Nella nuova puntata di «Wall & Street Live» abbiamo incontrato Maria Cristina Origlia, presidente del Forum della Meritocrazia. Al centro del confronti i risultati del «Meritometro 2023» che vede ancora l’Italia in ultima posizione tra i principali Paesi europei per valorizzazione del merito. Il nostro Paese detiene il triste primato di “maglia nera” anche nelle performance dei singoli pilastri, ad eccezione della trasparenza, che ci vede penultimi, prima della Polonia. I numeri del nostro “spread meritocratico” sono impietosi: più di 9 punti di distacco dalla penultima in classica (la Spagna), 41 punti dalla prima (la Finlandia) e 23 punti dalla Germania (che si posiziona a metà classifica). I nostri maggiori gap rispetto alle medie Ue riguardano regole, libertà e trasparenza; segno che il nostro Paese non è ancora in grado di garantire condizioni di contesto sufficientemente “amiche del merito”.

«Il Meritometro è un indicatore scientifico che abbiamo messo a punto nel 2015 in collaborazione con l’Università Cattolica e ci consente di misurare la meritocrazia effettiva in 12 Paesi europei. In questi 9 anni effettivamente l’Italia è migliorata soltanto di 3 punti percentuali, quindi è praticamente ferma», ha spiegato Origlia aggiungendo che «la situazione è effettivamente molto preoccupante, aggiungo soltanto che questo indicatore di sintesi va a misurare 7 pilastri che vengono considerati fattori fondamentali della competitività e del benessere di un Paese, che vanno dall’attrattività dei talenti alla qualità del sistema educativo, alla presenza di regole». I risultati non sono incoraggianti. «Siamo un Paese che non investe nel futuro, non investe nelle competenze; quindi, non investe nelle persone che investono a loro volta nello studio, nell’impegno, in una professionalità seria e portata avanti con continuità. E quindi è una situazione che porta a grande sfiducia, sia nei giovani naturalmente, ma non soltanto un po’ a livello globale, questo si riscontra in tanti altri dati, ad esempio non so se avete visto di recente la pubblicazione dell’ultimo rapporto Censis che ci dipinge come un Paese di sonnambuli, un Paese di persone che appunto non avendo perso la fiducia nei confronti del futuro, non crede più nel proprio lavoro e quindi anche in una gratificazione personale, in un riscatto sociale».

Il problema è anche di mentalità. «Molto spesso il merito e la meritocrazia vengono confusi con un sistema sociale che può creare divisione, è esattamente il contrario, l’applicazione di principi meritocratici in una società fa sì che le persone possano partire più o meno dallo stesso livello, indipendentemente da quelle che sono le condizioni di origine dalle famiglie e da quel punto possano costruirsi un futuro degno e rispondente alle loro capacità, alle loro attitudini», evidenzia la presidente del Forum della Meritocrazia. Un altro problema è la burocrazia. «Tutto il nostro apparato burocratico continua ad essere complicato, ci sono stati dei tentativi di semplificazione, ma non hanno migliorato la situazione generale. è questo un punto che naturalmente toglie possibilità di crescere in questa classifica, in questo ranking della meritocrazia. La stessa cosa riguarda la trasparenza, merito è trasparenza, tutto il dibattito su come definire in maniera oggettiva il merito, in realtà dovrebbe essere virato sulla trasparenza delle condizioni, dei requisiti meritocratici che le aziende dovrebbero definire in base a quello che è il loro business».

«Abbiamo anche una partecipazione della forza lavoro femminile che è la più bassa d’Europa, come gap retributivo tra i più gravi che abbiamo a livello europeo e anche le posizioni manageriali che sono una percentuale estremamente bassa rispetto alla media. Se le condizioni sono queste allora è molto difficile attrarre talenti, con l’attrattività dei talenti noi pensiamo sia agli stranieri, che possiamo attirare nelle nostre aziende o comunque nel nostro Paese, sia la capacità di ritenere e quindi di soddisfare le legittime aspettative dei giovani talentuosi italiani che vogliono rimanere nel Paese e creare ricchezza e costruire la loro vita qui e questo naturalmente ci viene detto anche dai dati sempre molto preoccupanti del cosiddetto brain drain, della fuga dei talenti che non è soltanto più di alte professionalità, ma un po’ di tutti i generi», aggiunge Origlia. Non meno importante la questione della mobilità sociale, «l’ascensore che permette alle persone, indipendentemente dalle condizioni di origine, di costruirsi un percorso professionale importante e significativo, è bloccato da più di 20 anni in Italia». Quindi, effettivamente la meritocrazia in Italia non esiste o quasi. Non a caso il 52% di tasso di occupazione femminile è il più basso in Europa.

L’unico rimedio possibile si può originare all’interno della scuola. «Questo non significa che in Italia non ci siano dei docenti bravi, anzi ce ne sono tantissimi, il problema è che non c’è la capacità di distinguere e di riconoscere coloro che fanno più che seriamente il loro lavoro dagli altri e questo vale un po’ in tutti i settori. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, che è il primo datore di lavoro in Italia, il ministro Paolo Zangrillo sta cercando di introdurre dei cambiamenti con un sistema più meritocratico di valutazione della qualità del lavoro dei dirigenti, vedremo se ci riuscirà, la direzione è quella giusta. A livello privato le aziende in realtà hanno molta più libertà e possibilità di definire al loro interno una certa cultura più o meno meritocratica, alcune lo fanno e i risultati si vedono perché la meritocrazia va a braccetto con la competitività», conclude Origlia.

Gian Maria De Francesco

 

 

 

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