Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro si è acceso dopo alcuni casi mediatici che hanno fatto parlare di licenziamenti causati dall’AI, non ultimo quello di InvestCloud. Ma la realtà è più complessa e meno allarmante di quanto spesso venga raccontato. Secondo Marco Amicucci, amministratore delegato di Skilla, la narrazione dominante rischia di distorcere il quadro e alimentare paure ingiustificate.

Non sono sicuro che questa narrazione allontani le persone dalla tecnologia, ma sicuramente è una fonte di inquinamento e banalizzazione di un tema complesso dove nessuno ha la sfera di vetro”, spiega Amicucci, sottolineando come sia necessario distinguere tra previsioni sul futuro e analisi dei dati reali. Il problema, infatti, nasce spesso da titoli sensazionalistici che semplificano situazioni aziendali articolate, trasformando ristrutturazioni e riorganizzazioni in presunti effetti diretti dell’intelligenza artificiale.

Licenziamenti e AI: cosa dicono davvero i dati

Secondo Amicucci, molti casi citati dai media non dimostrano un reale impatto diretto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. “Le notizie tendono a semplificare operazioni complesse con titoli seducenti che parlano di licenziamenti dovuti all’intelligenza artificiale, ma quando si approfondiscono i casi la situazione è sempre più articolata”. Anche le ricerche sull’impatto dell’AI vanno interpretate con cautela. “Quando si risale alle fonti degli studi, spesso non sempre sono imparziali”, osserva il manager, invitando a concentrarsi su analisi solide e verificabili.

Tra queste, Amicucci cita uno studio dell’Ocse che ha analizzato cento aziende che hanno introdotto sistemi di automazione prima del 2023. “Nessuna di quelle aziende ha licenziato persone dopo gli interventi di intelligenza artificiale: il lavoro è stato riorganizzato e in alcuni casi sono state assunte nuove figure”, ha affermato. Il dato suggerisce che l’AI non elimina necessariamente posti di lavoro, ma modifica competenze e organizzazione.

Una rivoluzione come Internet e pc

Un’altra ricerca significativa arriva dagli Stati Uniti e analizza il cambiamento del mercato del lavoro nel tempo. “L’impatto dell’intelligenza artificiale fino ad oggi è paragonabile a quello di grandi rivoluzioni tecnologiche come il computer e Internet”, spiega Amicucci.

Si tratta quindi di una trasformazione importante, ma non senza precedenti. “Siamo di fronte a una rivoluzione, certo, ma non dobbiamo aspettarci qualcosa di mai visto prima: abbiamo già affrontato cambiamenti simili”.

Il vero rischio, però, riguarda le competenze. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche sono state prima di tutto rivoluzioni culturali e l’Italia non sempre è riuscita a tenere il passo.

Il problema delle competenze digitali in Italia

Il nodo centrale è la preparazione del Paese. “Il lavoro cambierà e chi sopravviverà meglio saranno i paesi, le organizzazioni e le persone che sapranno adattarsi grazie alla capacità di apprendere da questa tecnologia”, afferma Amicucci. Secondo il manager, non si può pensare di affrontare il futuro continuando a lavorare come in passato. “Non possiamo pensare che il futuro sia di chi continua a fare le cose come prima: l’intelligenza artificiale va compresa, non solo conosciuta”.

Il ritardo italiano è evidente nei dati europei. “Nel Desi, l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società, l’Italia è ventitreesima su 27 paesi europei per competenze digitali”, ricorda Amicucci. Una posizione che dimostra come il problema non sia l’infrastruttura, ma la cultura tecnologica diffusa tra cittadini e lavoratori.

Chi teme l’AI deve sperimentarla

Per affrontare la trasformazione serve un cambio di mentalità. “Più si teme questa tecnologia, più andrebbe sperimentata, conosciuta e approfondita, perché nessuno sopravvive a un cambiamento se non lo comprende”. Amicucci utilizza una metafora efficace: “Nessuno sopravvive a un’ondata se viene preso alla sprovvista e nessuno può guidare un’auto ad alta velocità senza la patente”.

L’idea è che la conoscenza dell’intelligenza artificiale rappresenti una forma di protezione e di opportunità allo stesso tempo. Anche gli scettici, infatti, trarrebbero vantaggio da una maggiore familiarità con questi strumenti.

Formazione e AI Act: la strada europea

Un ruolo fondamentale sarà svolto dalle aziende e dalle politiche europee. “In molte aziende la formazione obbligatoria è una delle esperienze più negative per le persone, ma il regolamento europeo AI Act introduce un approccio diverso”, spiega Amicucci. L’articolo 4 del regolamento invita le imprese che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale a garantire che i lavoratori abbiano una sufficiente alfabetizzazione tecnologica.

L’Europa non impone quanto deve durare la formazione né come deve essere fatta: è una raccomandazione flessibile che può avere un impatto importante sulle competenze del Paese”. Secondo Amicucci, le grandi aziende possono diventare protagoniste di questo processo grazie alle loro strutture formative interne e alle accademie aziendali.

La sfida è culturale, non tecnologica

Il messaggio finale è chiaro: l’intelligenza artificiale non deve essere vista come una minaccia, ma come una trasformazione da governare. “Se propongo un sistema di intelligenza artificiale ai miei dipendenti, devo assicurarmi che abbiano la sufficiente alfabetizzazione per comprenderlo: è una buona pratica che aiuterebbe lo sviluppo delle competenze e la capacità di adattarsi al cambiamento”.

La sfida, dunque, non è fermare l’AI ma preparare le persone a usarla. Perché il futuro del lavoro dipenderà sempre meno dalla tecnologia in sé e sempre più dalla capacità umana di comprenderla e governarla.

Gian Maria De Francesco

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