Questa, arrogante e narcisa, è la Repubblica dei capibranco. Si sono conquistati ogni centimetro della terra di nessuno, dove non c’è legge, non ci sono occhi, non c’è individuo, non c’è responsabilità. C’è solo il branco. Ci sono loro. I branchi urlano, i branchi sparano, i branchi rompono, fanno le smorfie, alzano le braccia, muovono il pollice su o giù e soprattutto i branchi comandano. Imperano. Non solo quelli delle curve, non solo gli ultrà. Il branco è la parte distruttiva dei No Tav. È la violenza per la violenza dei black bloc. Sono i travet del sindacalismo quando rinnegano la missione di tutelare i deboli, ma si ordinano sacerdoti della «piazza per la piazza», della «restaurazione per la restaurazione». Sono i capibranco del voto, i capataz del clientelismo, i professionisti delle preferenze. Tutti i partiti prima o poi vanno a chiedere pegno a questi usurai elettorali. E più stanno al centro, nella mediana del potere, e più lo fanno senza imbarazzo. Il branco è mafioso.

Il branco sono i volti anonimi della rete, la parte che si crede il tutto, incarnazione della volontà generale, quelli che si muovono lesti e in massa ogni volta che qualcuno deraglia dalla loro filastrocca: «Quattro gambe buono, due gambe cattivo». Vi dice nulla La fattoria degli animali? Eccoli, arrivano, sguscianti e incappucciati, ti circondano, ti insultano, ti portano sulla gogna, e poi scappano via. Avanti il prossimo. Squadracce del web.

Il branco è lo spettatore che non si accontenta più di fischiare o applaudire, ma pretende di sentirsi protagonista, conseguenza della profezia di Andy Warhol sul quarto d’ora di celebrità. Il branco è la retorica della società civile.

I branchi sono il sale di questa democrazia senza nome e cognome. Sono rappresentanza, sono potere, sono scelta. È il branco che fa la legge. Ovunque. Se sei nel branco hai poteri speciali. Puoi fare quello che al singolo non è permesso. La tessera del branco vale come un passaporto diplomatico, ti regala l’immunità. Puoi fermare i treni, occupare la proprietà privata, frantumare le città, conquistare la piazza, muoverti di notte con azioni guerriglia, boicottare, insultare, spazzare via tutto come orde di vandali, se necessario usare la violenza. Il branco di piazze e curve è orfano di guerra, nel senso che gli manca la guerra o la rivoluzione, ne ha nostalgia, come se fosse qualcosa di atavico che questo tempo gli ha tolto. Il branco si porta sulla pelle il vitalismo intellettuale del futurismo e la fede nell’azione dei bolscevichi. Sono la peggiore eredità del fasciocomunismo. A loro insaputa, naturalmente.

Il branco mente. E i capibranco più di tutti. Hanno bisogno di un’etichetta per riconoscersi, ma è solo una scusa per essere branco. I tifosi non tifano. O se tifano, tifano contro. Il branco dice no. Dice no sempre e dice no a tutto. Il no gli serve per sentirsi vivo. Sono nichilisti perché hanno paura di non esistere.

E lo Stato? Lo Stato tratta sempre con i capibranco, perché è forte con i deboli e debole con i forti. È spietato e rigido solo quando ti becca da solo. È nel nostro dna. È così dai tempi di Cicerone, quando le bande armate di Milone e Clodio tiranneggiavano Roma. È la cultura che porta i capitani di ventura, mercenari a capo di bande armate, a prendersi le libere città mercantili con la scusa della pace sociale. La città divenne Signoria. Guardatevi intorno. Non è cambiato molto. La Res Publica italiana continua a rispettare il branco e non si fida dell’individuo.

Quando è faccia a faccia, Stato davanti all’io, non sa cosa sia il buon senso. Come la storia raccontata da Virus su Rai2. Il pescivendolo multato per mille e centosessantasei euro perché non c’era l’indicazione della specie in latino. C’era in italiano, il pesce era fresco, ma non c’era scritto soleas vulgaris. No, non basta scrivere sogliola. Esagerati gli agenti della forestale? Forse. Ma significa che c’è una norma che pretende il nome in latino. Una legge che qualcuno ha scritto, come ne ha scritte tante altre di questo tipo. È l’ossessione di uno Stato e di una burocrazia che pretende di regolare ogni istante di vita di chi vive, lavora, esiste. Come è accaduto a due ragazze che sulla spiaggia di Fregene si sono messe in un angoletto per baciarsi. Baci saffici. E una denuncia per atti osceni. Ogni individuo è imbrigliato in una rete di norme, leggi e leggine che disciplinano il comportamento umano e non umano. Presi uno a uno lo Stato ci tratta come burattini, in branco lascia che vada avanti il solito spettacolo d’arte varia. Ecco, allora, a chi assomiglia lo Stato italiano. È lo Stato di Mangiafuoco. E gli unici a sentirsi al sicuro sono il Gatto, la Volpe, Genny ’a carogna e il resto del branco.

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