Lo sapevate che il Comune di Roma possiede due aziende agricole? No? Ve lo diciamo noi: si chiamano Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere. Non si occupano solo di agricoltura, ma anche di allevamento di bestiame. I cittadini romani con le loro tasse pagano anche questo! Ma è un altro discorso quello che vogliamo affrontare.

Pochi giorni fa il Giornale si è occupato del buco nero costituito dalle società a partecipazione pubblica: una voragine che nel 2013 ha inghiottito 26 miliardi di euro, secondo quanto rilevato dal procuratore generale della Corte dei Conti, Salvatore Nottola. Dati incontrovertbili, tutto nero su bianco, ma lo Stato – e in particolare il governo – che cosa stanno facendo per tamponare questa emorragia? C’è un uomo al ministero dell’Economia e delle Finanze che si sta occupando di come risparmiare il più possibile e dare un taglio agli sprechi. È il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Ma nel concreto che cosa sta facendo nelle quiete stanze di Via XX Settembre con il suo ristretto e selezionato team di lavoro di 6 persone? Ve lo spieghiamo noi.

Fondamentalmente Cottarelli si sta occupando della stesura dei decreti attuativi delle norme contenute nel decreto Irpef (quello che ha elargito il bonus da 80 euro mensili ai lavoratori dipendenti con un reddito annuo inferiore a 26 mila euro lordi) e nel più recente decreto di riforma della pubblica amministrazione. Non è un impegno di poco conto perché è su questi dettagli che si gettano le basi dell’ambizioso (anche troppo) programma del Def del governo Renzi: agliare le spese pubbliche di 17 miliardi l’anno prossimo e di 32 miliardi nel 2016.

Ovvio che si parta dalle spese cui si può e si deve rinunciare. Come quelle delle società a partecipazione pubblica: entro il 31 luglio deve infatti arrivare la proposta per la loro riduzione. La Corte dei Conti ne ha contate 7.500 ma, secondo il ministero sono almeno 10mila. Ridurle significa già risparmiare sui consigli di amministrazione che attualmente impegnano 20mila persone. E non sono rari i casi in cui il cda è più numeroso dei dipendenti della società stessa.

Si potrebbe pensare che da qui alla completa privatizzazione delle utility ex municipalizzate come  A2A e Acea, il passo sia breve. E invece no (anche se i servizi pubblici il privato può garantirli altrettanto bene). Innanzitutto, il trasporto, l’energia (elettricità e gas), l’acqua e la gestione dei rifiuti sono il core business del 20% delle società statali anche se da loro proviene il 50% dell’intero fatturato. Negli anni vi è stato un proliferare di società strumentali, cioè quelle cui vengono delegate alcune funzioni accessorie (gestione dei supporti informatici, consulenze tecniche) e già questo è uno spreco.

Il problema è che sopravvivono, soprattutto a livello dei Comuni, oltre 320 società che dovrebbero essere in totale controllo dei privati. E non ci riferiamo solo alle farmacie comunali che, tranne a Roma, sono una fonte di guadagno per i sindaci. Vi sono 320 imprese che con la cosa pubblica non hanno niente a che fare: non solo le aziende agricole della Capitale, non solo le ex centrali del latte che qualche Comune ha mantenuti, ma parliamo di salumifici, aziende vinicole, avicole e persino di un’agenzia di viaggi.

Il lavoro del commissario si intreccia, poi, con altri compiti. Innanzitutto quello di ridefinire uscite ed entrate delle finanze locali. Al ministero si sta creando una maxibanca dati che consenta di precisare i fabbisogni standard e la capacità fiscale standard dei Comuni in modo tale che i trasferimenti dal Fondo di perequazione (lo stanziamento statale che serve a non lasciare i sindaci in braghe di tela) siano commisurati alle reali necessità di ogni cittadina. Senza sprechi. Ciò significa che si andrà verso un coordinamento delle forze di polizia, delle spese per l’educazione e l’istruzione e anche verso un risparmio sull’illuminazione pubblica che è una delle voci di costo più pesanti : Comuni e Province spendono 2 miliardi ogni anno.

L’altro grande tema è quello della trasparenza dei prezzi negli acquisti delle amministrazioni pubbliche. Si tratta della fonte di spreco principale dei soldi che lo Stato preleva con le tasse dalle nostre tasche: la possibilità di comprare quello che si vuole dove si vuole e da chi si vuole. La Legge di Stabilità 2015, come detto, dovrà tagliare 17 miliardi. Vediamo come si interverrà su questo capitolo.

Parliamo, in primo luogo, del modello che è la Gran Bretagna. Un Paese tanto liberale quanto virtuoso. Le amministrazioni pubbliche britanniche, infatti, hanno a disposizione un librone di migliaia di pagine che elenca i prezzi praticati per i beni e i servizi necessari: si può comprare a prezzi inferiori a quelli del catalogo, ma non si può spendere un penny di più.  Ecco perché entro la metà del mese verrà emanato un Dpcm con i prezzi benchmark praticati dalla Consip, la centrale acquisti dello Stato, per alcuni beni. sarà un catalogo qualitativo e quantitativo. Non si potranno spendere soldi inutilmente per comprare un telefono di colore diverso rispetto a quello fornito allo Stato.

A ottobre, invece, saranno stilati i prezzi di riferimento dei beni e dei servizi che non sono nel catalogo Consip. La discrezionalità di presidenti di Regione e direttori delle Asl sarà ulteriormente limitata. Infine entro la fine di luglio sarà emanato un decreto per il tavolo tecnico che stabilirà le centrali di acquisto aggregate: si passerà da 35mila a 35. Una resta la Consip, poi ce ne sarà una per Regione (Trento e Bolzano ne avranno una a testa) mentre restano da definire le altre.

Intanto Cottarelli ha già passato al setaccio i contratti stipulati per alcuni servizi (tra i quali gas, elettricità, telefonia e riscaldamento) e 100 amministrazioni – ministeri inclusi – la prossima settimana riceveranno una lettera firmata anche dal commissario anticorruzione, Raffaele Cantone, con la quale li si invita a speigare perché non si siano rivolti alla Consip. Se non risponderanno, arriveranno i controlli della Guardia di Finanza.

Insomma, il metodo appare molto serio (a dispetto del titolare della Presidenza del Consiglio) . Fosse per Cottarelli si sarebbe già abolito il Cnel, l’organo costituzionale del quale nessuno sa a cosa serva, e la Rai avrebbe fatto già una super-cura dimagrante. Però la serietà in questo campo non basta. Vi ricordate della promessa: solo 5 auto blu per ogni ministero? Beh, il decreto non è stato ancora emanato! Il ministero dell’Economia le ha già ridotte da 24 a 12 ma degli altri nulla si sa. Ecco perché – quando si parla di soldi pubblici – fidarsi è bene e non fidarsi è meglio.

Wall & Street

 

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