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La critica militante ha per lungo tempo confinato Tolkien all’interno di circoscritti stilemi, perciò tentando di marginalizzarne l’opera attraverso un falso disinteresse o un artificioso disprezzo; talvolta, con forzate scremature del profilo letterario, quasi sempre con disapprovazioni sul fronte interpretativo.

Il marchio d’infamia fu posto sin dall’inizio, e anche per via indiretta, quando si palesarono forti pregiudizi sulla triade che fece conoscere Il Signore degli anelli (Alfredo Cattabiani, Quirino Principe e Elémire Zolla) ma, sin da quel momento, prese per fortuna il via l’intenso, ossessivo, prolungato lavoro di Gianfranco de Turris, tra i pochi ad assumersi l’ingrato compito di ribattere colpo su colpo alle fandonie della critica.

Una controffensiva agevolata dal fatto che l’algido professore di Oxford, autoesiliato tra alberi parlanti, elfi e draghi, che scolpì dal nulla mitologie e lingue inquadrandole in un universo cosmogonico di cui fu sub-creatore nel tentativo di regalare all’Inghilterra una propria mitologia, aveva marchiato senza forzature, atrofizzazioni retoriche o appesantimenti politici la peculiarità della sua produzione che sarebbe diventata in breve tempo patrimonio dei lettori dell’intero pianeta.

Benché i tentativi di marginalizzazione non arretrassero di un millimetro la “moda Tolkien” dilagò infatti dappertutto. Il professore diventò negli anni sessanta autore di culto per pacifisti, hippie e giovani dei campus universitari americani e poi, come ricorda Oronzo Cilli, la crescente fama travalicò gusti, classi sociali, ambiti geografici tanto è vero che, scandagliando gli archivi si scoprono tutta una serie di aneddoti divertenti e contorni inediti. John Wayne, per esempio, nella sua biblioteca conservava un’edizione dello Hobbit e i tre volumi della trilogia, tutti del 1966. I Led Zeppelin inserirono chiari riferimenti alla Terra di Mezzo in Over the Hills and Far Away, The Battle of Evermore e Misty Mountain. Christopher Lee, il Saruman del film di Peter Jackson, leggeva Il Signore una volta l’anno, era una delle voci del gruppo musical «Tolkien Ensemble» ed è stato l’unico della troupe ad aver mai incontrato Tolkien. Leonard Nimoy, il dottor Spock di Star Trek, scrisse e interpretò la canzone Ballad of Bilbo Baggins. Margrethe II, regina di Danimarca, sotto lo pseudonimo di Inghaild Grathmer, realizzò delle illustrazioni per Il Signore degli Anelli che furono incluse in una edizione dopo che Tolkien ne rimase affascinato. Il biografo di Neil Armstrong ipotizzò che l’astronauta avesse potuto rifarsi per la sua famosa frase («Questo è un piccolo passo un uomo, un grande balzo per l’umanità») al capitolo V dello Hobbit in cui c’è una espressione molto simile.

De Turris si muove ad ampio raggio stanando tutto ciò che andava oltre le genericità del gradimento consumistico di massa, che poi trova pieno compimento – e a livelli eccelsi – nella trilogia filmica di Peter Jackson, e nonostante restasse aperto quel complesso percorso di critica in cui si agitavano disinteresse, disprezzo e disapprovazioni è sempre riuscito a riconfigurare la sua analisi sui puntelli teoretici indicati da Tolkien.

La produzione narrativa del professore fu, infatti, solo in parte, incantevole frutto di talento mentre molto doveva ad una maturata tecnicalità da esperto filologo che attingeva alle più svariate fonti letterarie. Si trattava di un lavoro di scavo profondo. Traduttore di testi antichi, studioso di letteratura anglosassone, amante dei miti del Nord, tradizioni, simbologie e di saghe europee, fu primariamente un impegno legato alla sua professione e, in second’ordine, al tentativo, ironicamente confessato in più di una intervista, di scostarsi dalle scartoffie dell’amministrazione universitaria, dalla burocrazia statale, dall’industrializzazione pervadente e dai suoi correlati ansiogeni.

Oltre questo, permanevano però come invalicabili colonne d’Ercole quei puntelli teorici su cui de Turris ha legittimamente imbullonato tutti i suoi studi. Attraverso di essi è possibile risalire alla cornice interpretativa di una produzione letteraria che navigando tra storie, personaggi e condotte lessicali strabilianti palesa sempre e solo il tentativo di riplasmare dei precisi valori di riferimento, a dimostrazione che, negli anni, chi gli ha affibbiato strambe casacche ideologiche legava il suo giudizio a discriminanti parziali, e più o meno consapevolmente cadeva preda di mode del momento.

Non sono mancate corruzioni interpretative e contaminazioni. Il carico ostativo fu innanzitutto posto per un preconcetto verso la letteratura fantastica da parte di chi, in una prima fase, addirittura confondeva generi letterari, allegorie e simbolismi, i vampiri con i lupi mannari e gli elfi. Esperti che ritenevano bizzarrie le magie e i mostri e, di conseguenza, predisposti a denigrare la sua poetica, a smontare l’importanza della fantasia che, invece, volevano incatenata al pregiudizio della presunta fuga dalla realtà, e in questo modo accusandolo di non essere un autore impegnato («Tolkien… quello per bambini, no? O per adulti ritardati…», affermava lo scrittore Howard Jacobson).

In seguito, le varie pregiudiziali si sono amalgamate in una miscela esplosiva. La critica è passata dal rifiutarsi di ammettere di aver letto Tolkien, all’oltraggio irridente sui significati reconditi, all’apertura partecipe verso esegesi più articolate ma capziose fino alla docile rilettura nel momento in cui si soppianta la storica traduzione di Vittoria Alliata con stravaganti trasposizioni. Elementi che però perdono di rilevanza quando si scorrono con sguardo asettico scritti e interviste. A toglierci dagli imbarazzi interpretativi è infatti lo stesso Tolkien definendosi di volta in volta antiquato, reazionario, patriottico, monarchico, denunciando con forza le crepe delle democrazie moderne sempre più colonizzate del materialismo o facendo risaltare il rapporto conflittuale tra Natura e Tecnologia come sintomatico dell’intero processo della modernità ed esprimendolo attraverso una sequela infinita di divertenti personaggi come per esempio gli Hobbit oppure, gli Ent, i pastori degli alberi, che guidati da Barbalbero si ribellano alla potenza distruttiva della tecnica e liberano la foresta di Fangorn dalla sottomissione a Saruman.

Valori di riferimento che mai navigano sotto traccia perché fu un uomo profondamente religioso tanto da portare un Rosario che recitava regolarmente, da parlare di spiritualità e devozione nelle lettere ai figli, da faticare ad accettare le riforme del Concilio Vaticano II e, fedele a Cristo e devoto della Madonna, da mostrare molte perplessità – anzi, disapprovare – l’abolizione del latino nella Messa.

Valori che non navigano sotto traccia e si riverberano nelle sue opere che, tuttavia, non sono smaccatamente religiose, nel senso che l’utilizzo furbo di divinità o riti è del tutto assente. Al contempo, non cedono al sincretismo, non precipitano nella new age o in una sulfurea paccottiglia di elementi religiosi. Lo spirito che anima Tolkien, in cui sono evidenti i tratti del Vangelo così come dell’Edda, quelli dei cicli arturiani come della mitologia germanica, agisce in maniera carsica muovendosi sotto il manto di quella gigantesca epopea ma sempre pronto a rendere manifesta la continua definizione della Tradizione perenne che non è chincaglieria da utilizzare come strumento di consenso commerciale. Ma è azione allo stesso tempo percepibile e nascosta, visibile ed eterea.

In questo senso è ancora una volta de Turris a venirci in soccorso quando ci ricorda che abbiamo di fronte un «conservatore, cattolico tradizionalista, antimoderno al punto tale da preferire i fulmini ai lampioni, i cavalli alle automobili, che ha insegnato a diverse generazioni ad amare il Medioevo e il fantastico e a non considerarli entrambi come qualcosa di negativo, di cui vergognarsi o addirittura di “pericoloso”. Tolkien, della Evasione del Prigioniero dal carcere della Modernità, ne ha fatto un atteggiamento positivo e costruttivo».