aereo_abbattutoL’abbattimento del Sukhoi 24 russo da parte degli F-16 della Turchia rischia di essere come l’attentato di Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando, che nel 1914 fece da detonatore allo scoppio della Prima guerra mondiale. Mai come in questi casi è necessario mantenere la lucidità. La Turchia ha consegnato al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro, una relazione scritta su quanto avvenuto. Si tratta del primo abbattimento di un aereo russo da parte di uno Stato membro della Nato dagli anni ’50.

Il colonnello Steve Warren, portavoce della coalizione contro l’Isis a guida Usa, ha confermato che la Turchia aveva lanciato per dieci volte avvertimenti all’aereo  russo prima di abbatterlo. Gli Usa ritengono che l’incursione del caccia russo nello spazio aereo turco sia durato una manciata di secondi, prima che la Turchia abbattesse il velivolo: lo ha riferito una fonte americana, spiegando che la valutazione si basa su indicazioni preliminari. Gli Stati Uniti, ha aggiunto la fonte (che ha voluto rimanere anonima), stanno ancora esaminando i dati per determinare con precisione la dinamica dell’accaduto. Da parte sua la Russia nega ogni addebito. E dice di non aspettarsi obiettività dalla Nato.

Obama ha chiamato Erdogan al telefono per esprimergli il sostegno degli Stati Uniti della e Nato, ribadendo che la Turchia ha diritto di difendere la propria sovranità. I due leader, si legge in una nota, “condividono l’importanza di ridurre la tensione e di cercare soluzioni per assicurare che simili incidenti non si verifichino di nuovo”.

Erdogan_ObamaAl di là delle tensioni e della rabbia di Putin, resta un punto fermo: il nemico comune è l’Isis. Contro di esso devono concentrarsi gli sforzi di tutti. Proprio per questo sarebbe utile che le operazioni militari in Siria (così come quelle in Iraq) avvenissero sotto un medesimo comando. La Russia, però, sta combattendo una guerra parallela: contro l’Isis ma al contempo a favore di Assad. Lo spiega bene Maurizio Molinari su La Stampa: “I raid di Mosca vogliono aprire la strada all’avanzata di terra di siriani, iraniani ed Hezbollah attraverso la provincia di Idlib, in direzione di Aleppo, ovvero la regione presidiata da Jaish al-Fatah, la coalizione di ribelli islamici creata in maggio con un accordo fra Ankara e Riad. Le forze russe sono il tassello più importante della coalizione pro-Assad, i turchi sono l’alleato-chiave dei ribelli più pericolosi, a cui fanno arrivare rifornimenti e armi come i missili anti-tank Tow”.

PutinInevitabile arrivare a nuovi pericolosi scontri se le strategie di guerra non sono condivise. Ancora Molinari: “Alla radice di tali contrapposizioni fra Erdogan e Putin ci sono i rispettivi progetti strategici che ruotano entrambi attorno ad Assad, ma con ambizioni regionali opposte. Ankara vuole rovesciare il Raiss per trasformare la Siria in uno Stato sunnita guidato da gruppi islamici portatori dell’ideologia dei Fratelli Musulmani, che coincide in gran parte con la piattaforma del partito Akp di Erdogan, al fine di generare una sfera di influenza neo-ottomana nel Medio Oriente segnato dall’implosione degli Stati arabi. Ovvero gettare le basi di un Sultanato di Erdogan sulla regione. Putin invece vuole salvare Assad per ottenere una vittoria, politica e militare, capace di assegnare alla Russia un ruolo da Zar del Medio Oriente sfruttando l’indebolimento Usa. Ciò spiega perché Putin ha fatto coincidere l’intervento in Siria con accordi con tutti gli attori limitrofi: Iran, Iraq ed Hezbollah libanesi sono alleati mentre con Israele ha una cooperazione militare che la Giordania vuole ora imitare. Unica eccezione: la Turchia, rivale strategico al punto da rischiare di diventare nemico militare. In un conflitto fra Stati che può ruotare attorno a due coalizioni, i fedeli del Sultano contro gli alleati dello Zar”. 

In questa partita a scacchi l’Europa, ancora una volta, è assente, nonostante lo sforzo disperato di Hollande di tenere insieme Mosca e Washington, dopo i gravi attacchi terroristici di Parigi. Gli Stati Uniti, infine, danno l’impressione di non sapere bene quali pesci prendere. Obama ondeggia. Ha paura di esporsi troppo, finendo impantanato in un nuovo conflitto. Ma al contempo sa bene che il suo Paese non può restare alla finestra. Questa debolezza americana, palpabile, rende oggi ancor più insicuro il mondo.

 

 

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