“Barack sta ancora lottando con i propri demoni. Non penso che abbia davvero fatto pace con nostro padre. Ci vorrà tempo prima di trovarci come fratelli”. Lo racconta Mark Obama Ndesandjo, fratellastro del presidente americano. Il 16 settembre negli Usa uscirà il romanzo di Mark sulla sua infanzia con Obama senior, il padre che condivide con il presidente: “An Obama’s Journey – My Odyssey of Self-Discovery across Three Cultures“. Sette, inserto settimanale del Corriere della sera, pubblica in anteprima alcuni capitoli del volume, quelli che raccontano gli incontri tra Mark e Barack.

Molti i tratti in comune tra i due fratelli, sottolinea Mark: “Come me Barack è di razza mista ed è stato abbandonato dal padre. Come me ha frequentato le università americane più prestigiose. Come me viene da una famiglia che è caduta a pezzi”. Ma ci sono anche molte differenze tra i due: “Diversamente da me – sottolinea Mark – lui ha sempre rincorso le sue radici africane e ha sempre cercato di riconciliarsi con il proprio passato. Durante il nostro primo incontro Barack pensava che io fossi troppo bianco e io pensavo che lui fosse troppo nero”.

Profondamente diverso, tra i due fratelli, il rapporto con il padre: “I figli spesso prendono direzioni opposte: o cercano di realizzare i sogni del padre o cercano di correggerne gli errori. Mio fratello Barack ha cercato di realizzare i sogni di nostro padre ed è arrivato in cima. Io, soprattutto attraverso quest’ultimo libro, ho cercato di correggerne gli errori raccontando al mondo che da un passato di violenza e di abbandono si può uscire”. E soffermandosi ancora sul padre dice: “Se devo definirlo in un aggettivo direi torturato nell’anima”. 

I rapporti con Barack non sono buoni, specie dopo la pubblicazione del primo libro di Mark. Ecco cosa dice a tal proposito il fratello del presidente: “Vedendo milioni di persone ascoltare le sue parole di speranza mi sono sentito per la prima volta fiero di essere un Obama. Oggi non siamo in contatto. E sento che ultimamente sta ignorando, per motivi politici, anche la famiglia che vive ancora in Kenya. Poco tempo fa gli ho mandato una lettera in cui gli chiedevo di fare avere sue notizie alla nonna Sarah, con cui non ha contatti da almeno tre o quattro anni. Ma non ha mai risposto. Da allora, il silenzio. Odiava quello che avevo scritto (nel primo libro, ndr) perché aveva distrutto l’immagine ideale che lui aveva di nostro padre”.

Ma cosa ha spinto Mark a scrivere il suo secondo libro? Probabilmente la fama, unita all’esigenza di sfruttare il momento prima che sia troppo tardi (quando Obama avrà terminato il secondo mandato l’interesse su tutto ciò che lo riguarda giocoforza scemerà). Lui cerca di dare un’interpretazione più profonda: “Voglio rompere la cultura dell’omertà che copre le vicende di abusi domestici in tutto il mondo. So che Barack e la mia famiglia si sono allontanati da me dopo questa decisione. Ma alla fine quello che conta è ristabilire la verità. E dare la speranza che ci sia comunque un futuro possibile”.

Il servizio, lanciato da Sette in edicola da venerdì 27 giugno, è stato realizzato dalle due giornaliste italiane Valentina Giannella e Lucia E. Maruzzelli.

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Mark (Obama) e i fantasmi di Barack, 9.8 out of 10 based on 4 ratings
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