Mentre il monumento da anni atteso in piazza della Repubblica si farà ancora attendere – e non si capisce bene  per quale motivo, visto che le ricostruzioni di due assessorati in parte divergono – Milano da stasera ha reso giustizia alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo italiano da Istria, Dalmazia e Venezia Giulia.

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Lo  ha fatto, la città, grazie al municipio 4, guidato da Paolo Bassi, che stasera ha inaugurato una stele nel cortile del Consiglio di zona, e già l’anno scorso aveva dimostrato sensibilità e attenzione verso una pagina che in Italia è stata sottaciuta colpevolmente per decenni. La sinistra comunista aveva decretato una sorta di tabù ideologico sui massacri perpetrati sul fronte orientale dell’Italia dai partigiani di Tito. Li viveva come una macchia della sua storia e tentò a lungo di etichettare le vittime, e gli esuli, con il marchio del fascismo.

Giusppe De Lorenzo ha ricordato sul Giornale.it cosa scrisse L’Unità nell’edizione del 30 novembre 1946: “Ancora si parla di ‘profughi': altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.

In realtà le vittime delle foibe, e gli esuli, non avevano alcuna “colpa”. Erano italiani, e questa doveva apparire come una colpa intollerabile agli occhi degli slavi titini, intenzionati a operare una vera e propria pulizia etnica in terre italiane. Una autentica pulizia etnica, messa in atto con l’aggravante dell’ideologia che si abbatté con tutta la sua ferocia contro i liberali, i socialisti, gli anticomunisti in generale. Ma ci furono anche comunisti fra le vittime, come ha ricordato in un’intervista l’ex assessore comunale Roberto Predolin, figlio di una coppia di dalmati costretti a fuggire e a mai più tornare. Una storia, quella di Predolin, simile a quella di molti altre famiglie. Storie che ora a Milano saranno finalmente ricordate, grazie anche al Municipio 4, che in questo modo ha reso onore alle vittime di una strage negata, e anche alla sua funzione istituzionale, come dimostrano i molti messaggi di ringraziamento ricevuti dal presidente Bassi, artefice di questa iniziativa.

guidobassi

 

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