Data Center: il World Economic Forum chiede di pianificare, l’Italia accelera un progetto alla volta

Il World Economic Forum ha pubblicato, con Oliver Wyman, «Data Centre Sustainability and Resilience: A Decision Playbook for AI Infrastructure», un manuale decisionale di 76 pagine rivolto a sviluppatori, operatori, clienti, finanziatori e decisori pubblici. Il merito del rapporto è di spostare la sostenibilità e la resilienza dei data center dalla rendicontazione alla progettazione: vi compaiono come condizioni da cui dipendono la realizzabilità dei progetti, la loro finanziabilità e la tenuta del valore degli impianti lungo una vita utile che gli sviluppatori stimano ormai in 30 anni o più.
Da questa impostazione discende la mappa dei vincoli, che il rapporto individua nell’energia elettrica, nell’acqua, nel raffreddamento, nell’accettazione delle comunità, nel suolo servito dalla rete e nella complessità regolatoria. Secondo l’aggiornamento 2026 dell’Agenzia internazionale dell’energia, i consumi elettrici dei data center dovrebbero all’incirca raddoppiare fra il 2025 e il 2030, da 485 a 950 TWh, fino a circa il 3% della domanda elettrica mondiale: una quota contenuta, che diventa critica perché si concentra territorialmente sulle reti locali. Circa il 45% degli impianti si trova in aree a elevato stress idrico, e gran parte dell’impronta idrica si colloca a monte, nella generazione elettrica e nella produzione dei semiconduttori. I terreni serviti dalla rete su cui sorgono i data center misurano circa 81 km² nel mondo, ma l’impronta territoriale delle infrastrutture elettriche necessarie ad alimentarli supererebbe, secondo le stime raccolte dal rapporto, i 14.500 km² entro il 2030. Quanto al consenso, è ormai un vincolo infrastrutturale come gli altri: nel solo primo trimestre 2026 almeno 75 progetti statunitensi, per circa 130 miliardi di dollari, sono stati bloccati o rinviati, e a luglio lo Stato di New York ha sospeso temporaneamente, salvo eccezioni, il rilascio dei permessi ambientali statali per costruire o ampliare data center da 50 MW in su.
Il rapporto, però, non si ferma alla diagnosi. Scompone lo sviluppo di un impianto in sette fasi, dalla scelta del sito alla dismissione, e mostra che gli esiti si decidono presto, quando si scelgono luogo, progetto, forniture e finanziamento. Su questa base propone sei principi, dal ciclo di vita agli scenari futuri, dagli effetti di sistema alla preservazione delle opzioni, e un set di metriche che affianca ai tradizionali PUE e WUE indicatori come l’impronta carbonica sull’intero ciclo di vita o il water usage impact, che integra il consumo d’acqua con lo stress idrico regionale. Gli stessi autori avvertono che circa tre quarti di questi indicatori non sono ancora diffusi nella rendicontazione, pubblica o interna. Il rapporto arriva così a un punto che condivido: un data center sostenibile in astratto non esiste, perché un impianto che si comporta bene considerato da solo può concorrere, sommato agli altri, alla competizione per le risorse e alla congestione delle infrastrutture.
Le raccomandazioni più rilevanti riguardano chi regola e chi finanzia. Ai decisori pubblici il rapporto chiede di passare dall’autorizzazione progetto per progetto alla pianificazione regionale delle risorse, fondata su mappe pubbliche della capacità disponibile di energia, acqua e suolo, sul coinvolgimento anticipato delle comunità con accordi di condivisione dei benefici e sulla disclosure degli impatti sul ciclo di vita già in sede di approvazione. Dove più progetti si contendono una capacità di connessione limitata, suggerisce di ordinare le richieste secondo criteri trasparenti, come la maturità delle infrastrutture, l’uso efficiente della capacità, la flessibilità della domanda e il contributo alla resilienza della rete. Ai finanziatori chiede di legare le condizioni di finanziamento, anche attraverso i covenant del project finance, a traiettorie di miglioramento anziché a soglie da rispettare una volta sola: la sostenibilità diventa così un fattore di bancabilità. Una riserva riguarda invece la stima dei 700-1.000 miliardi di dollari di investimenti che si potrebbero sbloccare entro il 2030. Il rapporto la ricava applicando alla previsione mondiale di 7.000 miliardi una quota del 10-15%, desunta dal valore dei progetti bloccati o rinviati negli Stati Uniti, e misura così gli investimenti esposti a blocchi e ritardi, mentre quanto le sue raccomandazioni riuscirebbero davvero a sbloccare resta da dimostrare: va letta come un ordine di grandezza.
L’Italia nel rapporto non compare, ma la classificazione dei mercati proposta dagli autori aiuta a collocare Milano, che a mio avviso sta fra i mercati in cui scarseggiano aree e potenza, come Francoforte, e quelli in cui la crescita dipende dalle scelte pubbliche sull’allocazione della rete, come Amsterdam e Dublino. I numeri vanno nella stessa direzione. Secondo Terna, al 30 giugno 2025 le richieste di connessione di data center alla rete di trasmissione superavano le 300 iniziative, per oltre 50 GW, contro i circa 30 GW di fine 2024. Al 31 agosto 2026, secondo i dati del portale Econnextion ripresi da pv magazine, le istanze erano 553 per oltre 101 GW, con quasi la metà della potenza in Lombardia, e appena 15, per meno di 2 GW, risultavano pronte per la costruzione. Il dato misura la cantierabilità delle richieste e va letto accanto, su un piano diverso, alla stima di Rystad Energy ripresa dal rapporto, secondo cui meno della metà dei 262 GW annunciati nel mondo per l’intelligenza artificiale dovrebbe tradursi in impianti entro il 2030.
La Lombardia aveva anticipato per legge una parte delle raccomandazioni del rapporto: la l.r. 3 giugno 2026, n. 11, privilegia le aree dismesse, contaminate o degradate, tenendo conto della prossimità e della compatibilità con le infrastrutture elettriche, e sottopone gli interventi con potenza richiesta di connessione superiore a 10 MW a una concertazione finalizzata a un accordo territoriale con misure perequative e compensative. Ammette poi l’attuazione per fasi, legata all’effettiva disponibilità di energia e acqua, e affida a una cabina di regia l’analisi degli impatti cumulativi, anche sulla base della mappatura della rete condivisa dal gestore nazionale (artt. 2, 5 e 8). Con le delibere n. 6645 e n. 6646 del 3 agosto, la Giunta regionale ne ha già definito le priorità insediative e le linee di indirizzo per il procedimento unico, aperto alle istanze dal 1° settembre.
Lo Stato ha invece puntato sulla velocità: il procedimento unico dell’art. 8 del d.l. 20 febbraio 2026, n. 21, convertito dalla l. 10 aprile 2026, n. 49, deve concludersi entro 10 mesi dalla verifica di completezza della documentazione, prorogabili solo per circostanze eccezionali e per non più di 3 mesi, con termini di VIA dimezzati. L’istanza può indicare una connessione temporanea in media tensione, fermo restando l’obbligo di integrare poi la soluzione definitiva. Per i progetti dichiarati di preminente interesse strategico nazionale, l’art. 8 rinvia al procedimento speciale dell’art. 13 del d.l. n. 104 del 2023. Quella dichiarazione, che ad agosto riguardava già 7 programmi di data center, 5 dei quali in Lombardia, si valuta per definizione un programma alla volta. Entrambi gli strumenti guardano al singolo sito, ma nessuno dei due si chiede dove convenga costruire. È questo, credo, l’errore di impostazione: una scelta giusta nel fine, la velocità, e sbagliata nell’ordine.
Lo conferma un’asimmetria che sta dentro lo stesso decreto. Per le rinnovabili e gli accumuli, esclusi gli impianti offshore, l’art. 7 obbliga Terna a pubblicare ogni trimestre la capacità massima addizionale integrabile in ciascuna porzione della rete di trasmissione, secondo criteri fissati dal MASE sentita l’ARERA, e affida alla stessa ARERA la disciplina di procedure trasparenti e non discriminatorie per allocarla. Per i grandi prelievi dei data center, di cui pure il decreto si occupa fin dal titolo, un meccanismo analogo di allocazione non c’è, e la coda resta una coda. Il regolatore se ne sta occupando: nel documento di consultazione del 9 luglio sul quadro strategico 2026-2029, l’ARERA ha prospettato un testo unico delle connessioni per produttori e clienti finali, con misure contro la saturazione virtuale della rete anche per questi ultimi, un indirizzo che dovrà ancora tradursi in regole. La capacità di rete, intanto, è già una risorsa scarsa, e quando i titoli disponibili sono limitati dalla scarsità delle risorse o delle capacità tecniche l’ordinamento conosce da tempo una regola: la selezione secondo criteri predeterminati e pubblicati che ne assicurino l’imparzialità (art. 16 del d.lgs. n. 59 del 2010). È una norma pensata per i servizi, da adattare prima di applicarla alle connessioni, ma la sua logica, la stessa su cui da anni si discute a proposito delle concessioni balneari, è quella di cui le connessioni hanno bisogno.
Le proposte che ne ricavo seguono la traccia del rapporto, e la prima è riservare le corsie veloci nazionali, cioè la dichiarazione di interesse strategico e il procedimento unico, ai progetti localizzati in aree che una pianificazione aggiornata periodicamente riconosca come sostenibili rispetto alla disponibilità, attuale e programmata, di energia, acqua e reti. La logica è quella delle zone di accelerazione, che l’Unione europea ha previsto per le rinnovabili (art. 15-quater della direttiva (UE) 2018/2001, introdotto dalla direttiva (UE) 2023/2413) e che la Commissione, con il Cloud and AI Development Act proposto a giugno (COM(2026) 502), vorrebbe estendere ai data center. Riservare in esclusiva le corsie veloci alle aree pianificate è il passo ulteriore che propongo. La seconda è fissare per legge, anche per i grandi carichi, l’allocazione della capacità secondo criteri predeterminati e pubblici, coordinati con la pianificazione, e affidare all’ARERA, nel testo unico che ha prospettato, la disciplina tecnica. La terza è rendere ordinaria, per gli impianti maggiori, una concertazione anticipata con i territori, con misure proporzionate agli impatti e regole certe su tempi ed esiti, che si aggiunga alla verifica di compatibilità ambientale senza sostituirla.
Lo strumento per farlo esiste ed è ancora aperto: il disegno di legge delega sui centri di elaborazione dati, approvato dalla Camera a febbraio e all’esame dell’8ª Commissione del Senato (A.S. 1821), chiede già al Governo di dare priorità alle aree industriali e ai siti di produzione energetica dismessi e di introdurre criteri che favoriscano l’accesso alla rete dei data center. Favorire i data center, però, è cosa diversa dal pianificarne lo sviluppo, e una priorità di categoria lascia aperta la questione di come ordinare le richieste in concorrenza fra loro. Accelerare è giusto, a condizione che la velocità sia il premio della pianificazione e non il suo surrogato.

