Angoscia del moderno

A qualche mese dalla pubblicazione del mio “Ernst Jünger. Vita e opere di un Anarca” (Giubilei Regnani, p.355), ho deciso di condividere un estratto che, per tanti aspetti, offre uno scorcio della narrazione e dei vari temi che esploro nel volume.
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Nel novembre del 1933 si trasferisce con la famiglia a Goslar, e l’anno successivo nasce il suo secondogenito, Alexander. Nel frattempo, pubblica il saggio Sul dolore (1934), in cui esplora le interrelazioni tra dolore lavoro e tecnica, chiarendo numerosi aspetti che erano rimasti inespressi ne L’Operaio a partire dall’estraneazione e anestetizzazione del corpo che caratterizzano proprio l’era della tecnica, dove il dolore viene neutralizzato e ridotto a una variabile controllabile. La sopportazione appartiene al mondo eroico, dove il dolore è vissuto come una prova da affrontare mentre l’epoca borghese, invece, sarebbe frutto dell’anestetizzazione, simboleggiata da quei Café in cui i clienti non sperimentano più solo la noia, ma l’angoscia: “Compresi allora che non era noia, quella che gli avventurieri provavano, ma angoscia”. Di questa sorta di non-luoghi ne aveva già scritto ne Il cuore avventuroso. Qui, però, la percezione e la comprensione del dolore si intrecciano strettamente con l’angoscia, poiché la civiltà tecnica e borghese, immersa in un benessere superficiale, mira a evitare il dolore, trasformando ogni aspetto della realtà, come appunto i grandi caffè, in luoghi rappresentativi di questa fuga: “il simbolo del senso di benessere da sogno […] che satura l’atmosfera come un narcotico”. L’imperativo dominante della nuova epoca è quello del comfort e di una sicurezza effimera e i Cafè, come mille altri non-luoghi, si trasformerebbero in un narcotico, realtà ovattata che allontana l’uomo dalle forze primordiali, illudendolo di aver relegato il dolore ai margini dell’esistenza.
Il corpo, strumento attraverso il quale l’uomo partecipa al dolore, viene in epoca moderna trattato come un oggetto. Nel modello eroico e cultuale, il corpo era un avamposto (Vorposten), un’entità disciplinata e formata da una vita preordinata alla resistenza. Era la condizione del guerriero, dell’asceta, ma anche del martire cristiano che, nell’ora della tortura, si faceva assente dalla carne. Nel tempo attuale dominato dalla tecnica, il corpo umano verrebbe invece ridotto a un mero strumento funzionale.
Emblematico è l’esempio del proiettile umano della marina giapponese: confinato in uno spazio angusto, il kamikaze rappresenterebbe per Jünger l’estremo punto d’incontro tra uomo e macchina, simbolo di quell’ibridazione che sancisce il passaggio dall’individuo al Tipo-Lavoratore. Anche la guerra, da eroico conflitto fra esseri umani, si è infatti trasformata in uno scontro tra macchine e materiali, segnando la perdita dell’individualità e i soldati sono diventati semplici strumenti, distaccati dalla loro umanità. Li aveva così descritti ne L’Operaio, dove il volto del soldato veniva già raffigurato privo di caratteristiche individuali, con una “nitidezza” che simboleggia un Tipo, ed emblema di una nuova era tecnologica.
Qui, la sensibilità è completamente annullata, estirpata fino a svanire e la conclusione è chiara e inequivocabile: la misura dell’uomo non è più il valore, ma il dolore. Con la de-individualizzazione imposta dalla tecnica si stabilisce un nuovo rapporto tra l’uomo e la sofferenza, poiché “con il progredire dell’oggettivazione cresce anche la quantità di dolore che può essere sopportata”. La tecnica accresce enormemente la capacità di sopportare il dolore, ma allo stesso tempo lo genera, provocando un numero di vittime persino superiore a quello delle guerre più sanguinarie. Ne sono esempio le morti per incidenti stradali o in altri contesti affollati in cui si muovono le masse – elementi che colpiscono profondamente il suo immaginario. Ciò che infatti un tempo era considerato normale, come magari perire in duello, oggi è sostituito da fatalità diverse, rendendo ordinario perdere la vita precipitando con un aliante o durante uno sport invernale. Nel passaggio dall’individuo al Tipo, la sensibilità viene dunque estirpata e il dolore viene anestetizzato, ridotto al silenzio. Ma il dolore seguirebbe una logica implacabile e astuta, capace di riconquistare i propri spazi perché ciò che cambia, in realtà, non è il dolore, ma il modo in cui l’uomo lo percepisce e si relaziona ad esso.
Jünger concepisce il dolore come una “misura immutabile” che, con il progresso tecnologico, viene rielaborato in chiave estetica ed etica. Questo processo avviene anche grazie a strumenti come la fotografia, la quale contribuisce a incrementare il distacco dello sguardo umano, trasformandolo in un atto sempre più meccanico e separando l’individuo dall’esperienza diretta del dolore. In questo scenario, il corpo e il lavoro umano vengono progressivamente invasi dalla tecnica, la quale tende a minimizzare il malessere, facilitando così la reificazione dell’individuo. Al contrario, per Jünger, il dolore rimane una misura naturale che collega l’uomo alle sue radici esistenziali. La sofferenza, infatti, rappresenta la chiave per comprendere i misteri dell’animo umano e del mondo, e il modo in cui viene affrontata rivela anche l’alienazione crescente dell’individuo, incapace di riconoscere più se stesso. In un contesto globale e nichilistico, la ricerca di una libertà dal dolore implica un distacco da esso, un processo che Jünger definisce “elusione”. Così, il dolore appare come un ostacolo, mentre al contempo è una via per svelare il significato profondo dell’esistenza. Per essere superato, tuttavia, richiede una certa distanza.
