L’Aula della Camera ha approvato ieri in prima lettura la riforma elettorale ribattezzata Stabilicum, con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti, a scrutinio segreto; il testo passa ora all’esame del Senato. Due giorni prima, sempre nel segreto dell’urna e per 1 solo voto (188 a 187), era caduto l’emendamento di FdI, Noi Moderati e UDC che reintroduceva le preferenze, affossato da circa 40 dissensi interni alla stessa maggioranza. Le preferenze restano dunque fuori dall’articolato, insieme alle norme sulla parità di genere. Ed è una circostanza da cui partire, prima ancora dei tecnicismi: una legge che porta nel nome la promessa della stabilità ha superato il suo primo passaggio parlamentare lungo il crinale di un voto.

Il meccanismo è presto detto. Spariscono i collegi uninominali del Rosatellum e tutti i seggi tornano al proporzionale, su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato, come impone l’art. 57 della Costituzione. Sopra questo impianto si innesta un premio di 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama per la lista o coalizione che superi il 42% dei voti validi su scala nazionale, entro un tetto di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuno arriva alla soglia, o se le due Camere incoronano vincitori diversi, il premio non scatta e la ripartizione avviene in forma puramente proporzionale. Le soglie di sbarramento sono quelle note, 3% per le liste e 10% per le coalizioni; le liste sono bloccate, corte, senza preferenze; ogni forza dovrà indicare, al deposito del contrassegno, il nome che intende proporre al Capo dello Stato per Palazzo Chigi, ferme restando, come precisa la stessa legge, le prerogative che l’art. 92 della Costituzione riserva al Quirinale.
Chi ha memoria delle stagioni elettorali italiane riconoscerà in questo disegno un ritorno più che un’innovazione: in poco più di 30 anni abbiamo attraversato 4 sistemi. Il Mattarellum del 1993 scommetteva sul territorio: il 75% degli eletti usciva da collegi uninominali dove si votava una persona con nome e cognome, e il parlamentare rispondeva anzitutto a quel pezzo di Paese. Il Porcellum del 2005 rovesciò la logica, consegnando ai partiti liste lunghe e integralmente bloccate e alla coalizione vincente un premio privo di qualunque soglia minima: la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, dichiarò illegittimi entrambi i congegni, giudicando il premio foriero di sovrarappresentazione irragionevole e le liste bloccate lesive del voto diretto. L’Italicum del 2015 provò a fare tesoro della lezione, ancorando il premio a una soglia del 40% che la Consulta infatti salvò con la sentenza n. 35 del 2017, mentre cadde il ballottaggio privo di soglia d’accesso; e fu decisivo, in quel giudizio, che accanto al capolista bloccato l’elettore conservasse 2 preferenze. Il Rosatellum del 2017, con cui si è votato nel 2018 e nel 2022, ricucì infine un compromesso: il 37% dei seggi nell’uninominale a preservare un filo col territorio, il 61% nel proporzionale con listini corti, nessun premio.
Lo Stabilicum si colloca dentro questa genealogia con una scelta netta: riprende dall’Italicum il premio con soglia, alzata di 2 punti, e dal Porcellum le liste bloccate senza alcuna preferenza, mentre recide del tutto il legame territoriale che il Rosatellum aveva conservato. Qui il confronto diventa diagnosi. Sul versante del premio la riforma appare calibrata sulla giurisprudenza costituzionale: la soglia del 42% supera quella già ritenuta non irragionevole nel 2017, e il tetto contiene l’effetto amplificativo entro proporzioni — attorno al 55% dei seggi, con stime che si spingono fino al 57% — non lontane da quelle a suo tempo tollerate dalla Corte. Sul versante delle liste bloccate, invece, la riforma rimuove esattamente l’elemento che nel 2017 aveva consentito di distinguere il modello salvato da quello caducato 3 anni prima: espungere del tutto la preferenza significa togliere il puntello che aveva retto il capolista bloccato davanti ai giudici delle leggi. Non è un pronostico di illegittimità, che nessuno può formulare; è la constatazione che il punto costituzionalmente più esposto del sistema coincide con quello su cui la maggioranza si è divisa in Aula.
Nelle pieghe della disciplina si annidano poi scelte meno vistose ma gravide di conseguenze. Riaffiora un congegno di sapore porcelliano, il ripescaggio del “miglior perdente”: in ciascuna coalizione la prima lista sotto la soglia del 3% partecipa comunque al riparto proporzionale. Al tempo stesso, per effetto di un emendamento approvato in Aula, i voti delle altre liste collegate che non superino il 3% non concorrono alla cifra elettorale nazionale della coalizione, una regola più severa di quella del Rosatellum, dove il recupero scattava già sopra l’1%. La conseguenza strategica non è marginale: nessuno dei due schieramenti principali potrà permettersi più di una lista in bilico sul 3% senza bruciare voti utili al premio, con un oggettivo rafforzamento delle formazioni minori già dotate di gruppo parlamentare, peraltro esentate dalle firme. Completano il quadro il computo dei voti di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta nella cifra nazionale, la riduzione delle ripartizioni della circoscrizione Estero da 4 a 2 alla Camera e a 1 al Senato e, unica norma approvata all’unanimità, il voto dei fuorisede: chi è domiciliato per studio o lavoro in altra regione, per una permanenza prevista di almeno 9 mesi, potrà finalmente votare dove vive.
Resta la domanda di fondo, che nessuna ingegneria scioglie per decreto. La stabilità dell’indirizzo di governo è un valore che la stessa Corte ha riconosciuto meritevole di bilanciamento con la rappresentanza, e conoscere il vincitore la sera dello spoglio ha una sua dignità istituzionale. Ma la storia recente insegna che gli esecutivi italiani sono caduti assai più per le fratture interne alle coalizioni che per l’esiguità dei margini parlamentari, e una maggioranza andata sotto per 1 voto sul proprio stesso emendamento suggerisce che il problema non abita nella formula, ma nella politica che dovrebbe governarla. Il banco di prova ora è il Senato, dove le preferenze potrebbero riaprirsi e ogni modifica imporrebbe una nuova lettura alla Camera; un domani, forse, la Consulta, chiamata per la terza volta in 12 anni a dire se il bilanciamento tra governare e rappresentare sia stato davvero centrato. Nel frattempo gli elettori continueranno a votare liste compilate da altri: ed è questo, più di ogni tecnicismo, il dato su cui misurare lo Stabilicum.

Tag: , , , ,