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16Gen 26
La civiltà che si commuove dopo
Questo è un articolo di transizione. Sto cercando di ricalibrare i miei contenuti, ma ho bisogno di tempo. Da buon egocentrico, proietto il mio stallo su scala globale.
Prendo spunto da un articolo sul Financial Times del 2023, ancora attualissimo:
«Gli indigeni rappresentano circa il 3% della popolazione australiana, ma il 32% della popolazione carceraria».
E’ un paradosso. I primi bianchi in Australia erano carcerati britannici spediti dall’altra parte del mondo. Dopo qualche secolo, i discendenti di quei tagliagole riempiono le carceri con gli indigeni che prima del loro arrivo erano liberi come farfalle.
Il colonialismo anglosassone ha una dinamica affascinante nella sua brutalità: arrivano, soffocano le popolazioni locali, per poi adottarne nomi e tradizioni, crogiolandosi in una dimensione solenne.
Qualche anno fa i neozelandesi si indignarono per una pubblicità italiana che ironizzava sulla Haka, la coreografia marziale che gli All Blacks inscenano prima di ogni partita di rugby. Anche lì: gli anglofoni plasmano gli indigeni, si appropriano di un simbolo e poi si offendono se qualcuno agli antipodi li prende per il culo.
Un paio di sonde americane sono già uscite dal sistema solare con il messaggio ipocrita “veniamo in pace” tradotto in cento lingue.
Digressione. Come ha notato Anjana Ahuja sul Financial Times del 27 Aprile 2024, c’è anche quello in lingua ebraica. Fine digressione.
Così come siamo strutturati noi occidentali a trazione anglosassone, appena incontreremo ET cercheremo di ammazzarlo. Poi costruiremo in suo onore monumenti che diventeranno i nostri altarini psicotici. E guai a chi li tocca. Guai a chi ride. Guai a chi osa ricordare come sono andate davvero le cose.
Qualsiasi riferimento all’Europa continentale diligentemente inzerbinita ai voleri anglosassoni è ovviamente voluto.
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