La dottrina “Donroe” arriva a Caracas
Parafrasando Mao, vero criminale ma discreto letterato, possiamo affermare che la grande politica mondiale “non è un pranzo di gala, non è un disegno o un ricamo; non la si può fare con eleganza e delicatezza o con altrettanta dolcezza, riguardo e magnanimità. È sempre e comunque un atto di violenza”. Il dittatore cinese aveva ragione. Sulla “grande scacchiera” il gioco è basato su rapporti di forza e volontà di potenza. Punto e basta.
Piaccia o meno Donald Trump ce lo ha ruvidamente ricordato. Con tanti saluti a tutti quelli — europei in primis — che si cullavano nell’illusione della “fine della storia”, un’immaginaria era neoliberista regolata da farraginosi organismi sovranazionali e da manuali di diritto internazionale. Cazzate ormai archiviate, evaporate, finite.
In fin dei conti nulla di nuovo. Nel caso americano i botti di Caracas e dintorni sono l’ovvio proseguimento, chiaro e brutale, della dottrina enunciata nel 1827 dal presidente James Monroe — la dottrina Monroe appunto, oggi ironicamente ribattezzata Donroe, un omaggio agrodolce al 47° inquilino della Casa Bianca —. Come i suoi predecessori democratici o repubblicani (poco importa), Trump non vuole mollare il controllo su “our backyard”, quel cortile di casa che dalla Terra del Fuoco si inoltra sino l’Alaska (e adesso anche verso la Groenlandia…). Insomma, ieri come oggi, tutto è nostro… American First. E non rompete le scatole.
Pillole di storia e piccola lista per gli immemori e i tifosi d’ogni curva: le guerre ottocentesche contro il Messico, le coeve spedizioni in America centrale, la guerra contro la Spagna per prendersi Cuba (sino al 1959 un protettorato a stelle e strisce), Puerto Rico e — poichè l’appetito vien mangiando — pure le lontane Filippine e le Hawaii (unico regno costituzionale nel Pacifico del tempo). Andiamo avanti. Ad inizio Novecento Teddy Roosevelt si inventò Panama, sino ad allora periferica provincia colombiana, e ne fece una repubblichetta attraversata da uno strategico canale sino al 1999 tutto statunitense (e non è detto che non lo ridiventi presto…). Poi nel 1954 il golpe nel Guatemala (sponsor le banane Chiquita), il Brasile nel 1964, il Cile nel 1973 e la Bolivia negli anni Ottanta. E poi tanto altro. Una logica di potenza, una logica imperiale. Punto e basta.
E un grazie allora a “The Donald”. A differenza di Kennedy, dei due Bush, di Clinton, di Obama, di Biden, il super MAGA non mente, non illude, non racconta balle. Della democrazia in Venezuela nulla gli frega, nulla gli interessa. La signora Machado, fresco premio Nobel, è già fuori. Si goda il premio, i soldi e non rompa gli zebedei presidenziali.
L’importante, la sola cosa importante, è ora il petrolio venezuelano, con 300 miliardi di barili la maggior quantità di riserve di greggio provate al mondo. Un immenso patrimonio di oro nero nazionalizzato a suo tempo da Chavez — figura più complessa e molto più intelligente del pessimo Maduro —, e l’unica vera risorsa di un Venezuela stremato da un populismo straccione, corrotto e ma (diciamolo) quasi estraneo al narco traffico. Come afferma il rapporto ONU 2025, solo il 5% della droga verso gli USA transita attraverso il Venezuela bolivariano; il traffico della morte per l’87% transita attraverso il Pacifico. I Paesi più coinvolti sono la Colombia, il Perù, il Messico e l’Equador. Per il momento tutti amigos o quasi. Domani si vedrà….
Andiamo avanti. Il sequestro di Maduro e consorte va ricercato non tanto nell’amicizia di Caracas con la lontana Russia e la poverissima Cuba ma, soprattutto, con il sempre più stretto rapporto con la Cina, nuovo e invasivo protagonista in America Latina. Dal Venezuela al Cile la presenza del dragone è ormai ubiqua, un’offensiva economica pesante che inquieta Washinton. Da qui la controffensiva. A proposito, ricordiamo che in questi giorni Trump ha graziato Juan Hernandez, l’ex presidente honduregno in carcere a New York con una condanna a 45 anni per narcotraffico. Un regalo di Natale, certo. Ma ricordiamo che Hernandez è il grande sponsor del neo presidente Nary Asfura, che proprio all’indomani dell’elezione ha rotto (guarda caso…) ogni relazione con Pechino e ripreso i rapporti con Taiwan. Coincidenze?
Ma torniamo a Caracas. Concluso il blitz, Trump ha ribadito che “gestiremo il Paese nel modo giusto”. E allora una piccola domanda. Con chi? Memore del disastro di Bush junior in Iraq, Marco Rubbio — vero regista dell’operazione — propende per una transizione dolce, in accordo con la parte meno impresentabile del regime, personaggi disponibili, in cambio di una precaria immunità personale, ad aprire le porte della scassata nazione alle aziende americane, le uniche disposte a massici investimenti per ammodernare le obsolete tecnologie di estrazione e raffinazione. Grandi profitti che (forse) potrebbero migliorare le pessime condizioni di vita dei venezuelani ma soprattutto compensare i soldi spesi dagli USA. Insomma, una sorta di tassa sulla protezione del Paese pagata dal Paese stesso. Business is business e la democrazia può attendere….
