Non tutte le ciambelle si trasformano in Google, in Twitter oppure in Beats, la produttrice di cuffie acquistata da Apple per 3 miliardi di dollari. Insomma, avviare una start up non significa automaticamente essere Mark Zuckerberg, anzi è molto più elevata la probabilità di fallire che di ottenere successo. In Italia la legislazione ha sempre cercato di creare terreno fertile alle start up (e questa è cosa buona e giusta), ma molto spesso dimenticando alcune peculiarità, come il fatto che il trasferimento tecnologico (cioè il passaggio dall’ambito della ricerca a quello della produzione in serie) è un percorso molto complesso. Ce ne parla Giorgio Petroni, già ordinario di Economia e organizzazione aziendale all’Università di Padova e rettore dell’Università di San Marino, ex consigliere dell’Asi (si è occupato delle missioni spaziale)dove ha diretto un gruppo di lavoro sul trasferimento tecnologico.

 

«Con la cosiddetta Legge Passera (la 221/2012) si è finalmente voluto, anche in Italia, incentivare la nascita di imprese ad elevata intensità tecnologica. La Legge si rivolge in particolare a giovani  motivati a “fare impresa” ma che posseggano una solida preparazione scientifica e capaci di sviluppare   progetti  di ricerca industriale. È previsto infatti che almeno un terzo dell’organico della nuova impresa sia costituito da ricercatori, dottori di ricerca o studenti di  dottorato. Il loro sforzo imprenditoriale verrà sostenuto da alcune  agevolazioni fiscali, da una  maggiore facilità di accesso al credito e da una certa flessibilità nell’assunzione di collaboratori a  tempo determinato. Il provvedimento in questione arriva dopo che  nell’ambito di varie Istituzioni pubbliche e private (Università, Fondazioni, Parchi scientifici e tecnologici, strutture di ricerca) si è più volte tentato, con risultati invero poco incoraggianti, di far nascere dall’entusiasmo di giovani talenti delle piccole imprese high tech capaci, magari col tempo, di trasformarsi in forti strutture industriali.

Nell’affrontare questo problema non si è voluto tenere conto, anche da parte di molte Autorità pubbliche, dei risultati di numerose ricerche condotte sull’argomento e che da anni ci avvertono della complessità dei processi di trasferimento tecnologico. Non si è  avuta considerazione, per esempio, del fatto che anche da noi molti spin off universitari non hanno avuto successo e quando sono riusciti a stare sul mercato, non si sono quasi mai  sviluppati.

Con il coraggio ma anche con l’ingenuità dei dilettanti , solo raramente (soprattutto da parte di alcuni studiosi) è stata fatta una analisi rigorosa delle condizioni di contesto economiche ed organizzative da cui sono nate le esperienze di successo realizzate in altri grandi Paesi industriali. Ciò a cominciare  dalle mitiche realizzazioni, negli anni cinquanta e sessanta, della Sylicon Valley e del Research Center costruito dal Governo della North Carolina. Tali esperienze suggeriscono l’adozione di un metodo rigoroso e molto articolato nella scelta dei business verso i quali finalizzare i progetti di ricerca e raccomandano il coinvolgimento di persone dotate di capacità e di esperienze  imprenditoriali che in genere mancano nei ricercatori e studiosi universitari.

La Legge Passera non affronta in modo appropriato questi problemi. Resta pertanto fondato il timore che le declamate imprese start up innovative possano generare  una forte delusione».

Wall & Street

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