo generazionale che ricorda quello dei Millennials di fronte all’e-commerce: “Non posso fermarlo, quindi capisco come cavalcarlo.”
Uno studio del 2025 ha rilevato un elemento interessante su questa dinamica: chi nutre un forte scetticismo verso la tecnologia tende a non provarla, e quindi non la conosce. Chi invece la usa con regolarità finisce per ridimensionare i timori legati al suo impatto sulle proprie facoltà cognitive e sulla motivazione al lavoro. Un circolo — per una volta — virtuoso.
La vera sfida, però, non è tecnologica. È culturale. Nelle organizzazioni, i cambiamenti più duri da gestire non sono quelli infrastrutturali — quelli si risolvono con investimenti e formazione. Sono quelli che riguardano le abitudini mentali, le routine cognitive, i sistemi di significato. Convincere un team di cinquantenni che lavorano con procedure collaudate da vent’anni a fidarsi di un agente autonomo non è questione di aggiornare i software. È questione di costruire fiducia. Lentamente, concretamente, con esempi visibili.
I più giovani, in questo senso, possono essere una risorsa preziosa non solo per sé stessi, ma per le aziende che li circondano. Non perché siano più intelligenti o più preparati — la maturità professionale si conquista con il tempo e l’esperienza — ma perché hanno già un modello mentale diverso. Per loro, collaborare con un agente IA non è filosoficamente disturbante come può esserlo per chi ha costruito la propria identità professionale in un mondo analogico.
La domanda che mi e vi pongo, però, è un’altra. Stiamo davvero preparando le organizzazioni — quelle italiane in particolare — a raccogliere questo segnale? O rischiamo di perdere questa finestra temporale, come già è accaduto con altri cambiamenti tecnologici, inseguendo il treno quando è già partito da un pezzo?
I numeri ci danno un indizio. Tocca a noi, come sempre, decidere se ascoltarli o ignorarli nel rumore.
