Città senza anima: omologazione urbana e perdita del genius loci

Le città tendono a configurarsi come sistemi caratterizzati da una crescente omogeneizzazione di forme, strutture e simboli. Non è fatto inedito: dinamiche simili si sono ripetute nei secoli. Gli scavi delle città antiche mostrano infatti una sostanziale fedeltà a determinati canoni etici ed estetici.
L’espansione urbana contemporanea ha prodotto megalopoli estese, spesso prive di autentici luoghi di incontro, se non quelli legati a spazi finanziari e commerciali, insieme a infrastrutture logistiche orientate ad accelerare produzione e consumo. Ne deriva un ambiente in cui le relazioni sociali si rarefanno e si approfondisce la separazione tra sfera domestica e dimensione comunitaria, quella frattura tra oikos ed ecclesia richiamata più volte da Cornelius Castoriadis. In alcuni casi, questo processo si spinge fino al parossismo con la formazione di quartieri o città privatizzati, regolati da dispositivi digitali, codici di accesso e sistemi di controllo: le cosiddette “gated community”, quartieri chiusi e sorvegliati, accessibili solo ai residenti.
Anche sul piano estetico le città tendono a convergere verso un linguaggio architettonico uniforme, con una progressiva perdita di riconoscibilità dei luoghi e la prevalenza della logica dell’efficienza. È una traiettoria che attraversa il Novecento e che Ernst Bloch descrive con l’immagine delle abitazioni ridotte a «scatole collocate su nastri mobili».
Gli studi sull’urbanistica antica, pur riconoscendo limiti infrastrutturali, rilevano comunque un’elevata qualità dello spazio urbano, oggi percepita soprattutto attraverso la sua mancanza. Da qui nasce anche la ricerca di un contatto con la natura. Il fatto che assistiamo sempre più alla nascita di orti urbani, parchi cittadini e “boschi verticali” pare da questo punto di vista una sorta di risposta compensativa alla densificazione contemporanea.
Il contesto attuale ha purtroppo accentuato queste dinamiche anche attraverso il ruolo delle cosiddette archistar, che privilegiano l’iconicità del singolo edificio rispetto alla relazione con il contesto. Ne deriva una produzione architettonica continuamente orientata alla novità e all’impatto visivo, ma sempre più povera di capacità di sedimentare memoria ed è prevalsa così una logica funzionale e privata che riduce la responsabilità verso lo spazio collettivo.
Non si tratta di riproporre modelli del passato né di richiamare direttamente Vitruvio, che nel De architectura chiedeva all’architetto di conoscere pure diritto, astrologia e medicina. È evidente che indietro non si torna. Ma non si tratta neppure di rendere solo più efficienti le funzioni urbane — dalla gestione dei rifiuti alla mobilità — come spesso viene ripetuto con tono monocorde da amministratori pubblici di vario colore politico, quanto piuttosto di restituire vitalità a ciò che Stefano Serafini, Alessandro Giuliani e Carlo Modonesi definiscono “organismo culturale” (La città come organismo culturale, Lindau, p. 210). Occorre infatti recuperare uno sguardo sulla città che includa anche la dimensione estetica e percettiva, quella che in qualche modo avevamo già annusato durante la tragica esperienza del Covid, quando la sospensione delle attività antropiche e le immagini dall’alto restituite dai droni hanno rivelato una qualità formale inedita degli spazi urbani.
La città va letta come un organismo vivente in continua trasformazione, capace di incidere su ambiente, comportamenti e qualità della vita. Non forma statica, ma processo evolutivo che, come il corpo umano, muta senza interrompere le proprie connessioni culturali. In questa prospettiva, il volume intreccia infatti diverse discipline — dalla biofisica all’ecologia fino alla teologia — evitando letture apocalittiche e mettendo in luce, piuttosto, criticità e potenzialità dei processi urbani contemporanei.
Tra queste, l’indebolimento del confine tra città e campagna, un fenomeno che non si può ridurre a una sterile nostalgia del passato. Le città contemporanee, attraversate oramai da flussi globali da cui non si può più recedere, tendono per loro natura alla delocalizzazione. Ma proprio questo rapporto sempre più poroso con la natura riapre la questione dell’equilibrio ecologico e, più in generale, della necessità di un approccio sistemico capace di tenere insieme città e territorio, cultura e natura, cittadino e funzioni economiche, evitando di considerare lo spazio urbano come un’entità isolata. In gioco è la persistenza del genius loci, oggi sempre più difficile da riconoscere.
