«Non rispondere». L’ho detto. Cioè, già lo dicevo prima. Ora ci ho aggiunto il carico da novanta. Prima ancora di «divertiti!» e il sempiterno «non fare tardi», la litania delle raccomandazioni si è allungata. Se ti insultano, lascia perdere. Se ti provocano, tira dritto. Se vogliono il telefono, daglielo. Il giubbotto, le scarpe, la collanina della comunione, spogliati pure. Chi se ne frega. Poi filatela. E chiamami.

Perché l’unica cosa che vogliamo è che i nostri figli tornino a casa. Tutti interi. Almeno nel corpo. Pazienza per l’orgoglio. So di essere un genitore in buona compagnia. E questo non è certo consolante. Perché in questo caso l’unione non fa la forza. Fa la debolezza di una generazione di ragazzi educati ad abbassare la testa davanti alla violenza del più forte. Che è già una vittoria. Per gli altri.

La nuova educazione alla ritirata e la paura della violenza

È una nuova educazione alla ritirata. Doverosa, ci raccontiamo. Comprensibile. Dettata dalle storie dell’amico che è stato menato e ha rischiato la vita. Di quell’altro che invece ha avuto guai seri con la giustizia perché ha reagito – malissimo – quando ha rincontrato mesi dopo il balordo che lo aveva picchiato. Della festa al liceo, sempre il solito, dove da anni c’è chi si infiltra per agguantare qualche collanina. Degli «scavallamenti» sui Navigli (se non sapete cosa vuol dire, chiedete ai vostri figli). Dettata da quel mostro che s’affaccia nelle notti milanesi fatto di amore e paura, in attesa di sentire la chiave che gira nella serratura.

Una nuova educazione specie per i giovani maschi che devono allenare le loro antenne a guardarsi alle spalle, così come hanno imparato atavicamente le loro sorelle. Eppure dentro quell’invito a «non rispondere» c’è una rinuncia che va oltre il singolo episodio: stiamo insegnando ai ragazzi perbene che lo spazio appartiene a chi fa più paura. Che il prepotente può alzare la voce e loro devono abbassare gli occhi. Che persino accennare un «lasciami stare» può essere un’imprudenza. Una di quelle che poi ti verrà risbattuta in faccia. Te la sei cercata. Bastava stare zitto. Un po’ come la minigonna per una ragazza. La vittima diventa imputato e invece di essere difesa si deve giustificare.

Quando la prudenza diventa sottomissione

Quello che è successo a Milano è già entrato nelle nostre case. È la paura. E non solo con le fake news di università devastate e la minaccia delle ragazze da stuprare. Lo sta facendo in modo sottile e insinuante. Perché ci obbliga ad alzare il nostro livello di allerta. Noi, genitori, con l’asticella sempre più alta delle nostre ansie e loro, i nostri figli, delle loro paure per quei pericoli diventati una variabile che tocca considerare normalità. Evita quella strada. Non guardare dritto negli occhi. Non discutere.

Nessuno ovviamente vuol insegnare un figlio a fare l’eroe davanti a una minaccia. Così era prima, così è sempre stato. Ma un conto è scegliere la prudenza. Altro conto è crescere convinti di non avere alternativa alla sottomissione. Che stare zitti è molto meglio. Dunque continueremo a dire «lascia perdere» perché ce l’hanno ripetuto in tutti i modi e anche con i numeri che a Milano i ragazzini hanno il coltellino in tasca accanto alla carta di identità.

Ma non possiamo accettare che la tranquillità di una città dipenda dal silenzio dei ragazzi che, per paura o per rassegnazione, ingoiano. Per giunta consigliati da quelli che ritengono gli adulti di riferimento. Dovremmo poter insegnare loro a rispettare gli altri senza dovere anche aggiungere «ma se gli altri non ti rispettano, tu, zitto». Perché alla fine la domanda, il dubbio, è anche questa: che cosa resta dentro un ragazzo, di tutte queste raccomandazioni?

 

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