12Mar 26
Tra pregiudizio e cultura: la sfida della Biennale

Ieri, per aver scritto che alla Biennale è giusto invitare tutti, ho ricevuto una vera e propria valanga di messaggi su Messenger e diversi commenti poco piacevoli provenienti da profili fake. Ne ho dovuti bloccare molti. Altri mi hanno tolto l’amicizia: credo una cinquantina in poche ore. Ma tutto questo conta relativamente poco: la questione vera è un’altra.
La posizione che ho espresso è quella che sostengo da sempre e, quindi, conta poco che l’oggetto del contendere sia la Russia, Israele, l’Iran, gli Stati Uniti o chiunque altro. Sostengo case editrici censurate o escluse da fiere del libro; sostengo chi non può presentare il proprio libro, qualunque idea esso contenga; sostengo, in sostanza, la possibilità di discutere e confrontarsi senza preclusioni ideologiche.
Applicando questo principio al caso della Biennale, conta poco che il Padiglione sia gestito dalla Russia, dalla Papua Nuova Guinea o dall’Irlanda del Nord, e conta poco che qualcuno accusi me, o chi la pensa come me, di fare il gioco di Putin. Non entro nella vicenda bellica, tantomeno nelle ragioni o nei torti del conflitto, perché sto parlando di cultura, di autonomia e della libertà di un Presidente della Biennale, scelto dalla politica e dai partiti, e ora criticato dalla stessa politica, dai partiti e da un’Unione Europea che, come spesso accade, agisce senza costrutto e senza coerenza.
Se davvero volessimo seguire la logica di chi propone censure in nome della coerenza politica o morale, dovremmo parimenti ricordare che tre quarti del mondo non è propriamente liberaldemocratico; cioè non aderisce ai canoni morali, costituzionali, politici e di civiltà a cui noi facciamo costante riferimento. Forse non tutti lo ricordano. E allora cosa dovremmo fare? Se volessimo censurare tutto ciò che proviene da quelle aree, dovremmo chiuderci nei nostri cortili, isolandoci dal resto del mondo e rinunciando a ogni confronto.
Ma se volessimo eliminare anche intellettuali, cittadini o artisti che hanno la sola colpa di vivere in quei luoghi, in nome di valori come coerenza, dignità o moralità che sballottiamo a destra e a manca come gingilli comprati al mercato rionale, allora vale quanto scritto ieri da Mattia Feltri, che mai ha avuto simpatie “strane” e che tutto mi sembra tranne che un putiniano infiltrato o un nazista dell’Illinois. Forse ci aiuterebbe a riflettere sulla differenza tra coerenza e pregiudizio ideologico, moralità e moralismo.
