Qualche tempo fa un giornalista sportivo pubblicò due articoli opposti sulla stessa partita di calcio, con il risultato ribaltato negli ultimi minuti di gioco.

È la maledizione degli sport a basso punteggio: basta un episodio finale a smascherare la naturale propensione umana a tornare sui propri passi, pur di trovare una giustificazione a qualcosa che senso non ne ha.

Ho ripensato a quell’esperimento rileggendo un articolo del Corriere della Sera dell’Agosto 2022:

Autorevoli think tank come l’Atlantic Council e la Rand Corporation sostengono che il leader russo farà di tutto per cercare uno scontro diretto con la NATO e con gli Stati Uniti, perché è l’unico modo per rendere presentabile la sua sconfitta.

A distanza di tre anni e mezzo, viene spontaneo chiedersi se i think tank siano luoghi di analisi o contenitori flessibili che riciclano le stesse tesi, ribaltandole a seconda della direzione del vento.

Quella lettura, infatti, oggi appare capovolta. Sono NATO e Unione Europea ad agitare allarmi e false flag, nel tentativo di rendere presentabile la propria sconfitta. Nel frattempo Donald Trump oscilla come un ubriaco, indeciso tra il mestiere di piromane o l’estintore.

Come nel calcio raccontato al contrario, il problema non è tanto il risultato finale. È l’elasticità con cui, al novantesimo minuto, si riscrivono i precedenti ottantanove.