Quasi ci siamo.  Mancano solo cinque anni.  A quel punto potremo dire
tranquillamente che il nostro futuro è passato.  La data, quella in cui
finalmente i nostri passi raggiungeranno l’orizzonte, è il 2019.  Non è
lontano.  Trentasette anni dopo da allora, da quando Roy Batty ha pronunciato
quella maledetta frase.  Roy Batty, l’androide.  Roy Batty con il volto di
Rutger Hauer e la voce, per chi abita questa penisola, di Sandro Iovino.  Roy
Batty che nudo sotto la pioggia acida di Los Angeles ci insegna il
disincanto.  Roy Batty che veniva da un futuro lontano, con quel cielo grigio
dove non c’era posto per la malinconia di Venezia o per i tramonti di Roma,
per le mille luci di New York o il verde amazzonico di Manaus, ma solo per
il fumo e la rabbia di Porto Marghera.  Roy Batty che scandisce il testamento
delle nostre illusioni. «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste
immaginarvi.  Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di
Orione.  E ho visto i Raggi B balenare nel buio vicino alle porte di
Tannhauser.  E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime
nella pioggia. È tempo di morire».
Il 2019 è il futuro di Blade Runner.  Ed è come se in tutto questo tempo si
fosse consumato.  Come se da allora fosse diventato sempre più difficile
spostare l’orizzonte, guardare un po’ più avanti.  Magari è solo
l’impressione di una generazione che si è vista strappare l’ottimismo un
giorno alla volta e si è ritrovata a quarant’anni a chiedersi: dov’è che
abbiamo sbagliato strada?  Com’è che continuiamo a girare intorno?  Perché da
vent’anni parliamo di riforme?  Perché il 2000 è arrivato e siamo già negli
anni ’10 e i sogni hanno il raggio corto e non superano le due settimane?
Forse perché siamo diventati vecchi a guardarci indietro e viviamo di
frammenti di ricordi, come lacrime nella pioggia, come in una retrovita.  O
magari perché gli anni ’80 sono semplicemente l’ultima
modernità e il futuro era futuro.  Non un futuro anteriore.  E allora
facciamolo questo viaggio à rebours, a ritroso con Madonna Ciccone e la malinconia profetica di Raf, con il cubo di Rubik da far quadrare in fretta, con l’urlo di Tardelli al Bernabeu e le cuffiette alle orecchie di Sophie Marceau, con le simulazioni di volo sul Commodore 64 e la nube tossica di Chernobyl, con la mano di Dio di Maradona «Oh mammà, innamorato son» e Colpo grosso, con i videoclip di Michael Jackson che cammina sulla luna come Astolfo o come Armstrong, con le Falkland e il Muro che cade, con tutta le leggerezza che quegli anni ci hanno regalato. Senza per questo sentirci in colpa.  Perché come ci ha insegnato Calvino nelle sue Lezioni americane, la leggerezza è profondità.  Perché tutto quello che siamo adesso viene da lì. È lì che trova le radici la ragnatela del web. È lì che il mondo si pensa globale. È lì che abbiamo imparato a camminare ascoltando la musica. È lì che la vita si può registrare, che tutto quello che accade si vede in diretta. È lì che la solidarietà diventa show e
business e la religione del corpo trova chiese e sacerdoti. È lì che abbiamo
sognato e ci siamo illusi.
Tutto questo non è solo nostalgia. È il sospetto che a un certo punto
qualcosa è andato storto.  Abbiamo vissuto di rendita, consumando i risparmi
di creatività.  Dimenticando una cosa, una cosa importante, dimenticando che
il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo.  Ecco.  Quei dieci anni
hanno prodotto altri trent’anni di futuro.  Ma nel 2019 le scorte saranno
finite.
Facciamo un gioco.  Provate a cancellare gli anni ’80.  Buttateli via come una
parentesi.  Dal 1979 passate direttamente al 1990.  L’anno dei Mondiali e
delle notti magiche.  Pensateci. È qui la vera chiave culturale e politica
che spezza in due il modo di guardare il mondo.  Il vero scontro, le
opposizioni inconciliabili, sono su questo punto.  C’è chi vuole cancellare
gli anni ’80 e chi cerca ancora di realizzare quelle promesse.  Chi li odia e
chi li sta ancora aspettando.  La domanda in fondo è la stessa di Blade
Runner.  I replicanti sono umani oppure no?  La prova è in quelle lacrime
perse nella pioggia.
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