Potere esecutivo e democrazia: perché Schmitt torna al centro del dibattito
La riedizione di uno dei classici di Carl Schmitt, Il custode della Costituzione (Quodlibet, p. 288), riporta al centro del dibattito uno dei nodi più controversi della filosofia politica del Novecento, spesso presente in modo sottile nelle discussioni pubbliche contemporanee ma raramente analizzato con rigore teorico: il rapporto tra diritto e politica.
In un mondo segnato da instabilità internazionale, l’idea di rafforzare il potere esecutivo, con un ruolo centrale del Capo dello Stato, appare sempre più diffusa. Tuttavia, si tratta di un rafforzamento non di rado percepito come al di sopra della legge stessa e che genera fraintendimenti facili e pericolosi.

Eventi recenti – dalla cattura di Nicolás Maduro all’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – così come la naturale estensione dei poteri decisionali dei leader in numerosi paesi democratici, hanno portato a richiamare maldestramente le tesi schmittiane, soprattutto riguardo al desiderio di centralità del potere esecutivo che viene percepito da alcuni critici come potenzialmente sovversivo rispetto alle tradizionali forme di legittimazione politica e capace di alterare l’essenza stessa della democrazia.
Il pensiero di Schmitt appare invece sorprendentemente attuale, ma per ragioni diverse da quelle evocate dalle polemiche politiche. Lo studioso tedesco sosteneva che la forza e il caso di «eccezione» possano prevalere sulla norma giuridica, ma solo quando il “Politico” sfugge ai confini delle strutture legali ordinarie. Ed è in questo senso che criticava la nascente società di massa dal momento che partiti, sindacati e gruppi di interesse privilegiavano già allora interessi di parte a scapito dell’ordine collettivo, dimostrando incapacità a gestire efficacemente il “Politico”.
Questa incapacità somiglia a una sorta di coazione a ripetere che si manifesta in ogni epoca, generando polarizzazioni e conflitti permanenti che non solo marginalizzano il Parlamento, ma ne alterano le funzioni, trasformandolo in un luogo dove si ratificano decisioni prese in circuiti informali del potere – un tempo le segreterie di partito, più recentemente i circoli finanziari ed economici.
Secondo Schmitt, lo Stato dovrebbe fondarsi su un rapporto diretto tra popolo e Capo dello Stato, che non solo avrebbe l’ultima parola sulle norme costituzionali, ma ne supererebbe qualsiasi mediazione istituzionale, spesso soggetta agli interessi di parte.
È comprensibile che oggi queste idee vengano analizzate con forte criticità, anche e soprattutto alla luce delle conseguenze storiche: soli tre anni dopo la pubblicazione del testo, infatti, l’ascesa al potere di Hitler sembrò inverare il progetto schmittiano.
Tuttavia, espulsa l’ombra del nazismo, le intuizioni dello studioso – dal conflitto tra potenze terrestri e marittime allo «stato d’eccezione», dalla dicotomia amico/nemico fino al ruolo del «custode della Costituzione» – restano straordinariamente pertinenti, perché si collocano nella prospettiva di un realismo politico applicato all’ordinamento. La loro attualità emerge in maniera distinta quando questa prospettiva viene infatti mancare: si pensi agli errori della fase pandemica, durante la quale i governi hanno rafforzato unilateralmente i propri poteri, aggirando i parlamenti e sospendendo i tradizionali processi di deliberazione democratica. In quella fase di caos, il potere cercava di gestire la situazione con la forza e reinterpretando volta per volta la Costituzione. In Schmitt, invece, al “custode” della Carta spetterebbe l’ultima e inappellabile parola sul significato delle norme ma, innanzitutto, il compito di proteggerla.
