Le banche italiane sono guidate da un plotone di ultra-settantenni che sovraintendono ai crediti e agli equilibri della grande finanza italiana. Non che l’anagrafe rappresenti una colpa, al contrario può essere una preziosa riserva in termini di esperienza, soprattutto tra i tanti capitani d’azienda che hanno costruito da soli la propria fortuna. Qualche dubbio, tuttavia, sorge quando si constata che all’estero la situazione è molto diversa da quella della Penisola, al punto da richiamare alla memoria le parole pronunciate due anni fa dall’inventore delle Tod’s, Diego Della Valle, contro Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, che appunto a suo dire erano due «arzilli vecchietti» che tiravano le file delle Assicurazioni Generali e del Corriere della Sera.

Senza contare che le imprese del made in Italy stanno morendo, uccise dalla recessione e dalla mancanza di finanziamenti, mentre gli stessi banchieri continuano a incassare stipendi più che tondi malgrado i disastri provocati dalla crisi. Nel 2012 solo i primi cinque gruppi creditizi del nostro Paese (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi, Ubi e Banco Popolare) hanno dovuto mettere a nudo oltre 18 miliardi di svalutazioni per l’operazione pulizia ordinata dalla Bankitalia. Ultimamente, complice il pressing del governatore Ignazio Visco, i top banker  si sono parzialmente autoridotti i compensi nell’ambito della generalizzata spending review sul costo del lavoro nel mondo del credito che rottamerà altri 20mila addetti da qui al 2018 tramite il Fondo esuberi. Secondo alcune elaborazioni ricavabili dai bilanci nel 2011, Unicredit ha staccato un assegno di 18 milioni per gli onorari di amministratori e sindaci, Banco Popolare e Ubi 19 milioni, fino al picco di  44 milioni di Intesa (onnicomprensivo di tutti i board delle controllate).

Tra le prime a chiedere un ricambio generazionale al vertice del mondo bancario  e una riduzione degli stipendi erano stati i sindacati per bocca della Fabi di Lando Maria Sileoni (la prima sigla del credito con oltre 100mila iscritti) e della Fiba-Cisl di Giuseppe Gallo. Ora la Uilca di Massimo Masi ha scattato un’istananea, interrogando la carta di identità di tutti i presidenti e amministratori delegati di banche e fondazioni  bancarie:  per la precisione  gli enti non profit censiti sono 68, pari al 77,27% del mondo Acri, che alla fine del 2011 sedevano su quasi 53 miliardi di patrimonio.

Il risultato della lastra è da specialista in geriatria: a fronte di un’età media dei manager delle principali banche estere (europee, americane e canadesi) che si assesta a 62 anni per i presidenti e a 57 per i capi azienda, nel nostro Paese i numeri crescono a 70 anni per i presidenti (con picchi da 80 a 83 anni) e a 60 anni per gli amministratori delegati, sulle cui spalle ricadono le maggiori responsabilità. Per Intesa Sanpaolo, Banca Popolare di Milano e Ubi che adottano il sistema duale la situazione non è molto distante neppure nel consiglio di gestione (con una media di 61 anni) anche se la statistica è “falsata” dal caso Ubi, da cui sta per uscire il presidente Emilio Zanetti (82 anni) nell’imminente ricambio che porterà la popolare lombarda a ridisegnare l’intero vertice.

Non  sarà così però a Intesa Sanpaolo, dove l’ottantenne Giovanni Bazoli resterà in sella, fortemente difeso e voluto dal quasi coscritto Giuseppe Guzzetti, l’inossidabile deus ex machina della Fondazione Cariplo e dell’Acri, l’associazione che riunisce le Fondazioni e le Casse di Risparmio. Bazoli ha guidato tutte le tappe che hanno portato alla nascita di Intesa, fin dai tempi Banco Ambrosiano, era il 1982.  Tra gli esempi di “longevità” professionale comunque non c’è che l’imbarazzo della scelta tra Carige (il presidente Giovanni Berneschi ha 76 anni), Unicredit (Giuseppe Vita è nato nel 1935)  o il Credito Emiliano della famiglia Maramotti con Giorgio Ferrari (classe 1933).  Tra gli amministratori delegati, i più agée sono invece Pier Francesco Saviotti, che guida il Banco Popolare con i suoi 71 anni dopo averlo tirato fuori dal buco creato da Italease, e con la medesima età Tommaso Cartone del Banco Desio. La squadra degli ottuagenari che reggono le sorti delle Fondazioni è invece, guidata da Dino De Poli (Cassamarca), Antonio Finotti (Cariparo) e Flavio Repetto (Carige) cui si aggiungono distanziati di una incollatura Guzzetti e Antonio Maria Marocco (Fondazione Crt) con le loro 79 primavere. Seguono Fabio Roversi Monaco (Fondazione Carisbo) e Paolo Biasi (Fondazione Cariverona), entrambi 75enni, mentre Giuliano Segre di Fondazione Venezia ha 73 anni. Il presidente della Compagnia di San Paolo ed ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, è invece tra i più giovani con i suoi 65 anni di età.

Per farsi un’idea basta qui ricordare che i presidenti delle tedesche Deutsche Bank e Commerzbank hanno rispettivamente all’attivo 57 e 67 candeline, contro le 64 del capo della francese Crédit Agricole o le 50 di quello della connazionale Société Générale, travolta pochi anni fa dallo scandalo Kerviel. E il discorso non cambia molto per l’elvetica Ubs o il colosso statunitense Jp Morgan. Per quanto riguarda invece i più “operativi” capi azienda, sia Commerzbank sia Bnp Paribas sia Barclays che Ubs si affidano a cinquantenni.  Alza invece la media Deutsche Bank (65 anni).

Ma eccovi la tabella dell’ufficio studi Uilca:

La ricerca stigmatizza poi la situazione delle quote rosa: nessuna donna figura tra i presidenti e i ceo delle banche, solo 3 su 68 sono presidenti di Fondazioni bancarie. È invece in via di correzione la voce dell’altra metà del cielo in cda, grazie alle prossime tornate elettorali. Solo tre le donne alla presidenza di una Fondazione: Ancilla Tombolini (Loreto), Donatella Vigna (Bra) e Milena Cariani (Cento).

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