Faust, la conoscenza e le lezioni perdute di Culianu
La trama del Faust ha mantenuto nel tempo un nucleo centrale ben definito: il patto tra il dottor Faust e Mefistofele, in cui quest’ultimo offre conoscenza, piaceri e godimenti terreni, ma chiede in cambio l’anima del protagonista.
Una trama che trova la sua prima concreta espressione letteraria nel XVI secolo, con la figura leggendaria di Giovanni Faust, un vagabondo delle città tedesche che, vantandosi di possedere poteri taumaturgici, diventa simbolo di ambizione e ricerca di potere. Nel 1587, la pubblicazione della Historia von D. Johann Faustas, curata dal libraio G. Spies, già racconta di un Faust che ottiene giovinezza e conoscenza dal diavolo.
Mito imperituro, capace di ispirare artisti e intellettuali tra cui Marlowe, Pessoa, Landolfi, Thomas Mann e Lessing, che ha visto in questa figura un simbolo della ragione umana in cerca di nuovi orizzonti di conoscenza. E soprattutto Goethe, il quale inizierà a scrivere la sua versione teatrale a diciannove anni, completandola poco prima della sua morte.

Sebbene possa sembrare il contrario, quella trama ha invece subito un’evoluzione continua nel tempo, dando vita a numerose varianti, alcune delle quali sorprendenti. A fare piena luce su questa spirale è Ioan Petru Culianu, studioso dal sapere enciclopedico e allievo di Mircea Eliade, che, adottando un approccio multidisciplinare e originale, esplora i complessi sviluppi di questo mito inesauribile, seguendo un percorso simile a quello della sua stessa carriera, dove spazia dal Rinascimento alla gnosi, dalle religioni alla fisica quantistica, dal misticismo orientale alla fantascienza, dallo yoga ai metodi divinatori, come la lettura delle carte e delle mani.
Si laurea a Bucarest con una tesi sul Rinascimento italiano e lascia la Romania in modo inatteso, poiché gli viene sorprendentemente concesso dal regime comunista il permesso di espatrio. Si trasferisce in Italia, dove, a causa del suo status di rifugiato politico, attraversa un periodo di grave difficoltà, culminato in un tentativo di suicidio in un centro di accoglienza a Latina.
Dopo aver insegnato a Milano, nel 1990 viene invitato da Grazia Marchianò all’Università di Siena per tenere un seminario dal titolo «Il Faust e il suo mito alle radici dell’Occidente». Muore l’anno successivo, assassinato in circostanze misteriose nei bagni della Divinity School di Chicago, dove insegnava dopo aver ricoperto incarichi anche a Parigi e Groninga. L’FBI sospettò un sicario della Securitate. Alcuni suggerirono la pista dell’occultismo.
Per più di un quarto di secolo, quelle lezioni italiane sembravano smarrite. In realtà erano state puntualmente registrate e trascritte dalla giovane dottoressa Emanuela Guano e ora, accompagnate dalla curatela di Roberta Moretti, vengono pubblicate per la prima volta dalla casa editrice Bietti (Faust, p. 200, euro 22).
In queste pagine riaffiora la circolarità eccentrica che caratterizza tanto gli studi quanto la sua vita, da cui si ricava che il mito di Faust non è solo superstizione, ma un potente strumento di conoscenza che si intreccia con filosofia, scienza e magia, e rivela la realtà in modo nuovo. Superando la concezione tradizionale della magia e considerandola parte integrante della cultura umana, suggerisce che essa, infatti, continui a manifestarsi nelle innovazioni moderne sotto forma di elettricità, aerei o computer, che per lui rappresentano il frutto di quelle antiche promesse magiche.
Allo stesso modo, il mito di Faust, generando una serie di varianti nei secoli, non sarebbe più un «nucleo stabile di significato», come tradizionalmente ritenuto, ma un mezzo per comprendere le trasformazioni culturali: uno «schema vuoto che si adatta a ogni messaggio», capace di costringere ogni società a ripensare sé stessa.
