Fra sete di giustizia e precarietà
Cari amici del blog,
Condivido con voi la lettera che Maurizio Federico, biologo e ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità, ha inviato a Comedonchisciotte.
Federico, come ricorderete, ha perso la figlia Lisa a 17 anni, nel 2020, per un trapianto di midollo sbagliato e, durante il dibattito sulla necessità di riformare la giustizia secondo i criteri previsti dal referendum, ha condiviso per iscritto l’iter giudiziario da lui vissuto – e patito – assieme alla moglie Margherita.
Nonostante ciò che questa famiglia ha attraversato fra carte bollate e aule di tribunali – leggete lo scritto fino in fondo perché è illuminante – credo che con la scelta del No si sia persa l’occasione di cambiare finalmente qualcosa. Magari non sarebbe stato quel tutto utile a ottenere giustizia per Lisa, come ha intuito il papà, ma una piccola scossa per preparare il terreno.
Il racconto di Maurizio Federico appare senza speranza (ci chiediamo ancora una volta se le vittime di mala sanità otterranno mai un riconoscimento) e ci induce ora a ragionare su quale “giustizia” possa garantire un’udienza preliminare con un rito abbreviato (possibile se richiesta dall’accusa secondo la riforma Cartabia) che impedisca qualsiasi testimonianza in aula, o deposizione, delle parti offese (oltre che dei periti).
Qui la lettera:
Cosa ci ha insegnato la frequentazione di Tribunali, processi e carte bollate nel guidarci al referendum sulla riforma della giustizia che ci aspetta?
Elisabetta (Lisa) Federico morì a soli 17 anni il 3 novembre 2020 all’ospedale pediatrico Bambino Gesù (OPBG) all’esito di un trapianto di midollo osseo né necessario né urgente per combattere un disordine ematologico, e praticato in maniera così avventata da portarla alla morte dopo 17 giorni di urla, dolori e svenimenti tutti iniziati già pochi minuti dopo l’inizio dell’infusione mortale. Morte sopraggiunta per il combinato disposto di una emolisi massiva dovuta all’infusione di 350 mL di globuli rossi AB0 incompatibili e di una polmonite evidente già la mattina dopo l’infusione, per la quale però, contravvenendo alle linee guida dell’OPBG stesso, nessuna analisi microbiologica fu effettuata se non in punto di morte.
Io, padre di Lisa, e mia moglie riuscimmo a presentare la denuncia solo a un anno dalla morte, dopo una Via Crucis surreale quanto dolorosa per convincere qualche medico e qualche avvocato a supportarci in contrasto ai potentissimi medici dell’OPBG i quali, a loro volta, mai si degnarono non di scusarsi, ma nemmeno di darci una qualsiasi spiegazione sull’accaduto. All’arrivo della cartella clinica abbiamo capito tutto ciò che avevamo già intuito.
Iniziò quindi un iter giudiziario per noi non meno avvilente di ciò che avevamo già vissuto ai piedi del letto di nostra figlia agonizzante. L’esito è tuttora in sospeso tra colpi di scena, rinvii infiniti, avvocati arroganti e perizie fantasiose. Ma ora il tema non è quello che sarà il giudizio di merito conclusivo. Il tema è il tremendo deficit di diritti che le parti offese si trovano a sopportare nei procedimenti penali. Tutto questo al di là di due macigni che gravano sulle spalle di chiunque voglia affidarsi alla giustizia per avere risposte: i tempi e le spese. Al giorno d’oggi per affrontare la giustizia penale sono necessarie (ma non sufficienti) due condizioni: avere una aspettativa di vita lunga, e disporre di molti risparmi. Sfortunatamente però, nessuno dei due aspetti sono considerati nella riforma della Giustizia così come ci viene proposta.
Oltre questi due macigni, destinati a rimanere tali qualunque sarà l’esito del referendum, esistono altri aspetti del processo penale che resteranno immutati in termini di negazione di diritti. Abbiamo avuto il “privilegio” di viverli sulla nostra pelle e possiamo testimoniare quanto siano in grado di contribuire al quadro di frustrazione che il cittadino è chiamato a sopportare ben prima di conoscere l’esito della propria richiesta di giustizia.
Ci riferiamo all’evidenza che si può arrivare a una sentenza penale di primo grado senza che le parti offese, ma nemmeno i loro consulenti, possano mai rivolgere una sola parola al giudice. E quando, come nel caso del processo per la morte di nostra figlia Lisa, si è certi (anche grazie alla mia formazione da biologo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità) di avere argomenti irrefutabili dal punto di vista tecnico da offrire al giudice per smentire le menzogne recitate sia dalla controparte che dai periti del Tribunale in enorme conflitti d’interesse, il silenzio imposto diventa frustrante quanto parlare in un’assemblea a microfono spento. E non bastano pur valorosi avvocati che ti sostengono. Per quanto preventivamente istruiti nella materia, poco possono nel contrastare le bugie di un perito menzognero al cospetto di un Giudice che mai, in nessuna udienza, pur ascoltando argomenti palesemente a lui misteriosi, ha interloquito sul merito chiedendo una spiegazione o un chiarimento. Evidentemente per il Giudice valeva la regola aurea secondo cui è meglio tacere lasciando il sospetto di non capire nulla della materia, che non formulare una sola domanda fornendone la certezza.
Indimenticabili in proposito alcuni episodi vissuti durante la audizione dei medici scelti dal Giudice per produrre la perizia, talmente schierati dalla parte dei medici dell’OPBG (“la paziente Elisabetta Federico ha ricevuto tutte le cure del caso”, concludeva) da costringerci a denunciare i periti per falso, e costringere il PM a chiederne il rinvio al giudizio.
“Professore, quello che sta sostenendo è smentito da questo grafico pubblicato su una rivista internazionale” osservò il nostro avvocato rivolgendosi al perito. “No, guardi, non ho gli occhiali, non ci vedo, non posso commentare…e poi..ma che rivista è questa?..io mica leggo questa roba qua..” facendo finta di non vedere il grafico messo sotto il suo naso, che però rappresentava la sintesi di 20 anni ricerche pubblicate da svariate riviste scientifiche internazionali di primo piano. Ma questo fondamentale dettaglio lo sapevo ben io, che avevo scovato il grafico, non potevano saperlo i nostri avvocati, già da me investiti da miriadi di concetti medico-scientifici a loro naturalmente estranei. E lì ho cominciato ad agitarmi, andavo e venivo dal banco dei nostri avvocati cercando di spiegare loro ciò che mai avrebbero potuto riferire immediatamente al giudice.
“Ma quale sorpresa che Lisa abbia iniziato a soffrire subito dopo l’apertura del deflussore? Tutti i pazienti che ricevono il midollo osseo avvertono molto dolore, tutti vengono trattati con la morfina” . A questa altra menzogna recitata dal perito davanti a tutti noi e davanti al Giudice ho iniziato a inveire sui miei avvocati come un allenatore di calcio inveisce contro un giocatore della propria squadra che non segue le sue indicazioni. Fui persuaso a una condotta più consona a fatica. Contestualmente mia moglie Margherita osò mormorare “Dovrebbe toccare a voi di assistere a questa tortura, di vedere tutto il dolore che voi definite come normale”. E a quelle parole si mosse contro di lei con il dito puntato il medico legale dell’OPBG minacciandola: “Non provi nemmeno a dirlo!”.
“Signor Perito, perché i medici dell’OPBG non fecero le analisi microbiologiche per caratterizzare l’infezione che colpì Lisa già il giorno dopo il trapianto?” chiese un nostro avvocato. “Caro Avvocato, che domanda mi fa? L’unica cosa che conta per combattere le infezioni ospedaliere è lavarsi bene le mani”. A questa risposta, la mia agitazione divenne rabbia incontrollata. Rabbia nel sentire falsità e omissioni a carico della povera Lisa. Rabbia per la consapevolezza che il Giudice si stava bevendo tutte queste menzogne senza nessuno che potesse efficacemente contrastarle. Rabbia perché i miei mille argomenti utili per evitare che Lisa venisse uccisa là, in quell’aula di Tribunale per un’ennesima volta dovevo tenermeli dentro, non potevo metterli sul tavolo della discussione se non nell’ennesima memoria da depositare che il Giudice non avrebbe mai letto, e se anche lo avesse fatto, non avrebbe mai capito. Rabbia perché allora sarebbe stato meglio non sapere né conoscere nulla della materia. Sarebbe stato meglio per me non capire nulla di come è morta Lisa. Sarebbe stato tutto meno penoso.
E lo stesso fu per tutte le restanti udienze. Al termine il Giudice sentenziò che “il fatto non sussiste”. Le nostre erano solo fantasie di genitori frustrati.
Al di là del risultato finale di questa battaglia giudiziaria, resta l’incredulità di come, attraverso l’istituto del rito abbreviato a cui hanno avuto accesso i medici imputati dell’OPBG una volta ottenuta la perizia “amica”, si sia arrivati a un giudizio di merito pronunciato da un Giudice manifestatamente ignaro della materia senza che noi, parti offese, e ai nostri consulenti, venisse mai data la possibilità di pronunciare una sola parola in aula. Certamente le nostre argomentazioni sono state depositate in atti scritti. Ma che valore ed efficacia possono avere se lette da un Giudice perfettamente digiuno della materia? Zero. Il Giudice, come ha anche dimostrato nella stesura delle motivazioni, si affida completamente ai periti del Tribunale. E quando questi nascondono il proprio enorme conflitto di interessi (il perito ematologo faceva e fa parte del consiglio direttivo di GITMO, la più importante società scientifica italiana in tema di trapianti di midollo osseo, insieme a ben tre periti di parte dell’OPBG) la frittata è fatta.
Non so quanto la nostra traumatizzante esperienza vissuta nei Tribunali sia unica. Probabilmente no. So per certo però che la procedura penale così come è concepita oggi non riconosce alle parti offese il diritto di parola. E so altrettanto per certo che tutti questi diritti negati resteranno tali qualunque sarà esito dell’ormai imminente referendum sulla riforma della Giustizia. Perché la netta impressione è che questa riforma, al di là di qualsiasi tecnicismo, non tenga in alcuna considerazione le tante vessazioni che i cittadini si trovano a dover affrontare una volta costretti dentro le aule della giustizia penale.
Di Maurizio Federico
15.03.2026
