trump_hillary_4Finalmente nel dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump entrano in scena, con un certo rilievo, le tasse, il debito pubblico e le misure per far ripartire l’economia e aumentare i posti di lavoro. Perché, in fondo, la frase che James Carville coniò per Bill Clinton nel 1992, “It’s the economy, stupid(frase che intendeva denunciare la scarsa attenzione al fronte interno da parte di Bush padre) resta sempre valida in ogni elezione. In America e non solo. 

Hillary Clinton afferma che il piano che ha in mente intende offrire maggiori opportunità al ceto medio, creando nuova occupazione specie in alcuni settori, tra cui, ad esempio, quello delle energie rinnovabili. Ricorda poi l’intenzione di aiutare i piccoli imprenditori e innalzare i salari minimi. Promette niente tasse universitarie a chi ha un reddito inferiore a 126mila dollari all’anno e zero tasse a chi è sotto 29mila dollari. E ribadisce di volerle alzare ai ricchi e alle grandi aziende. “Il mio piano creerà più opportunità, il suo – dice rivolto a Trump – ci darà maggiori problemi con il lavoro”. Lo schema di Hillary ricalca in gran parte le idee formulate da Bernie Sanders, che Hillary ha fatto proprie (non tutte le proposte, che in tutto erano una dozzina, ma almeno la metà). La candidata democratica intende coprirsi il fianco a sinistra, senza dimenticare di strizzare l’occhio a quella working class che, in diversi Stati, ha mostrato di essere sensibile ai richiami di Trump, magari perché più sensibile su altri temi (armi, immigrazione, temi etici).

trump_hillary_2Trump accusa Hillary di voler solo aumentare le tasse, fino a raddoppiarle. Lei ribatte snocciolando un paletto che considera inamovibile: “Non le aumenterò a chi guadagna fino 126mila dollari all’anno”. Sottinteso: tutti gli altri si devono aspettare di pagare di più. E insiste: “Tagliare le tasse ai ricchi non funziona. Ci abbiamo provato ma non ha funzionato in questo Paese”. Hillary difende a spada tratta la politica di Obama: “Ha ereditato una situazione di crisi davvero gravissima, dalla quale ci siamo ripresi. Ma ora – ammette – dobbiamo rimetterci a correre”. Se Hillary segue un modello di ridistribuzione della ricchezza che potremmo definire “socialdemocratico”, Trump si ispira invece a Ronald Reagan: vuole ridurre l’aliquota fiscale alle imprese, portandola dal 35% al 15% (ai livelli di diversi paesi dell’Est Europa). Spera, in questo modo, non solo di rilanciare il business ma anche di attirare più capitali negli Usa. E ritiene opportuno ridurre gli scaglioni di reddito per le aliquote fiscali dai sette attuali a tre (12% fino a 75mila dollari, 25% da 75mila a 225mila, 33% sopra i 225mila). L’inevitabile minor gettito derivante dalla riduzione delle tasse verrebbe compensato, secondo Trump, dal maggiore sviluppo economico e dalle conseguenti entrate più consistenti. Leggi il piano fiscale di Trump / Leggi il piano fiscale di Clinton.

Nel terzo dibattito il candidato repubblicano snocciola alcuni dati sulla crescita del Pil che mettono in imbarazzo l’America: “La Cina cresce del 7%, alcuni stati dell’India dell’8%. Noi cresciamo intorno all’1%. Il nostro Paese è in una fase di stagnazione, questo perché da tutto il mondo entrano prodotti che fanno concorrenza a quelli americani”. Il tema dei negoziati commerciali è uno dei più caldi nello scontro politico per la Casa Bianca. Trump assicura che vuole rinegoziarli tutti. Clinton rilancia: “Quando ho letto la proposta del Ttip ho capito di essere contraria”. Poi, però, ha polemizzato: “Trump dice di voler contrastare le pratiche commerciali che ci danneggiano (dumping) ma poi utilizza l’acciaio cinese”. Prontissima la replica: “Perché non lo avete impedito con una legge? Perché non ha mai fatto le cose che servono al Paese?”.

Un tema troppo spesso colpevolmente ignorato è il debito pubblico, una montagna pari a circa il 108% del Pil (20mila miliardi di dollari). Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Pil. Nel 2000, invece, era di 5.600 miliardi.  Se sommiamo i vari debiti (governo federale, singoli stati, enti locali, business, famiglie e ipoteche) raggiungiamo quota 64.000 miliardi. Nel 2000 eravamo a quota 28.600 miliardi. Come si vede è più che raddoppiato. A preoccupare è anche il deficit di bilancio: nel 2009 era pari a 1.413 miliardi di dollari, con gli Usa vicini alla bancarotta. Il 2015 si è chiuso invece con un deficit di 438 miliardi. Cosa cambierà con la Clinton o Trump ala Casa Bianca? Il debito, se i due rispetteranno i rispettivi programmi, inevitabilmente è destinato ad aumentare.

Leggi gli articoli sui dibattiti in tv tra Clinton e Trump:

Il primo dibattito / Il secondo dibattito / Il terzo dibattito

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