Il circo della sofferenza
Da qualche anno, è stato coniato il termine “pornografia del dolore” per descrivere un fenomeno ormai ubiquo nella cronaca nera, dove ogni dettaglio macabro diventa merce da consumare, alimentando una fascinazione morbosa che sfuma i confini tra informazione e spettacolo. Quello che un tempo veniva definito diritto di cronaca, oggi è infatti diventato un’industria che trasforma la miseria umana in uno spettacolo pubblico, riducendo ogni tragedia a un prodotto da vendere in tempo reale attraverso interviste a familiari di ogni ordine e grado, ai vicini, agli ex compagni di scuola e persino a passanti occasionali, mentre ogni parola, ogni lacrima, ogni gesto di chi è colpito dalla tragedia diventa un contenuto giornalistico da esporre sul banco della mercanzia.
Le immagini strazianti di madri devastate dalla notizia della morte di un figlio, incapaci di proferire parola, e che affondano nel nugolo di microfoni che sommergono il loro volto, trasformano un atto di dolore intimo in uno spettacolo quasi catarchico. E poi, ancora… le immagini dei luoghi del ritrovamento di un cadavere, delle case, delle camere, dei garage, degli oggetti che, per quanto banali, acquisiscono un valore simbolico all’interno di una trama che è sempre sociologica e psicologica, così come l’immancabile presenza di testimoni improvvisati, pronti a lucrare un minuto di notorietà sulla pelle della tragedia altrui. E tutto questo, con il pretesto di un’informazione che serve da velo assolutorio per ogni contesto.
Non è altro, invece, che una spietata operazione mossa dal solo obiettivo di fare audience. Dettagli irrilevanti vengono gettati in pasto al pubblico, alimentando l’illusione che ognuno di noi possa trasformarsi nel nuovo Maigret, in un esercizio perverso che si nutre del dolore altrui, giocando sulla curiosità morbosa e senza alcun rispetto per le vittime.
Certo, il mondo è cambiato, e con esso anche la nostra percezione di ciò che è volgare o insignificante. Se guardiamo indietro, a solo qualche generazione fa, ci rendiamo conto che il tema del dolore e della morte veniva trattato su piani ben diversi.
Per chiarire il concetto, mi permetto di fare un esempio, forse elementare, ma che trovo particolarmente pertinente. Una volta, nelle botteghe dei barbieri, c’erano tre cose che intrattenevano i clienti in attesa: fumetti porno, libricini profumati con immagini di donne nude, e un giornale che tutti – almeno quelli della mia età – conoscevano: Cronaca Vera. Questo periodico mescolava fatti reali a finzioni che talvolta sembravano uscite da un romanzo gotico, altre da un incrocio tra la commedia boccaccesca e il cinema trash: sesso, tradimenti, sangue e delitti esondavano in quantità industriali sin dalla copertina. Erano storie che, pur organizzate in un contesto narrativo che sapeva tanto di romanzo di bassa lega, affascinavano molti. Tuttavia, venivano considerati letture “sporche”, da evitare, destinate a una ristretta cerchia: ragazzini in piena esplosione ormonale, pensionati in cerca di brividi, e persone disinteressate alla politica e alle forme più alte di vita pubblica, che invece relegavano il loro trasporto emotivo e razionale solo verso i fatti cruenti. La maggior parte delle altre persone, pur incuriosite, preferiva infatti mantenere le distanze, consapevoli che quella realtà parallela non doveva mai venire alla luce del giorno, o perlomeno non doveva strabordare rispetto a ogni altro aspetto del reale e diventare trama dominante.
Oggi, quella stessa fascinazione morbosa è divenuta la norma. Siamo travolti da storie criminose che ci perseguitano ogni ora del giorno e della notte, per anni, talvolta decenni, peraltro senza mai giungere a una conclusione. La Cronaca Vera non è più un fenomeno di nicchia, ma una realtà quotidiana che coinvolge tutti, senza via di fuga, e non si nasconde più nei bui angoli di un mobile da barbiere perché è disponibile a nostro piacimento su ogni device tecnologico .
Vorrei aggiungere, a complemento di quanto detto finora, una riflessione di Ernst Jünger. Già negli anni Settanta lo scrittore tedesco aveva compreso che non si trattava più di semplice informazione e aveva intuito la direzione di marcia. In un’epoca in cui la comunicazione stava cominciando a prendere piede come nuova religione e la tecnologia si apprestava a diventare il nostro Dio, Jünger descriveva le città moderne come luoghi in cui le antenne, che spuntano come capelli ritti di una terribile acconciatura (quetsa la metafora utilizzata!), diventano simbolo di un mondo dove ogni frammento di dolore è amplificato in un’eco demoniaca. Un quadro terrificante! Una crescente inquietudine collettiva, che ci consuma lentamente, di cui ne avvertiamo i pericoli ma di cui facciamo fatica a liberarci perché, in fondo, alla sua fonte ci alimentiamo.
La comunicazione di massa è infatti diventata un’arma potente, capace di penetrare nelle menti e nei sentimenti, alterando la realtà che viviamo. Ogni tragedia, ogni sofferenza, non è più qualcosa che osserviamo da lontano, ma qualcosa che ci viene riproposto incessantemente, come un episodio di una serie televisiva infinita. Il dolore del mondo è diventato il nostro pane quotidiano. Un pane amaro!
