59d76a6a15e9f90f96440171Troppo presi dal COVID-19, ci siamo dimenticati che la fuori il mondo va avanti. Inizio a rioccuparmi di politica estera con questa intervista a Giorgio Cella, Phd e analista per Nato Foundation.

Alla luce degli effetti di Covid19, come vede l’evoluzione del sistema internazionale e dei rapporti sino-americani 

Nei mesi precedenti l’esplosione di Covid19 ero solito iniziare ogni mia analisi geopolitica con la premessa che il sistema internazionale era in una fase di grande transizione e incertezza, sull’orlo di una incipiente crisi sistemica, risultato di molteplici conflitti regionali e dalla tacita composizione di nuovi allineamenti contrapposti tra le potenze mondiali. Tali dinamiche tra l’altro non sono qualcosa di stupefacente per gli studiosi di storia delle relazioni internazionali. Ritengo quindi necessario fare un breve riferimento alla teoria delle relazioni internazionali, sottolineando che quel grande leviatano noto come sistema internazionale, ha una sua esistenza composta da un ciclo cronico di fasi cicliche, ove a talune di ordine e stabilità, ne seguono altre più convulse, conducenti a forme più o meno gravi di conflittualità interstatale, i cui esiti sfociano infine in una nuova forma di ordine globale​. Bene, l’irruzione su scala globale di Covid19 condurrà sicuramente a nuove dinamiche ma, attenzione, niente di ex novo: essa costituirà se mai una continuazione e una accelerazione delle dinamiche internazionali pregresse poc’anzi accennate. C’è financo chi ha visto – con buona dose di ingenuità o sensazionalismo, o entrambi – negli aiuti sanitari per Covid19 forniti dai russi agli Stati Uniti, o a quelli russi e cinesi in Italia, una “nuova era”, una cesura dei rapporti internazionali. Niente di tutto ciò. Le dinamiche degli affari internazionali e gli allineamenti tra potenze tacitamente costituitisi lungo l’arco dell’ultimo lustro continueranno secondo le traiettorie già in atto, se mai con nuova linfa conflittuale. 

Ci spieghi di più 

Negli ultimi anni si è osservata la tacita costituzione di quella che definisco una triarchia del potere mondiale, costituita da un nuovo bipolarismo, ossia dagli Stati Uniti e loro alleati da un lato (la comunità euro-atlantica, nonostante le note differenze e frizioni, e soprattutto i Five Eyes), dall’altro l’aspirante egemone globale cinese. Terza variabile di questa architettura è la Russia, nostalgica del suo posto nel concerto delle potenze e legata a quella tanto discussa alleanza (di convenienza) con Pechino, su cui torneremo in seguito. I giochi antagonistici tra Occidente – Stati Uniti in primis – e Cina, erano già chiari nel 2019: pensiamo alla trade war iniziata da Trump, al supporto alle proteste di d adi Hong Kong, alle tensioni nel mar meridionale cinese, o alla dichiarazione, poco ricordata, con cui la UE ha definito la Cina, nell’aprile 2019, un systemic rival, ossia un rivale sistemico (testualmente: a systemic rival promoting alternative models of governance). 

Dal quadro da lei fornito si intravede, di fatto, un nuovo momento bipolare. quali articolazioni e fasi potrebbe avere questo nuovo bipolarismo

L’iter del confronto con Pechino come vede non è affatto cosa recente, e si declinerà ora su due dimensioni. Il primo riguarda una qualche ricomposizione del fronte occidentale (probabilmente tramite nuove coalitions of the willing, i già citati Five Eyes o, tramite una meno probabile rifunzionalizzazione dell’Alleanza Atlantica) funzionale a un nuovo containement in chiave anticinese. Ciò avverrà in una prima fase sul piano della pressione economica, diplomatica, di soft power; a tale fase è plausibile ne segua un’altra segnata da una progressiva pressione militare nell’area Asia Pacifico. Queste forme di guerra ibrida potrebbero poi condurre all’atto finale, ossia al confronto militare vero e proprio; opzione per ora tuttavia lontana. Il secondo fronte di questa nuova fase bipolare si giocherà invece in termini di proiezione d’influenza nelle grandi organizzazioni internazionali, le varie agenzie specializzate delle UN così come negli altri grandi organismi transnazionali, ove l’influenza del Dragone è cresciuta negli ultimi anni in modo esponenziale, basta vedere le polemiche sorte intorno all’opaca gestione della crisi da parte dell’OMS, tacciata di esser stata oltremodo acquiescente verso Pechino.

Gli Stati Uniti quindi sembrerebbero quindi costretti a riprendere una leadership globale

Se gli Stati Uniti vorranno essere credibili nel ruolo di leader che la storia ora gli impone nuovamente di assumere, appare piuttosto evidente come Trump dovrà quantomeno ridurre talune delle sue istanze elettorali relative al concetto unilateralista di America First, abbandonando quindi talune pretese isolazioniste e, soprattutto, quella reiterata sfiducia nel legame euro-atlantico. Se Trump non riabbracciasse l’idea di un’America più globalmente esposta sullo scacchiere europeo e globale – basti pensare a quanto sta accadendo in Italia – ciò risulterebbe esiziale a fronte della sfida in corso. È altresì evidente come l’esposizione globale americana non avrà più l’estensione né l’energia di quella occorsa dopo il ’45 o dopo l’89: anni di opache e dispendiose guerre mediorientali hanno fiaccato la volontà di essere a tutti i costi poliziotto globale. La ripresa di tale riposizionamento sarà ordunque globale, si, ma attenuato, temperato rispetto al periodo unipolare post ‘89. Sul fronte cinese invece, nonostante le ferite impresse dalla pandemia al grand design di Pechino della Belt and Road Initiative e le pressioni internazionali per fare chiarezza sull’origine di Covid19 e per risarcimenti che si sommano ogni giorno da parte di più e più Stati, è plausibile ritenere che Pechino non farà nessun passo indietro nella sua marcia verso l’egemonia, difendendo da un lato la propria sovranità nel contesto regionale del mar meridionale cinese, dall’altro portando avanti la propria narrativa, nell’arduo tentativo di passare da imputata a maestra della gestione del caos indotto dal Covid19. Rebus sic stantibus, alla luce di questo scenario, è plausibile anche ritenere che Pechino non riuscirà a colmare i vuoti di potere laddove gli Stati Uniti avranno voluto, o dovuto, abdicare al loro ruolo di leadership. 

Tornando invece alla posizione russa in questo grande gioco, come si comporterà Mosca nel medio termine

Nel modello triarchico sopra accennato (US. Cina e Russia), il ruolo della Russia sarà cruciale. Il peso politico e militare di Mosca sarà ago della bilancia fondamentale dei futuri equilibri mondiali. Negli ambiti sovranisti nostrani, spesso emerge una visione un po’ troppo romantica e romanzata della politica russa e del suo leader Vladimir Putin. Mi preme spiegare come prima di essere un idealista, un sovranista (per quanto ciò possa voler dire) o un tradizionalista, Putin è soprattutto un pragmatico realista. Certo, non è sempre semplice leggere tra le righe della politica estera russa, dividere tra la strategia reale e una navigata diplomazia giocata spesso a carte coperte, ma ciò non giustifica tuttavia abbagli o facili entusiasmi. Diversamente invece, e ben prima dell’irruzione pandemica, va dato atto all’ex premier Berlusconi di essere stato tra i primi ad aver delineato senza proclami ideologici o facilonerie sloganistiche i futuri scenari mondiali, e la necessità per l’Occidente, ora più che mai, di implementare quel difficile rapprochement verso Mosca nel tentativo di sganciarla dall’orbita cinese. Anche qui però, a lato di un giusto quanto comprensibile desiderio per un dialogo virtuoso con Mosca, deve prevalere un’analisi fattuale, realista. La realtà sul campo infatti, per ora, non sembra ancora muoversi nella traiettoria auspicata. 

Gli aiuti sanitari di Mosca agli Stati Uniti sono tuttavia apparsi, quantomeno sul piano simbolico, un passo in quella direzione

A parte l’atto simbolico degli aiuti russi agli Stati Uniti, frutto probabilmente di una intesa bilaterale Trump-Putin e favorita dal particolare contesto di crisi sanitaria, la diplomazia russa si è sinora mostrata ancora formalmente vicina a Pechino, senza mostrare significative inversioni di tendenza. Inoltre, bisognerà del resto valutare in che stato socioeconomico ne uscirà la Russia alla luce della crisi pandemica e della gravissima crisi economica dopo la recente caduta del prezzo del greggio, elemento cardine del sistema economico russo. La situazione non è certo delle più rosee. Il futuro dei rapporti con Mosca passerà indubbiamente anche dall’esito delle elezioni americane. Se Trump non dovesse prevalere, dubito che Biden, col suo passato, pensiamo solo all’Ucraina, continui sul cammino intrapreso da Trump. Infine, viene poco ricordato quel trattato di amicizia e cooperazione firmato tra Mosca e Pechino nel lontano 2001, ben 15 anni prima dello scoppio della crisi ucraina che ha, come noto, allontanato Mosca dall’Occidente, conducendola nelle braccia del Dragone. Tale trattato era piuttosto chiaro, in quanto legava le due potenze ad un progressivo avvicinamento da compiersi nell’arco di vent’anni, volto al progressivo smantellamento dell’impalcatura securitaria e valoriale occidentale costruita in seguito alla Guerra Fredda. Questo auspicato dialogo rinforzato con Mosca non sarà quindi una passeggiata, bensì un iter costellato di ostacoli. A questa consapevolezza, sarebbe altresì utile affiancare quella sui principi non negoziabili occidentali, come la rule of law e il sistema democratico e pluralista, in specie a fronte dell’avanzare di modelli orientali sempre più autocratici.

 

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