Spari, bombe, camion kamikaze. Le città europee sono diventate tante Tel Aviv. Possiamo cambiare di volta in volta i colori dei nostri profili (oggi, è giusto, la bandiera francese, come un anno fa, prima ancora quella belga, spagnola, 16 anni fa quella a stelle e strisce). Oppure, in questa guerra aperta dichiarata dall’Isis e dal terrorismo islamista, potremmo alzare definitivamente la bandiera di Israele, che tutti i giorni, da anni o decenni, è sotto attacco del fanatismo omicida. La bandiera di un popolo che tutti i giorni si difende. Anche duramente, ma da solo. In quel Paese pochi giorni fa, nell’indifferenza generale dell’Europa, una ragazzina di 13 anni è stata accoltellata da un terrorista nella sua cameretta, mentre dormiva. L’Europa è Israele insomma. Anche per questo appare sempre più vero quello che Ugo La Malfa, profeticamente, diceva tanti anni fa: “La libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme“. E’ sui diritti delle donne e sulla difesa di Israele che si misura oggi la forza e l’esistenza di un islam moderno, laico, “moderato” come si dice. E il fatto che qualcuno in Europa ancora oggi inviti a boicottare i prodotti israeliani fa comprendere ancora meglio quanto questa libertà dell’Occidente sia in pericolo.
L’Italia oggi è un Paese amico di Israele ma questa amicizia non è sempre stata patrimonio comune della politica italiana. Non solo un esercizio di curiosità, dunque, andare a vedere cosa, di Israele, dice e pensa il Movimento 5 Stelle, partito che si candida a governare il Paese, in questa fase che sembra già segnare il tramonto dell’era Renzi. Il massimo esperto di politica estera del movimento 5 Stelle, il capogruppo in commissione Esteri Manlio Di Stefano, il deputato eletto a Milano che ha accompagnato il virtuale candidato premier, Luigi Di Maio, nella sua missione in Israele, tanto enfatizzata come operazione di accreditamento internazionale. Di Stefano oggi è delegato italiano al Consiglio d’Europa, ma prima ancora delle elezioni politiche, aveva manifestato sul governo israeliano posizioni che tradivano un certo pregiudizio. Nel novembre 2012 aveva scritto che Israele “bombarda a destra e a manca“. E pochi giorni dopo aveva mostrato di condividere un eloquente “dieci volte peggio dei nazisti“. E ora? In una veste istituzionale, le cose non sono molto cambiate. Reduce dal viaggio in delegazione, Di Stefano ha rilasciato questa dichiarazione, rispondendo nel corso in un’intervista rilasciata al Manifesto a una domanda su possibili sanzioni da applicare nei confronti di Israele (chi altri?): “Io – ha detto – penso che le sanzioni siano sempre l’ultima cosa da fare perché nel 99% dei casi sanzioni ed embarghi colpiscono i cittadini e mai i governi. Voglio ribadire che il M5S non ha alcun problema con i cittadini israeliani, sicuramente non con gli ebrei ma con il governo che fa delle scelte che non rispettano il diritto internazionale sì. Le sanzioni in questo momento le escluderei. Però quando inizi a mettere alcuni Paesi di fronte ad un attacco diplomatico dicendo signori noi siamo abituati ad una democrazia che funziona con un determinato sistema e se voi volete inserirvi nel nostro sistema internazionale allora dovete rispettarla. Questo ha un peso enorme e oggi Israele non sta affrontando questo“. Quindi nessun problema con i cittadini israeliani, ma “sicuramente non con gli ebrei”.  Quindi Di Stefano escluderebbe “in questo momento” le sanzioni. Poi smentisce che il M5S abbia problemi con i cittadini israeliani ma soprattutto, con sicurezza, smentisce di essere antisemita, ottima cosa. E auspica, prefigura, un “attacco diplomatico” per mettere “alcuni Pesi” di fronte alla prospettiva di inserirsi nel “nostro sistema internazionale”. Il minimo che si può dire, leggendo l’intera intervista, è che con tutto lo sforzo compiuto per apparire equilibrato, Di Stefano pone solo su Israele il peso di una soluzione per uscire dalla crisi. Dichiara che il movimento 5 stelle non ha preclusioni ma il quotidiano Haaretz ha ricavato dalla vicenda l’idea che il partito sia “ostile a Israele”. E l’ambasciatore Naor Gilon, in un’intervista pubblicata ieri sulla Stampa, ha constatato che “I grillini deformano la realtà di quel che avviene a Gaza per pregiudizio e ignoranza”. A Milano, il portavoce della sinagoga, Davide Romano, aveva sfidato Grillo, senza risposta, sul tema: Grillo – aveva detto allora Romano, oggi assessore della Comunitòà ebraica – è sicuramente in buona fede ed è anche un non violento, ma forse ha un problema, non solo con Isreale, ma anche con gli ebrei”.
Interrogativi grossi. Qualcuno può legittimante nutrire la speranza che quella di Di Stefano non sia la linea del movimento. Sicuramente le idee di Di Stefano concorrono alla formazione della (futura) linea ma è davvero difficile comprendere cosa pensino i deputati grillini. Con buona pace della trasparenza e degli streaming non ci sono sedi politiche in cui le questioni vengano dibattute ed quindi molto arduo immagina cosa farebbero una volta al governo. Anche l’Economist lo ha rilevato: al momento non sono pronti per guidare un grande Paese. Per ora, su molte cose cruciali, restano sul vago. È accaduto anche dopo la strage di Nizza, quando i grillini, lo ha rilevato anche Alessandro De Angelis sull’Huffington post, hanno assunto una posizione a dir poco inconsistente, con l’ormai noto comunicato che chiedeva una ampia riflessione. “Siamo sgomenti di fronte a quanto accaduto a Nizza – si leggeva – ed esprimiamo il nostro cordoglio ai parenti delle vittime e la vicinanza a tutto il popolo francese per questo ennesimo attacco terroristico, subito nel corso della sua festa nazionale. Si impone una seria riflessione sulla sicurezza e il terrorismo“. Una seria riflessione non pare il massimo della chiarezza, per un partito abituato a scagliarsi come uno schiacciasassi contro tutto e tutti. “Caro Di Maio, sul terrorismo siete senza linea e sulla politica estera balbettate: ma se andate al governo che fate?” chiedeva giustamente De Angelis.
Diversa, molto più sostanziosa e carica di conseguenze, è la posizione assunta e argomentata da Di Stefano. Piaccia o no, l’idea del “ministro degli Esteri dei 5 stelle” è precisa, articolata, dettagliata, con tanto di cose da fare – sul fronte diplomatico, con la Siria, della Russia e dei Sauditi – con l’obiettivo di battere il terrorismo. Perché dunque il movimento non l’ha fatta propria? Perché ha balbettato e continua a farlo? Perché la linea Di Stefano non è quella ufficiale, di tutti? Qualcuno, dentro il movimento (notoriamente eterogeneo dal punto di vista ideologico, al di là della disciplina di facciata) potrebbe non condividere. E forse due linee linee diverse si annullano a vicenda. Al momento, sembra paradossale ma questa è una speranza: una non-linea infatti è preferibile a una cattiva linea. La questione potrebbe essere ancora aperta. E Di Maio, che pare abbastanza astuto, potrebbe aver già capito dove va a parare la deriva di certi oltranzismi.
manlio
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