Leggo oggi su un lancio Ansa i risultati di una ricerca condotta dalla Società italiana di conservazione della fertilità (ProFert). Si dice che, in Italia, le donne che devono affrontare una chemioterapia ignorano di avere la possibilità di congelare gli ovociti prima di sottoporsi a chemio. Pratica, quest’ultima, largamente utilizzata per “ridurre la massa tumorale”,  notoriamente citotossica e mutagena, capace di distruggere il patrimonio di ovuli che ogni donna possiede, dalla nascita alla menopausa.

Il motivo dell’ignoranza delle donne, secondo gli studiosi, va ricercato “nella scarsa informazione da parte dei medici”  (?) Emerge che il 74% delle intervistate reclutate in quattro centri specializzati nella cura dei tumori del sangue (Milano, Bologna, Roma e Napoli) non ha avuto informazioni su come conservare la fertilità.

I ricercatori si stupiscono anche della  “povertà  di scambio di informazioni tra i reparti di oncologia e quelli specializzati nella conservazione della fertilità”.

E che dire delle gravidanze extrauterine trattate con il chemioterapico? Fino a quattro mesi fa ignoravo completamente che un embrione che si annida fuori dall’utero venisse aggredito come un tumore. Me lo ha riferito una mia vicina di casa, disperata, perché  dopo aver ricevuto la dose di metotrexathe (chemioterapico), a 39 anni, era diventata definitivamente sterile. E se invece le avessero asportato la tuba compromessa?  Chissà… forse avrebbe avuto un’altra  possibilità di restare incinta.

 

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